11 agosto 2026 – ore 16:00 – Premessa Guardando senza pregiudizi la realtà israeliana, osserviamo alcune criticità che non trovano spazio nel dibattito pubblico occidentale, incentrato come sempre sull’esaltazione degli opposti, sui soliti stereotipi dicotomici, il buono e il cattivo per intenderci, senza mai cercare di approfondire le dinamiche afferenti il complesso quadrante medio-orientale, spesso conoscendo molto poco delle vicissitudini storiche e politiche che ne hanno contraddistinto le vicende e l’attuale configurazione geografica, politica e di popoli. Ci si limita, magari con una bandiera variopinta in mano, a lanciare slogan e a cantare “dal fiume fino al mare”, spesso non comprendendo neppure il significato profondo di questi canti popolari. L’attenzione viene rivolta spesso unicamente nei confronti dei leader, esaltandoli o condannandoli, dimenticandosi sempre che i leader sono, almeno nelle cd democrazie, invece, espressioni della volontà popolare, incarnando un pensiero politico, una visione globale condivisa dalla maggioranza di turno di quelle società. Certamente, e nel silenzio generale, molti israeliani hanno lasciato o stanno pensando di lasciare il Paese temendo per la propria sicurezza; i sei fronti aperti da Gerusalemme: Hamas-Gaza; Hezbollah-Libano; Houthi-Yemen; Iran, milizie sciite filo iraniane in Siria e Iraq stanno logorando il mondo politico e le stesse forze armate israeliane.

In tale cornice, non dobbiamo dimenticare le mire espansionistiche di Ankara, potenza regionale emergente, da anni prepotentemente alla ribalta grazie al suo oggettivo ruolo geo-strategico, perché inserita nella NATO, perché gode del sostegno statunitense e perché ritenuta da Washington in grado di rappresentare un anello di congiunzione “affidabile” tra l’Europa, l’Asia e la stessa Russia con cui, come ben sappiamo, mantiene ottimi relazioni. Alcuni in occidente, appiattendosi apertamente sulle posizioni iraniane, in parte turche e di molti altri attori medio orientali e non, ritengono che Israele non abbia sostanzialmente il diritto di esistere, proponendo una visione anti sionista che oggi, purtroppo, trova autorevoli sponde anche nel variopinto contesto sociale occidentale.

In tale situazione, all’indomani della reazione spropositata di Israele nella Striscia di Gaza, determinata, non dimentichiamolo, dalla strage incredibilmente orrenda compiuta dalle milizie di Hamas il 7 ottobre, si sono moltiplicati ovunque atti di violenza contro le comunità ebraiche, sostanzialmente nella quasi indifferenza dell’opinione pubblica.

“Se la sono cercata”; “Ci sarà un motivo profondo alla base di questa situazione”; “Gestiscono da sempre la finanza e l’economia mondiale – ora basta”. Sono tutte espressioni che ascoltiamo, oramai sdoganate e molto più diffuse di quello che pensiamo. Tralascio per rispetto a tutti i milioni di ebrei che hanno immolato la propria vita, quelle “grida” profondamente razziste e di antica memoria nazista e stalinista che inondano il web da tempo.

Proviamo insieme a cercare di approfondire, a tentare di comprendere, perché un Medio Oriente allargato in continua fibrillazione sta determinando inevitabilmente una situazione di pericoloso e diffuso bradisismo in cui gli innumerevoli attori stanno cercando nuove alleanze, nuovi equilibri, nuove aree di influenza; dove le grandi potenze come Russia e Stati Uniti non riescono a trovare punti di equilibrio, convergenze e compromessi accettabili, “impegnati” come sono in conflitti che non sembrano vedere una fine vicina.

Oggi porteremo alla luce, seppur brevemente, il fenomeno dell’attuale esodo di israeliani dal proprio Paese, le nuove linee strategiche di Gerusalemme volte a garantire la sicurezza dei propri confini, nonché alcune considerazioni circa il cd rifiuto di Netanyahu al “piano di pace per Gaza”.

