Lettera aperta al Governatore della Calabria Roberto Occhiuto
Caro Governatore Occhiuto, tra la Calabria che lei racconta e quella che i cittadini vivono ogni giorno si è ormai aperto un solco profondo.
Da una parte ci sono inaugurazioni, conferenze stampa, droni, digitalizzazione, transizione ecologica, brindisi, selfie e sorrisi. Dall’altra ci sono ospedali in affanno, servizi pubblici sempre più fragili e inefficienti, campagne assetate e devastate dagli incendi, un territorio esposto ai rischi ambientali e cittadini che, giorno dopo giorno, perdono fiducia nelle istituzioni.
La sanità è forse il punto in cui questa distanza appare con maggiore evidenza. Quando la sua salute ha avuto bisogno di cure, la macchina sanitaria si è messa in moto con un’efficienza che qualsiasi cittadino calabrese vorrebbe poter sperimentare. Un cardiochirurgo di fiducia che opera in una struttura privata in Campania, una struttura pubblica, il “Policlinico Mater Domini” pronta ad accoglierla e, in tempi rapidissimi, il problema affrontato e risolto.
Anche in occasione dell’incidente avvenuto nel territorio di Lamezia Terme, si è mobilitata un’intera catena di soccorso: i vertici del 118, il dottor Borselli, il coordinatore infermieristico dell’elisoccorso regionale Pilò, le ambulanze e l’elisoccorso. Quando una persona è in pericolo, è giusto che il sistema sanitario funzioni con la massima rapidità ed efficienza.
Ma è proprio qui che nasce la domanda che molti cittadini si pongono: perché la stessa efficienza sembra così difficile da garantire quando ad avere bisogno di cure è un normale cittadino calabrese?
Per una visita specialistica si attendono mesi. Per un esame diagnostico occorre una pazienza infinita. Per un intervento chirurgico ci si affida alla speranza che la malattia possa attendere. E chi può permetterselo è spesso costretto a pagare di tasca propria, rivolgendosi alle strutture private.
È inevitabile, allora, che sorga un interrogativo: esiste una sanità capace di muoversi rapidamente quando riguarda chi governa e una sanità molto più lenta per tutti gli altri?
Lei aveva promesso una rivoluzione. E, in continuità con una tradizione che ha caratterizzato anche i suoi predecessori, ha affidato la guida della sanità a figure provenienti dal mondo militare e da importanti apparati dello Stato, nella convinzione che esperienza, organizzazione, rigore ed efficienza potessero contribuire a cambiare il sistema.
Ma i cittadini non giudicano i curriculum, giudicano ciò che vivono ogni giorno. E ciò che vivono continua a raccontare una realtà fatta di liste d’attesa interminabili, personale insufficiente, pronto soccorso sotto pressione, servizi territoriali che stentano a decollare e professionisti costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili.
Anche le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità sono stati presentati come il simbolo di una nuova stagione. Si è corso per rispettare le scadenze del PNRR, inaugurando strutture destinate, nelle intenzioni, a cambiare il volto dell’assistenza sanitaria. Ma la sanità non è fatta soltanto di cemento, non è una targa scoperta davanti alle telecamere, non è un nastro da tagliare.
Una struttura sanitaria esiste davvero soltanto quando è abitata da medici, infermieri, operatori, tecnologie e servizi. Altrimenti rischia di rimanere soltanto un edificio nuovo, un contenitore vuoto.
E poi c’è il 118. Governatore, provi per una volta a trascorrere una giornata con un equipaggio. Non durante una visita istituzionale, ma durante un normale turno estivo, sotto quaranta gradi, affrontando chiamate una dopo l’altra e lavorando in condizioni che spesso rendono difficile persino indossare i dispositivi di protezione. Vedrà ambulanze soggette a guasti a qualsiasi ora del giorno e della notte, personale insufficiente, turni massacranti e professionisti che continuano a garantire il servizio soprattutto grazie al proprio senso del dovere.
È questa la realtà che troppo spesso rimane fuori dalle conferenze stampa.
E la contraddizione diventa ancora più evidente se si guarda a ciò che, invece, mancava. Quelle stesse ambulanze, tanto pubblicizzate come un segno di modernità ed efficienza, risultavano prive di alcuni elettromedicali fondamentali, come il respiratore automatico, e presentavano persino problemi nella progettazione degli spazi: mancavano alloggiamenti adeguati per dispositivi essenziali come il defibrillatore e l’aspiratore portatile. In altre parole, si mostrava al pubblico un’immagine di tecnologia e modernità, ma non si mettevano gli operatori nelle condizioni di disporre concretamente di tutto ciò che serve per affrontare un’emergenza.
E qui arriviamo al punto.
Gli operatori del 118 questo lo sanno bene, perché lo vivono ogni giorno. Eppure, ancora una volta, le decisioni sembrano essere state prese senza un reale e adeguato coinvolgimento di chi avrebbe dovuto utilizzare quei mezzi sul campo: professionisti che conoscono perfettamente le esigenze del soccorso, le difficoltà operative e i problemi che emergono durante un intervento.
