Che cos’hanno in comune Castel del Giudice, Lizzano in Belvedere, Dossena e i paesi della Valle Maira? Di certo non l’appartenenza territoriale, visto che parliamo di quattro regioni differenti. Si tratta di località che sono state ridimensionate dallo spopolamento ma che stanno investendo per invertire la rotta. Lo stanno facendo con programmi mirati e studi approfonditi. Ce li racconta Vanni Treu, friulano di Tolmezzo, progettista, ricercatore in ecosistemi territoriali e innovazione sociale per le Aree interne e la montagna del futuro.

Si fa un gran parlare di spopolamento. È un processo irreversibile (peraltro non ristretto al nostro Paese) o può essere contrastato?

Per molti anni abbiamo raccontato lo spopolamento delle Aree interne come un fenomeno quasi naturale. I giovani partivano, le case si chiudevano, i servizi diminuivano e i paesi diventavano più fragili. Ogni perdita sembrava giustificare la successiva: meno abitanti significavano meno scuole, meno trasporti, meno attività economiche. Tutto ciò rendeva ancora più difficile restare. Questa spirale è reale ma non è inevitabile. Esistono territori che hanno smesso di domandarsi soltanto come resistere e hanno iniziato a chiedersi come tornare a essere scelti. Non cercano una formula miracolosa, né pensano che basti restaurare qualche edificio o lanciare una campagna di comunicazione. Provano piuttosto a ricostruire le condizioni che permettono a una persona di abitare un luogo, lavorarci, accedere ai servizi e sentirsi parte di una comunità.

Vanni Treu, esperto di ecosistemi territoriali e innovazione sociale per le Aree interne

Lei si occupa di sviluppo locale da 30 anni. Qual è il suo metodo di lavoro?

Lo spopolamento si affronta attraverso una lettura sistemica. Un paese non è la somma delle sue case, delle sue imprese o dei suoi servizi. È la relazione fra tutti questi elementi. Quando una relazione si spezza, anche una risorsa presente rischia di diventare inutilizzabile. Una casa libera non produce automaticamente un nuovo abitante: può essere inaccessibile economicamente, lontana dai servizi, priva di una connessione adeguata oppure inserita in un contesto nel quale chi arriva non trova lavoro e relazioni. Allo stesso modo, un posto disponibile in un’impresa non basta se manca un’abitazione in affitto. Un asilo non trattiene una famiglia se non esistono mobilità, assistenza e opportunità professionali. La rigenerazione comincia quando si riconoscono questi legami. Rendere leggibile questa complessità richiede di unire analisi del contesto, ascolto, studio dei futuri e pensiero sistemico. I dati ambientali, culturali, sociali, istituzionali ed economici servono a comprendere il capitale territoriale.

Tutto comincia dall’ascolto?

Sì, degli amministratori pubblici e dei cittadini. Le persone fanno emergere desideri, conflitti e competenze; gli scenari aiutano a immaginare ciò che il territorio può diventare; le connessioni tra le diverse variabili permettono infine di trasformare una visione in cantieri concreti. Non è un esercizio teorico. L’obiettivo è arrivare alle decisioni finali: quali case rendere disponibili, quali servizi rafforzare, quali attività economiche attrarre, quali alleanze costruire, quali persone coinvolgere. Soprattutto, significa non considerare i nuovi abitanti come numeri da aggiungere alle statistiche demografiche, ma come soggetti con un progetto di vita da mettere in relazione con un progetto di territorio.

Restare, ritornare, arrivare. Sono i capitoli del focus book che contiene le storie di chi vive in montagna, nelle piccole isole o tra i campi coltivati dell’entroterra. Nato come spin off del numero di VITA “Aree interne, l’Italia da scoprire”, racchiude un pezzo di racconto sui luoghi cosiddetti marginali che spesso non ha voce. Con i contributi di Luca Mercalli, Federica Fabrizio e Fredo Valla
LE AREE INTERNE IN PRIMA PERSONA

Facciamo esempi concreti. Partiamo da Castel del Giudice, nell’Alto Molise.