Sono tematiche che non trovano uno spazio approfondito nei dibattiti, unicamente condanne sommarie o facili ironie, ma che rappresentano per Israele fattori fondamentali perché connessi direttamente alla propria sopravvivenza.

L’esodo da Israele

Secondo un recente studio dell’Università di Tel Aviv sui dati dell’Ufficio Centrale di Statistica, 90.922 israeliani hanno lasciato il Paese per tre mesi o più nel 2025, confermando un trend record dopo i 91.499 del 2024 e gli 86.509 del 2023. Rispetto al decennio 2010-2019, quando le uscite medie annue erano di circa 60.000 persone, si registra un balzo del 30%, portando il Paese a un saldo migratorio negativo. I ricercatori, guidati dal Prof. Itai Ater, hanno evidenziato come il fenomeno riguardi soprattutto figure qualificate come medici, accademici e lavoratori del settore tech.

Il rapporto sostiene che il prolungato conflitto militare e le tensioni politiche in Israele hanno contribuito a un aumento dell’emigrazione, che potrebbe minacciare gli interessi strategici a lungo termine del Paese.

In tale contesto, merita precisare che negli ultimi anni Israele ha registrato un raro e significativo deficit migratorio netto, con un numero di persone in uscita superiore a quello degli ingressi. Fatta eccezione per alcuni periodi negli anni ’50 e ’80, Israele ha sempre avuto un numero di ebrei in entrata superiore a quello in uscita, secondo Sergio Della Pergola, uno dei più stimati esperti israeliani di demografia ebraica. Storicamente, gran parte dell’emigrazione israeliana è stata motivata dalla ricerca di migliori opportunità economiche all’estero.

Itai Ater ha evidenziato altresì che “nel 2025, continuiamo a registrare un numero profondamente preoccupante di israeliani che lasciano il Paese per periodi di tempo significativi, che si aggiungono all’esodo osservato nel 2023 e nel 2024. Questi dati, di per sé, non rappresentano ancora una minaccia per la resilienza di Israele. Tuttavia, guardando al futuro – e se non ci saranno cambiamenti – cresce la preoccupazione che l’emigrazione possa intensificarsi in modo tale da mettere a repentaglio la sicurezza e l’economia di Israele. Ulteriori shock negativi – di natura politica, economica o legati alla sicurezza – potrebbero innescare meccanismi di retroazione che porterebbero a un ulteriore aumento dell’emigrazione. Una volta che la migrazione supera una certa soglia, invertire la tendenza sarà estremamente difficile e comporterà gravi conseguenze macroeconomiche”.

Merita infine ricordare che secondo i dati di aprile 2026 dell’Ufficio Centrale di Statistica la popolazione di Israele ha raggiunto i 10,244 milioni di persone. Attualmente, il 76% della popolazione è composto da ebrei e altre minoranze correlate (7,79 milioni), il 21,1% da arabi (2,157 milioni) e il 2,9% da cittadini stranieri. Dalla sua fondazione nel 1948, quando contava solo 806.000 abitanti, lo Stato di Israele ha visto comunque la sua popolazione aumentare di oltre 12 volte, ospitando oggi il 45% della popolazione ebraica mondiale.

https://en.idi.org.il/articles/62287
https://en.idi.org.il/articles/62950
https://en.idi.org.il/articles/65483
https://www.timesofisrael.com/record-israeli-emigration-continued-for-third-consecutive-year-in-2025-study-finds/
https://www.ice.it/it/news/notizie-dal-mondo/302424

Confini difendibili per Israele: dall’imperativo storico alla necessità esistenziale post-7 ottobre

La sicurezza dei confini rappresenta per Israele, al di là di ogni divisione politica interna, l’essenza della strategia della Difesa per Gerusalemme. Oggi cercheremo di meglio comprenderne i contorni, affidandoci al noto esperto Dan Diker, presidente del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, già segretario generale del Congresso ebraico mondiale e ricercatore presso l’International Institute for Counter Terrorism della Reichman University.