È troppo facile progettare un’ambulanza comodamente seduti davanti a una tastiera, decidendo spazi, attrezzature e dotazioni senza aver mai affrontato un’emergenza al suo interno.
Molto più difficile è scendere sul campo, salire su un’ambulanza durante un turno, lavorare con quaranta gradi, con la pioggia o con il freddo, affrontare un arresto cardiaco, un trauma grave o un’insufficienza respiratoria e scoprire, magari proprio in quel momento, che ciò che sulla carta sembrava perfetto nella realtà non lo è affatto. È questa la differenza tra progettare un servizio e conoscerlo.
Perché la tecnologia non si misura dal numero di dispositivi mostrati davanti alle telecamere, né dalle fotografie pubblicate sui social. Si misura nel momento in cui un equipaggio riceve una chiamata e deve poter contare su un mezzo realmente adeguato, funzionale e completo di tutto ciò che serve. Ma, una volta terminate le fotografie, le presentazioni e le conferenze stampa, si torna alla quotidianità. Ed è lì che la scenografia dell’innovazione lascia il posto alla realtà.
Una realtà fatta di mezzi, attrezzature, spazi, manutenzione e organizzazione, ma soprattutto di uomini e donne che continuano a garantire il servizio nonostante le difficoltà.
Perché un’ambulanza moderna non è quella che appare moderna in fotografia. È quella che, nel momento in cui arriva un’emergenza, mette gli operatori nelle condizioni di fare il proprio lavoro e di gestire ogni situazione con gli strumenti necessari. Ed è proprio lì che emergono tutte le difficoltà di chi lavora sul territorio. Perché la sanità, in fondo, è soltanto la parte più visibile di un problema molto più ampio. Tutto è collegato.
La salute dipende dall’aria che respiriamo, dall’acqua che beviamo, dal cibo che produciamo e consumiamo. Dipende dalla sicurezza di un territorio fragile e continuamente esposto al rischio idrogeologico. Dipende dalle campagne assetate e da un’agricoltura in affanno, una situazione che mette in difficoltà il lavoro di migliaia di famiglie e compromette la stessa capacità della Calabria di produrre ricchezza. Dipende dalla tutela del mare, che dovrebbe rappresentare una delle principali risorse della nostra regione e che troppo spesso diventa, invece, motivo di proteste, polemiche e delusione.
E c’è un’altra contraddizione che merita di essere affrontata. La Calabria non è una regione industriale e non ospita grandi complessi produttivi. Eppure continua a consumare suolo e a sacrificare il proprio paesaggio. Colline e campagne vengono occupate da impianti eolici, fotovoltaici e a biomassa sempre più estesi, mentre la Calabria continua a produrre energia in quantità superiore al proprio fabbisogno.
La domanda, allora, è semplice: quale beneficio concreto rimane ai cittadini calabresi? La sensazione diffusa è che il territorio paghi un prezzo elevato in termini di paesaggio, identità e qualità della vita, senza ricevere un ritorno proporzionato. Lei continua a parlare di innovazione, digitalizzazione e futuro. Sono temi importanti. Ma il futuro non si costruisce dimenticando il presente.
Non basta un drone per impedire che i boschi brucino. Non basta una diretta sui social per ridurre le liste d’attesa. Non basta inaugurare edifici se al loro interno mancano personale e servizi. Non basta un selfie per colmare la distanza tra le istituzioni e i cittadini. Governare significa ascoltare, programmare e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Oggi, invece, molti cittadini hanno la sensazione che lei osservi la Calabria dal decimo piano del Palazzo, protetto da una campana di vetro che rischia di tenerla lontana dalla realtà quotidiana.
Fuori da quella campana, però, c’è una comunità che continua a lavorare, a resistere e a chiedere soltanto una cosa: essere amministrata con la stessa attenzione, la stessa tempestività e la stessa cura che lei, giustamente, ha preteso quando era in gioco la sua salute. Presidente Occhiuto, nessuno contesta il diritto di un uomo a ricevere le migliori cure possibili quando la salute è in pericolo. Sarebbe disumano farlo.
Il punto è un altro. Il problema nasce quando migliaia di calabresi si chiedono perché quella stessa efficienza, quella stessa rapidità e quella stessa capacità organizzativa sembrino irraggiungibili quando ad aver bisogno di cure sono loro. È questa la distanza che oggi separa il Palazzo dalla Calabria reale. Una distanza che non si colma con una diretta Facebook, con un drone o con una nuova inaugurazione. Si colma restituendo ai cittadini il diritto di sentirsi trattati con la stessa dignità, la stessa attenzione e la stessa tempestività riservate a chi li governa. Perché la sanità pubblica non può conoscere cittadini di serie A e cittadini di serie B. E una Regione non si giudica dai comunicati stampa, dalle inaugurazioni o dalle fotografie. Si giudica dalla vita quotidiana delle persone che la abitano. I cittadini della Calabria non chiedono privilegi. Chiedono soltanto ciò che dovrebbe essere normale in uno Stato civile: gli stessi diritti, la stessa dignità e la stessa considerazione riservate a chi governa.
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