Questo paese di soli 300 abitanti non ha atteso l’ultimo finanziamento per cominciare la sua storia di rigenerazione. Negli anni ha sperimentato una collaborazione fra amministrazione, cittadini e imprenditori, utilizzando anche una società di trasformazione urbana per ricomporre proprietà frammentate e recuperare immobili abbandonati. Da quel processo sono nate attività che tengono insieme welfare, ospitalità e produzione: strutture per anziani, l’albergo diffuso Borgotufi, il recupero dei terreni e un meleto biologico. Le vecchie stalle non sono state restaurate per diventare una scenografia del passato, ma trasformate in un’infrastruttura di accoglienza. Il welfare non è rimasto una voce di spesa separata dallo sviluppo locale, ma ha generato servizi e occupazione. I terreni incolti sono diventati parte di una nuova filiera produttiva. Oggi Castel del Giudice apre una fase ulteriore. Il progetto Una casa per provare, un paese per restare mette a disposizione 16 abitazioni in affitto per un periodo di prova. L’idea è evitare che il trasferimento sia un salto nel vuoto.

La parola chiave, dunque, è “provare”.

Nelle narrazioni sui borghi, il trasferimento viene spesso rappresentato come una scelta istantanea: si lascia la città, si trova una casa economica e si ricomincia. Ma la vita reale è più complessa. Chi si sposta deve capire se può mantenere o costruire un reddito, come funzionano la scuola e la sanità, quanto pesano le distanze, quali servizi sono disponibili durante l’inverno e se esiste una rete sociale capace di accogliere senza soffocare. Un periodo di prova rende la scelta più concreta e più reciproca. Non è soltanto il nuovo abitante a valutare il paese; anche il territorio impara a conoscere chi arriva, le sue competenze, le sue aspettative e il contributo che può offrire. L’accoglienza smette così di essere un gesto generico e diventa un processo di integrazione.

Esistono territori che hanno smesso di domandarsi soltanto come resistere e hanno iniziato a chiedersi come tornare a essere scelti. Provano a ricostruire le condizioni che permettono a una persona di abitare un luogo, lavorarci, accedere ai servizi e sentirsi parte di una comunità

Vanni Treu, esperto di ecosistemi territoriali e innovazione sociale nelle Aree interne

Lei di recente ha detto che Castel del Giudice non cerca semplicemente residenti.

Vero. Cerca anzitutto famiglie con bambini che desiderino crescere in un contesto sicuro, naturale e comunitario. La loro presenza non avrebbe soltanto un valore demografico: contribuirebbe a mantenere vivi i servizi educativi, le relazioni tra generazioni e la capacità del paese di immaginarsi ancora come luogo nel quale crescere. Cerca anche professionisti dell’informatica e del digitale che possano lavorare a distanza, sviluppare servizi o portare nel territorio competenze oggi decisive. Castel del Giudice cerca persone con esperienza nell’agricoltura biologica, nella cura del paesaggio, nella biodiversità, nelle filiere corte e nella trasformazione agroalimentare. Ma pure operatori del turismo, dell’ospitalità e del benessere, capaci di lavorare con l’ecosistema costruito intorno all’albergo diffuso, alla natura e alla cultura locale. E poi artigiani e microimprese, perché un paese resta abitabile anche grazie alla presenza di attività minute, servizi quotidiani e saperi che difficilmente possono essere sostituiti da un grande investimento esterno.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA

Il caso molisano dialoga con altre esperienze di montagna, diverse per storia e strumenti ma accomunate dal tentativo di superare gli interventi isolati. Prendiamo l’esempio di Lizzano in Belvedere, nell’Appennino bolognese.