Desidero proporvi questo studio, in estrema sintesi, in quanto ci consente di approfondire la conoscenza della nuova strategia israeliana, nonché le cause e gli effetti che un tale cambio di visione potrebbero determinare nei fragili equilibri medio orientali.

Come ben sappiamo, questa nuova strategia, condivisa sostanzialmente all’interno della complesso scenario politico israeliano, non sembra aver incontrato il pieno consenso statunitense e starebbe generando forti preoccupazioni in diverse realtà medio orientali.

Dan Diker afferma, in particolare, che per quasi sei decenni, la ricerca da parte di Israele di confini difendibili è stata guidata dal suo diritto fondamentale, in quanto Stato sovrano membro della comunità internazionale, di difendersi, da necessità strategiche, successi militari e diplomatici, tutti sanciti da strumenti giuridici internazionalmente riconosciuti.

Tuttavia, l’invasione di confine, il massacro e il sequestro di persona perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023, seguiti dalla guerra e dalle sue ripercussioni internazionali, hanno infranto i presupposti di difesa che avevano governato il concetto di sicurezza nazionale di Israele. Ciò ha reso necessaria un’espansione fondamentale della dottrina israeliana dei confini difendibili.

I successi militari di Israele nelle guerre del 1967 e del 1973, con il conseguente riconoscimento internazionale nelle Risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, avevano fornito un vantaggio territoriale, consentendo a Israele di controllare i propri confini e la pianura costiera da est.

Tuttavia, in seguito all’invasione di Hamas del 7 ottobre e ai successivi attacchi di Hezbollah che hanno minacciato l’esistenza stessa di Israele come stato sovrano, Israele necessita di un quadro strategico che preveda zone cuscinetto demilitarizzate lungo le sue periferie meridionali e settentrionali.

Post 7 ottobre: dottrina dei confini difendibili: zone cuscinetto e smilitarizzazione

Il pensiero strategico israeliano si è ormai cristallizzato attorno a due requisiti complementari: una smilitarizzazione completa e zone cuscinetto territoriali. Questi principi si applicano oggi non solo al controllo israeliano delle alture della Giudea e della Samaria – dove la visione di Rabin di un controllo israeliano sull’intera valle del Giordano, a 975 metri di altitudine, rimane fondamentale – ma rivestono oggi un’importanza altrettanto rilevante nella lotta contro le forze ostili a Gaza, in Libano e in Siria.

Il disimpegno israeliano da Gaza nel 2005, un ritiro unilaterale dalla Striscia che ha espulso circa 9.000 israeliani dalle loro case, ha portato a un massiccio rafforzamento militare di Hamas. Hamas ha accumulato sistematicamente un arsenale di oltre 30.000 razzi, mortai e droni, ha costruito una rete di tunnel sotterranei di circa 500 chilometri e ha addestrato forze capaci di complesse operazioni congiunte. Il 7 ottobre ha dimostrato che la smilitarizzazione deve essere assoluta, verificata e mantenuta solo attraverso una presenza di sicurezza israeliana permanente.

Le zone cuscinetto territoriali separano fisicamente le forze ostili dai centri abitati israeliani e forniscono un tempo di preavviso essenziale, una profondità strategica e libertà di manovra. Dopo il 7 ottobre, Israele ha istituito o ampliato zone cuscinetto su più fronti. A Gaza, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno istituito queste zone che si estendono fino a tre chilometri lungo l’intero perimetro.

Nel Libano meridionale, nonostante la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, emanata dopo la guerra del Libano del 2006 e apparentemente volta a istituire una zona libera da Hezbollah a sud del fiume Litani sotto la supervisione delle forze ONU, e alla luce del totale fallimento dell’ONU nel prevenire la presenza armata di Hezbollah nel Libano meridionale, le forze israeliane mantengono ora posizioni profonde diversi chilometri lungo le alture strategiche.

