Su VITA magazine ne abbiamo elencati cento, ma ognuno di noi ne conserva almeno uno nell’anima. Li abbiamo chiamati “paesi-persona”, sono quei luoghi che mettono al centro l’umano e nelle relazioni custodiscono il loro bene più prezioso. Abbiamo chiesto a una serie di interlocutori di raccontarci ognuno il proprio posto del cuore: ne è uscito un itinerario sentimentale fatto di ecosistemi da proteggere, in cui vivere incontri indelebili e a cui riservare la versione più autentica di sé.
«Di valli belle in Italia ce ne sono mille, ma per raggiungere questa non ci sono scorciatoie. È una bellezza che ti devi guadagnare». Andrea Minetto è manager, direttore, producer e docente di progetti culturali e spettacoli dal vivo. Ha un certo timore nel segnalare il suo posto del cuore «perché è poco conosciuto e non voglio correre il rischio di contribuire ad attivare una dinamica da overtourism». Ce lo racconta come se fosse un segreto, in punta di voce, con l’accortezza di chi si prende cura di un equilibrio delicato.

Il posto in questione è la Val Codera, una valle secondaria della Valchiavenna, compresa interamente nel Comune di Novate Mezzola, provincia di Sondrio. «Si trova sopra il lago di Mezzola, poco oltre Colico, lungo la direttrice verso la Svizzera. La sua particolarità è questa: il paese principale, Codera, non è raggiungibile in auto. Non esiste una strada carrozzabile e ancora oggi vi si arriva soltanto a piedi. Un tempo gli abitanti erano circa 500, oggi sono meno di dieci le persone che vivono qui tutto l’anno. È il simbolo della resistenza allo spopolamento che ha interessato tanti borghi di montagna, dove generazioni di abitanti sono scese a valle, verso centri più grandi. L’assenza della strada ha certamente isolato Codera, ma allo stesso tempo l’ha protetta, conservandone l’identità».
Un luogo di libertà
Un’identità da proteggere è un’identità che continua a vivere. «Accade grazie a una comunità molto unita di residenti, ex abitanti e frequentatori abituali. Da oltre 30 anni l’associazione Amici della Val Codera si prende cura della valle, mantenendone viva la memoria». Minetto l’ha scoperta grazie allo scoutismo: «Per me è un luogo profondamente simbolico. Durante il fascismo, quando il regime aveva sciolto tutte le associazioni giovanili non fasciste, la Val Codera divenne uno dei luoghi in cui gli scout clandestini delle Aquile Randagie continuarono a riunirsi e a portare avanti la loro esperienza educativa. Da quel nucleo nacque anche un’importante attività di sostegno alla Resistenza: la valle offrì rifugio a partigiani, perseguitati e persone in fuga, diventando un luogo di libertà in un periodo in cui era stata negata».


Perché tornarci ogni anno? «Ogni volta che percorro il sentiero che sale a Codera», spiega Minetto, «ho la sensazione di entrare in un luogo sospeso nel tempo, dove il silenzio, la montagna e la storia convivono. È una valle che andrebbe visitata almeno una volta nella vita, ma con lo spirito giusto: quello di chi entra in punta di piedi in una comunità viva, rispettandone il ritmo e la fragilità».
Una valle che ha i volti delle persone
La Val Codera, nelle parole di Minetto, è un luogo isolato ma non chiuso. «I valligiani, gli ex abitanti e i tanti volontari lavorano attraverso associazioni, progetti internazionali e iniziative di servizio civile per recuperare gli orti tradizionali, valorizzare le coltivazioni autoctone e sostenere forme di ospitalità diffusa. È un posto aperto al mondo».
E poi c’è la comunità degli scout: «Ogni anno, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, centinaia di scout salgono fino a Codera per partecipare alla messa di Natale. Prima della celebrazione, ci si ritrova nei rifugi o nell’osteria del paese. Attorno a un tavolo si incontrano bambini, ragazzi, adulti e anziani che probabilmente non si sono mai visti prima ma condividono gli stessi valori. Si ascoltano racconti, si stringono amicizie, si ritrova un senso di appartenenza che va oltre le generazioni. Per me resta una delle esperienze più profonde e spirituali che vivo ogni anno. Perché lì le relazioni nascono con naturalezza e il tempo sembra avere un altro ritmo».
Nel tempo, si crea una consuetudine con chi vive la valle tutto l’anno. «Penso, per esempio, a Elena, che gestisce la locanda e accoglie gli ospiti con una cucina semplice e genuina. Alla fine sono le persone a trasformare un paese in una casa». A Minetto piace salire da solo lungo il sentiero la vigilia di Natale: «Spesso arrivo in paese quando è già tardi. Più di una volta ho raggiunto la locanda con la cucina ormai chiusa, eppure Elena è sempre riuscita a prepararmi qualcosa. Mi lascia sempre la sensazione di essere aspettato, o almeno riconosciuto».
Scambi, lavoro e solidarietà
La visita da non perdere? «Un piccolo museo etnografico capace di raccontare meglio di tanti libri com’era la vita quotidiana quassù fino a 50 anni fa. Gli arredi delle case, gli attrezzi da lavoro, gli strumenti per la produzione del latte e dei formaggi d’alpeggio: la cosa che più mi colpisce è che non racconta soltanto gli oggetti, fa capire come funzionava una comunità di montagna, quali fossero i legami tra chi trascorreva lunghi mesi in quota e chi viveva più a valle, verso il lago. Mondi diversi ma profondamente interdipendenti, uniti da scambi, lavoro e solidarietà».


C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA
La storia di una valle non è fatta solo di paesaggi: è fatta soprattutto delle persone che l’hanno abitata e delle relazioni che hanno saputo costruire. «La Val Codera mi ha insegnato che la bellezza non sempre deve essere facile da raggiungere», riflette Minetto. «Il sentiero per arrivarci è ripido, la salita richiede impegno e, per un po’, perdi anche il segnale del telefono. È una piccola scomodità che diventa una forma di selezione naturale: ci arrivi soltanto se lo desideri davvero. E forse è proprio questo il motivo per cui, una volta lì, tutto acquista un valore diverso. Una tazza di latte caldo, un piatto di polenta, una chiacchierata davanti alla locanda o il silenzio della sera hanno un’intensità che altrove spesso non percepiamo. Non c’è spazio per l’eccesso».
Resta l’esitazione di chi sa di aver svelato un segreto. «Ho visto destinazioni prese d’assalto, con conseguenze pesanti per chi ci vive. Spero che a Codera non accada. Vorrei che continuasse a essere un luogo autentico, non esclusivo, capace di accogliere persone disposte a rispettarne i limiti e ad ascoltarlo».
In apertura, la Val Codera (le fotografie sono state fornite dall’intervistato)
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Daria Capitani
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