Quello è il paese in cui è nato Enzo Biagi: la sua casa natia è una favola. Ha mille abitanti ma, sino a dieci anni fa, ne contava 2.200. C’era la pista sciistica più famosa del territorio, quella che ha visto nascere il fenomeno Alberto Tomba. Purtroppo, il cambiamento climatico ha cambiato lo scenario. Oggi ci sono tanti alberghi chiusi, in vendita. Lizzano non vuole semplicemente adattarsi al cambiamento: vuole provare a governarlo. L’obiettivo non è abbandonare la propria storia turistica, né rinnegare il valore del Corno alle Scale, ma costruire una montagna più resiliente: capace di vivere tutto l’anno, accogliere famiglie, generare lavoro e valorizzare natura, cultura, servizi, artigianato, agricoltura, turismo lento, digitale e comunità. La vera proposta di Lizzano è un nuovo patto tra abitare, lavoro e comunità. Una montagna dove il turismo non sia più soltanto neve e alta stagione, ma esperienza del territorio durante tutto l’anno.

Poi c’è Dossena, in Val Brembana (Lombardia).

Siamo in provincia di Bergamo, a 20 minuti d’auto da San Pellegrino Terme. Questo paese vive su una enorme frana che fu studiata da Leonardo da Vinci. Anni fa chiusero la cava di gesso perché non era più redditizia. La Regione Lombardia ha messo a disposizione i fondi per metterla in sicurezza e organizzare le visite guidate, che però non potevano dare lavoro ai 30 dipendenti di una volta. Hanno realizzato il ponte tibetano più lungo d’Europa, ma anche questo non è bastato a fermare lo spopolamento. A un certo punto, un gruppo di persone non più giovani del paese si è ritrovato a confrontarsi sul tema e ha avviato un percorso di rigenerazione. Sono arrivati a costituire una società che si occupa della gestione del turismo. Infine, hanno avviato una cooperativa di comunità. Ora occorre una regia stabile, capace di coordinare Comune, società in house, cooperativa di comunità, operatori turistici, proprietari immobiliari, associazioni e nuovi abitanti. E bisogna cercare alleanze con università, fondazioni bancarie, imprese, associazioni di categoria, istituti di credito, enti di formazione, Comuni vicini e soggetti specializzati nella rigenerazione territoriale.

Un’immagine panoramica di Dossena (Bergamo)

Lei ha lavorato anche in Valle Maira (Piemonte).

Parliamo di un territorio alpino del Cuneese, composto da otto comuni (Acceglio, Canosio, Celle di Macra, Elva, Macra, Marmora, San Damiano Macra e Stroppo). Ognuno ha una propria identità paesaggistica e architettonica. La Valle è caratterizzata da un ambiente naturale incontaminato e da paesaggi alpini che spaziano dal fondovalle sino alle vette che superano i 2.500 metri. Una realtà ricca di potenziale umano e ambientale, ma che oggi vive una fragilità demografica segnata da progressivo spopolamento, bassa natalità ed elevato indice di vecchiaia. Tra le figure più ricercate e i settori in espansione troviamo: agricoltura e allevamento di nicchia, turismo lento ed esperienziale, consulenti digitali e innovation manager, artigianato, medici, educatori e figure legate ai servizi sociosanitari e di prossimità per sostenere famiglie e anziani.

Nel 2021 lei lanciò una iniziativa per richiamare nuovi abitanti in un’area di sette piccoli comuni delle Alpi friulane.

Era un’esperienza che ancora non aveva dietro un metodo scientifico. Ma arrivarono 600 famiglie per farsi un’idea precisa di quei luoghi e delle loro potenzialità. Da lì ho capito che, studiando con attenzione i numeri, si poteva costruire un metodo di lavoro strutturato. L’importante è avere ben chiare due cose: non si può fare il “copia e incolla”, perché ogni paese ha le sue peculiarità ma anche le sue criticità, quindi risorse, demografia, capacità amministrativa ed economie locali sono differenti da caso a caso; inoltre, una comunità fatta di piccoli numeri non può essere considerata a compartimenti stagni. È un ecosistema, e tocca a noi capire perché a volte è bloccato da decenni. Te lo dicono i numeri, se li sai leggere, ma te lo dicono soprattutto gli abitanti. Proprio gli incontri programmati con i cittadini del posto mi aiutano tantissimo a comprendere certe dinamiche: li ascolto, prendo appunti, poi studio tutto e restituisco loro i cicli viziosi dentro i quali si trovano. A volte bastano le risorse locali, in altri casi occorrono competenze da fuori per gestire processi lunghi e multidimensionali. E quando si cercano nuovi abitanti, si aprono nuovi scenari.