Analogamente, in seguito al crollo del regime di Assad in Siria, e dopo che tale regime aveva consentito un aumento delle attività terroristiche dal suo territorio contro Israele, Israele ha messo in sicurezza la zona cuscinetto istituita dalle Nazioni Unite sul lato siriano delle alture del Golan e ha creato una zona demilitarizzata più ampia, di 15-20 chilometri. Ciò conferisce a Israele un vantaggio topografico, dominando Damasco e impedendo alle forze ostili, inclusi i gruppi filo iraniani, elementi di Hezbollah o organizzazioni jihadiste, di insediarsi nella Siria meridionale.

Minacce che rendono necessario l’ampliamento delle frontiere difendibili

La dottrina dei confini difendibili allargati risponde a un quadro di minacce sempre più intricato. Nel nord, Hezbollah vanta ancora un considerevole arsenale di razzi e missili, di gran lunga superiore alle capacità di Hamas, e ha manifestato l’intenzione di infiltrarsi nel nord di Israele. L’Iran continua a cercare di stabilire un corridoio terrestre continuo attraverso l’Iraq e la Siria fino al Libano, mentre l’influenza turca e il sostegno alle milizie siriane minacciano il confine israeliano.

La proliferazione di munizioni a guida di precisione, droni da combattimento e tattiche di guerra in galleria ha reso ancora più cruciale il controllo di posizioni topografiche chiave. I sistemi di allerta precoce terrestri sulla catena montuosa della Giudea e della Samaria e sulle alture del Golan rimangono essenziali per individuare minacce a bassa quota. Il controllo della Valle del Giordano è ora ancora più vitale per prevenire il contrabbando di armi e l’infiltrazione di forze ostili, mentre l’Iran tenta di espandersi verso ovest.

Come hanno scritto l’ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, il tenente generale Gadi Eisenkot, e il colonnello (in riserva) Gabi Siboni nelle loro linee guida strategiche del 2019, l’attuale mappa delle minacce “rafforza l’importanza del territorio” e qualsiasi accordo di pace deve garantire che “Israele eserciti autonomamente il controllo assoluto sul suo attuale perimetro strategico, inclusa la Valle del Giordano”. L’11 ottobre 2017 ha confermato questa valutazione e ha dimostrato che il perimetro strategico deve includere esplicitamente zone cuscinetto lungo le linee di confronto.

I fatti storici parlano da soli. Ogni ritiro territoriale intrapreso da Israele – dal Libano meridionale nel 2000 a Gaza nel 2005 – ha visto forze ostili riempire il vuoto territoriale e insediarsi lungo i confini israeliani, dando luogo a ulteriori attacchi transfrontalieri. Come tragicamente confermato dal 7 ottobre, l’insistenza di Israele su confini difendibili, smilitarizzazione supervisionata e monitorata, zone cuscinetto e la presenza di forze israeliane per monitorare e garantire la sicurezza non può essere considerata un ostacolo alla pace. Al contrario, è un prerequisito per qualsiasi speranza di stabilizzazione regionale e un requisito essenziale per garantire il diritto giustificato e comprovato di Israele a garantire la propria sicurezza in conformità con i suoi diritti internazionalmente riconosciuti di difendere se stesso e il proprio popolo.

Il 7 ottobre ha infranto un paradigma di sicurezza basato sulla compiacenza. L’ assunto che la deterrenza e l’allerta precoce – due principi cardine del consolidato concetto di sicurezza nazionale israeliano – potessero sostituire confini difendibili fondati sulla profondità strategica e il nuovo principio di prevenzione militare proattiva è crollato nel sangue e nel fuoco. Eppure, da questa tragedia emerge una visione strategica più chiara: i confini difendibili devono ora includere esplicitamente zone demilitarizzate sorvegliate e zone cuscinetto territoriali monitorate lungo tutte le linee di confronto.

