Per eleggere il Papa, la Chiesa cattolica ha impiegato due giorni. Il conclave è iniziato il 7 maggio 2025 e l’8 maggio, al quarto scrutinio, dal comignolo della Cappella Sistina è arrivata la fumata bianca: Robert Francis Prevost è diventato Papa Leone XIV. A Frosinone, per trovare un accordo sul Presidente del Consiglio Comunale del capoluogo, sono trascorsi oltre due mesi. E l’unica cosa uscita dai camini di Palazzo Munari è una serie di fumate grigie, battagliate e decisamente poco spirituali.
Forse l’aula consiliare dovrebbe organizzare un pellegrinaggio straordinario in Vaticano, per studiare da vicino come si gestisce un’elezione che — forse — è un po’ più complessa e importante di quella dell’assemblea amministrativa del capoluogo. Servirebbe apprendere un sano pragmatismo istituzionale, da sempre presente tra le mura vaticane. Ma tant’è.
Non è una questione procedurale: è una prova di forza
Sarebbe ingenuo pensare che lo stallo sia determinato solo da un vulnus procedurale. La verità è che sulla poltrona del Presidente d’Aula non si sta giocando una partita di servizio per la città, per individuare la figura che garantisce il funzionamento del Consiglio, organizza i lavori, tutela il confronto tra maggioranza e opposizione. La questione è diventata altro. È diventata una prova di forza, un’esibizione muscolare in proiezione futura.
Dietro ogni veto, ogni contro-veto, ogni scheda bianca, ogni numero legale, si percepiscono sempre più nitidi i contorni delle Comunali del capoluogo e delle Politiche del prossimo anno. E persino delle Regionali del 2028. Si fanno prove di forza oggi, da esibire domani sui tavoli delle candidature. Si misura il peso dei Partiti, delle liste civiche, dei gruppi consiliari. Infine si contano i voti come si contano le azioni di una società per azioni, per incassare poi i dividendi.
Ecco perché il presidente del Consiglio comunale non è più soltanto la figura istituzionale dell’assemblea cittadina. È diventato un tassello dentro una partita molto più grande, che comprende il futuro dell’Amministrazione Mastrangeli, i rapporti di forza nel centrodestra, le strategie delle liste civiche, la costruzione delle coalizioni per le Comunali del prossimo anno. E inevitabilmente, la collocazione dei vari protagonisti in vista delle partite nazionali e regionali che seguiranno.
Il problema è diventato istituzionale
Questo non significa che ogni consigliere stia pensando contemporaneamente alle Comunali, alle Politiche e alle Regionali. Significa però che la politica (soprattutto quella che si muove dietro le quinte e che in queste calde sere d’estate si attovaglia spesso fuori dai riflettori del capoluogo, tendenzialmente verso i lidi pontini) ragiona sempre su più tavoli contemporaneamente. E il voto per il Presidente d’Aula è diventato solo uno di questi tavoli.
Nel frattempo la situazione istituzionale si è ulteriormente complicata. Undici consiglieri nelle settimane scorse hanno deciso di rivolgersi al Prefetto e al Ministero dell’Interno per chiedere chiarimenti sul funzionamento dell’aula, sulla convocazione del Consiglio, sulle funzioni esercitate nella fase di supplenza e (dettaglio per nulla trascurabile) sulla validità delle delibere approvate. (Leggi qui: Undici consiglieri scrivono a Prefetto e Ministero: delibere dubbie a Frosinone. E qui: Il significato politico della lettera degli 11 al Prefetto ed al Ministero dell’Interno. E qui: Undici consiglieri scrivono al Prefetto per il visto di legittimità delle sedute).
Quando una comunità arriva a interrogare il Ministero dell’Interno sul modo in cui il proprio Consiglio comunale deve essere convocato, significa che il problema ha smesso, da tempo, di essere politico. È diventato istituzionale. E forse è proprio questo il momento nel quale tutti dovrebbero fermarsi un attimo. Perché una cosa è utilizzare una carica come strumento di equilibrio politico. Altra cosa è trasformare quell’equilibrio in una condizione di permanente paralisi istituzionale. Sono due cose profondamente diverse.
La morte di Cencelli e il suo testamento politico
Proprio mentre a Frosinone la politica sembra incapace di trovare una soluzione, ieri a Roma è morto Massimiliano Cencelli, novant’anni, il nome al quale è legata una delle espressioni più celebri della Prima e della Seconda Repubblica: il «Manuale Cencelli».
Cencelli non fu un ministro, non fu un leader di Partito, non fu un presidente del Consiglio. Era un funzionario della Democrazia Cristiana. Ma ebbe un’intuizione geniale, destinata a entrare nella storia politica italiana: considerare il peso delle correnti e dei partiti e distribuire gli incarichi in proporzione alla loro forza. Lo raccontò lui stesso: nel 1967, durante il congresso della DC, ragionò come se il Partito fosse una società per azioni. La corrente dei tavianei aveva una determinata percentuale e, secondo quella logica, doveva ottenere una quota corrispondente delle cariche. Da lì nacque il famoso metodo, poi diventato di uso comune, applicato persino per assegnare le stanze negli uffici ministeriali.
Non sarà stato il sistema più romantico della politica. Ma aveva almeno una virtù: produceva una sintesi. Consentiva alle diverse componenti di riconoscersi nell’accordo finale, senza ulteriori guerre. Dispensiose e improduttive.
La lezione che conta
Nel 2022 lo stesso Cencelli aveva osservato che gli italiani avevano problemi molto più concreti dei posti da distribuire e che la politica avrebbe dovuto cominciare a ragionare in altri termini. È probabilmente la lezione più interessante. Perché il problema non è applicare il Manuale Cencelli. Il problema è capire cosa si vuole ottenere dopo averlo applicato.
La domanda quindi è: a chi interessa davvero chi sarà il Presidente del Consiglio Comunale di Frosinone? Ai cittadini? Totò avrebbe detto: «Ma mi faccia il piacere». Interessa solo agli addetti ai lavori e a coloro — certamente più di uno — che dentro e fuori dall’aula consiliare stanno giocando altre partite.
Adottando la logica, in uso tanti anni fa nel campetto di calcio dell’oratorio di San Gerardo: «Se non gioca chi dico io, me ne vado e mi porto via il pallone».
Il 2 settembre: Ferrara convoca il question time
Nel frattempo il consigliere Marco Ferrara, nella sua veste di presidente facente funzioni, ha convocato il Consiglio comunale per il 2 settembre per il question time. Una seduta che sarà indicativa per capire il «sentiment» dell’assemblea dopo la pausa estiva: la «rifrescata», come si dice a Frosinone, spesso (oltre a raffreddare le temperature esterne) ha abbassato anche quelle dell’aula consiliare.
In ogni caso, una circostanza è abbastanza certa: se non si trova una soluzione, la crisi istituzionale rischia di diventare una crisi politica permanente, con ricadute pesanti sulla governabilità e sulla credibilità del Comune capoluogo.
Perché quando una partita interna ai Partiti e alle liste civiche diventa così importante per chi la gioca e così irrilevante per chi la guarda, il rischio è che la politica finisca per giocare una partita tutta sua. Una partita senza pubblico. E senza pubblico, anche il più spettacolare dei conclavi rischia di diventare soltanto una lunga attesa davanti a un comignolo. Nulla di più. E di serio.
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