Gruppi di lavoro a Lizzano in Belvedere

Non è solo un problema di edilizia.

Bisogna rispondere a diverse domande: ci sono case? Ci sono opportunità di lavoro? Queste sono le condizioni vitali perché una persona o una famiglia si trasferisca altrove. Poi entrano in ballo i servizi, l’ambiente e tutto il resto. Il segreto consiste nel coinvolgere il nuovo abitante in un lavoro di volontariato che aiuti la comunità. Castel del Giudice, come le altre realtà citate, è solo un pezzo di un mosaico più grande.

Chi fa questa scelta di vita non può non tenere conto delle esigenze dei figli. Un bambino ha necessità non solo di studiare ma anche di fare attività sportive. E in un Comune di 300 abitanti non è affatto semplice.

Verissimo. Infatti, bisogna partire dal concetto di abitabilità. Che non riguarda solo la casa. Ma il territorio è abitabile dal punto di vista dei servizi di prossimità, le scuole, il lavoro, i servizi per gli anziani? Se non ci sono quelle leve, il marketing è del tutto inutile. Una scuola, una palestra, una biblioteca o una società sportiva non dev’essere vicina per forza, ma dev’essere accessibile. Se occorre, si deve prevedere un servizio di mobilità a chiamata: può essere un mezzo del Comune o del trasporto pubblico locale, non importa. Così rendiamo accessibile un servizio che, magari, sta a 20 km. E non diventa un costo per la famiglia.

Lei ha detto: una comunità non si rigenera per inaugurazione.

Occorrono anni per ricostruire fiducia, rendere disponibili le case, formare competenze, far nascere attività e verificare se chi arriva riesce a restare. Il vero risultato non coincide con la conclusione dei lavori, ma con l’uso che le persone faranno di quegli spazi. Inoltre, bisogna analizzare il modo in cui misuriamo il successo. I metri quadrati recuperati, i fondi ottenuti e i visitatori sono indicatori utili, ma non sufficienti. Dovremmo domandarci quante abitazioni siano entrate nel mercato ordinario, quante famiglie abbiano trovato condizioni sostenibili, quali servizi siano diventati più accessibili, quanti posti di lavoro siano stati creati, quante relazioni nuove abbiano rafforzato la comunità. Questa prospettiva impedisce di confondere il turismo con il riabitare.

Il turismo può sostenere economie e restituire visibilità a un luogo, ma una presenza temporanea non è una cittadinanza. Una struttura ricettiva piena nei fine settimana non garantisce una scuola aperta, un medico raggiungibile o un negozio attivo tutto l’anno. La sfida è usare anche l’economia dei visitatori per rafforzare la qualità della vita di chi abita stabilmente. E questa sfida ci impedisce anche di considerare i nuovi abitanti come salvatori chiamati a occupare spazi lasciati vuoti. Chi arriva non deve sostituire una comunità, e neppure diventare l’oggetto di aspettative irrealistiche. Deve poter entrare in una relazione nella quale diritti, opportunità, responsabilità e possibilità di contribuire siano riconosciuti da entrambe le parti. Ecco, Castel del Giudice rappresenta oggi un esempio di un insieme di piccole realtà italiane che stanno cercando di mettere a punto un processo rigenerativo fondato su un metodo scientifico.

In apertura, l’albergo diffuso Borgotufi a Castel del Giudice. Credits: foto di Vanni Treu

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 Luigi Alfonso

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