L’ampliamento dei confini difendibili di Israele è una necessità militare, di sicurezza nazionale e di politica estera. Israele deve convincere la comunità internazionale a riconoscere che la necessità di confini sicuri è un requisito minimo per una nazione che ha imparato, a un costo umano terribile, che la geografia, la topografia e la profondità territoriale rimangono i fondamenti della sicurezza nel volatile contesto mediorientale.

L’invasione del 7 ottobre ha trasformato la coscienza nazionale e strategica di Israele, ridefinendone l’identità collettiva e la percezione della sicurezza. Per questo motivo, confini difendibili che proteggano tutti i fronti di Israele sono requisiti esistenziali, a prescindere dalle pressioni politiche ed economiche esterne, dall’opinione pubblica globale o dall’attivismo delle ONG internazionali. Mentre Israele si trova ad affrontare la continua ricerca da parte dell’Iran di armi nucleari e di supremazia regionale, nonché il suo sostegno a gruppi terroristici jihadisti su scala globale, questi principi di sicurezza fondamentali, enunciati dall’ex ministro degli Esteri Yigal Allon e dai primi ministri Rabin, Levi Eshkol e Benjamin Netanyahu, rimangono essenziali per garantire la sopravvivenza dello Stato-nazione del popolo ebraico.

https://jcfa.org/defensible-borders-for-israel-from-historical-imperative-to-post-october-7-existential-necessity/

Il rifiuto di Netanyahu al “piano di pace per Gaza”.

Il relazione al “rifiuto” di Netanyahu al piano di pace per Gaza, sono state enumerate da alcuni media occidentali numerose inesattezze che meritano di essere approfondite. In questo percorso di analisi ci avvalliamo del triestino Ugo Volli, noto filosofo e fine analista.

Ricordiamoci che l’intero quadro politico israeliano, dalla estrema destra alla estrema sinistra concorda che non ci potrà mai essere alcun ritiro da parte delle forze armate israeliane da Gaza finché Hamas non sarà totalmente disarmato.

Ugo Volli ci ricorda che i nuovi parametri, come vedremo, cambiano radicalmente i termini concordati precedentemente, generando ambiguità, confusione dei ruoli e incertezza diffusa circa il futuro di Hamas, delle innumerevoli fazioni presenti nella Striscia, su come verranno disarmate le milizie e su chi assumerà concretamente la responsabilità di smantellare l’arsenale bellico.

Appare chiaro che Egitto, Turchia e Qatar stiano cercando una mediazione con Washington circa il futuro politico e di sicurezza della Striscia, ma il voler estromettere Israele da tale strategia, non prendendo in esame le legittime necessità di sicurezza da parte di Gerusalemme, appare quantomeno audace, se non volutamente provocatorio.

Ugo Volli ci informa che quello di cui si parla in queste ore è il piano di attuazione, la famosa “roadmap”, come viene definita ufficialmente del piano in 20 punti, formulato a settembre 2025, approvato con un comunicato solenne il 25 ottobre scorso a Sharm el Sheikh da Trump, dal presidente egiziano al Sisi, da quello turco Erdogan e dal premier del Qatar.

Questo piano, ricordiamolo, prevedeva il disarmo di Hamas e delle altre fazioni terroristiche al punto 13: “Hamas e le altre fazioni accettano di non avere alcun ruolo nel governo di Gaza, né diretto né indiretto, né in alcuna forma. Tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, inclusi tunnel e impianti di produzione di armi, saranno distrutte e non ricostruite. Ci sarà un processo di smilitarizzazione di Gaza sotto la supervisione di osservatori indipendenti, che includerà la messa fuori uso permanente delle armi tramite un processo concordato di dismissione”.

Tutto ciò in realtà, ci ricorda sempre Volli, non è avvenuto negli otto mesi trascorsi da allora. E sono stati di nuovo Qatar, Turchia ed Egitto a “convincere” il gruppo terroristico di Hamas ad accettare la roadmap, che rappresenta un adattamento del piano precedente.

Il testo oggetto di rifiuto

Ugo Volli ci dice che se si va a leggere il testo, il sospetto di un inganno diventa una certezza. All’articolo 8 per esempio si legge: “Il processo di dismissione e stoccaggio di armi pesanti, siti di produzione militare, depositi di armi e tunnel avrà inizio dopo il completamento degli impegni rimanenti previsti dal Protocollo di Sharm Sheikh, l’ingresso del NCAG [Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, “un organismo palestinese transitorio, tecnocratico e apolitico”] e il dispiegamento delle Forze Internazionali di Stabilizzazione (ISF). Tale processo sarà amministrato e attuato dal NCAG in modo graduale, sequenziale. Questo processo sarà collegato al ritiro israeliano, in fasi, dalle aree sotto il suo controllo a Gaza e alla dismissione delle milizie armate. Le fazioni palestinesi parteciperanno a questo processo e nessuna arma sarà trasferita o consegnata a Israele o a soggetti non palestinesi”.

Le armi, precisa sempre Volli, saranno pertanto consegnate chissà quando e chissà a chi, a chiunque ma non a Israele, e saranno “stoccate”, non si dice “distrutte”; ma solo quelle “pesanti” perché l’articolo 9 stabilisce che “le armi personali a Gaza sono soggette alle normative delle leggi palestinesi pertinenti”, le quali, come l’esperienza insegna, non hanno mai impedito ai terroristi di possederle e farne uso.

Quanto ai tunnel, il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, già ministro degli Esteri del suo Paese, deputato europeo e inviato speciale dell’Onu per il Medio Oriente, che Trump ha scelto a gennaio come “Direttore generale” del “Board of Peace” per Gaza, ha suggerito in un’intervista che per distruggerli ci vorranno “circa dieci anni”.

Senza entrare in troppi dettagli, l’articolo 7 stabilisce al posto dell’esilio dei terroristi che abbiano consegnato le armi come si stabiliva nel piano originale, ci “sarà” un controllo eseguito chissà quando da un imprecisato comitato nazionale palestinese, e quanti non lo supereranno, saranno messi a riposo sempre secondo le leggi palestinesi”.

Intanto Israele sarebbe obbligato a smettere le operazioni contro Hamas, salvo pericolo imminente e in seguito a ritirarsi dalle zone di Gaza che controlla, in concomitanza con la realizzazione della roadmap. Il controllo di tutto il processo dovrebbe essere affidato a un International Verification Committee, formato da rappresentanti del Board of Peace, Stati garanti (fra cui Egitto, Qatar e Turchia) e membri della forza di sicurezza internazionale.

In tale contesto, sempre più confuso, appare chiaro che l’attuazione del piano di pace per Gaza, senza un coinvolgimento di Gerusalemme non sembra poter essere attuato. Pur comprendendo la necessità americana di acquisire un successo anche in vista delle elezioni di Midterm, gestire le dinamiche medio orientali con una tale leggerezza, sottovalutando totalmente l’intento antisionista mascherato di Turchia, Egitto e Qatar appare quantomeno superficiale.

Israele si arrocca, avendo sperimentato che l’obiettivo che viene perseguito dalle organizzazioni terroristiche filo iraniane o finanziate da Teheran come Hamas, è quello della distruzione di Israele, “costi quel che costi”.

In questi prossimi mesi si cercherà necessariamente un compromesso, le diplomazie di tutti i paesi coinvolti dovranno impegnarsi e Washington dovrà garantire a Israele piena sicurezza. I margini ci sono, tuttavia non sarà semplice raggiungere un concreto accordo.

La pace dovrebbe rappresentare un comune obiettivo nella sicurezza di tutti, anche per porre fine al più presto allo scempio in cui versa la popolazione inerme di Gaza.

Conclusione

Oggi desidero concludere questo articolo con la nota poesia “Ho dipinto la pace” di Talil Sorek.
Talik Sorek scrisse questa poesia quando aveva da poco compiuto 13 anni.

Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero
per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo
per la sabbia ardente,
ma avevo l’arancio
per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in AlbaniaKosovoGhanaSomaliaRuanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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