La fase principale della delega fiscale, la riforma tributaria più ambiziosa degli ultimi anni, si è chiuso a inizio agosto 2026. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo porta a casa 29 provvedimenti (21 decreti attuativi e 8 Testi Unici). Un risultato concreto, ma non completo: IVA, IRAP, tassazione dei redditi finanziari e riforma del gioco pubblico restano cantieri aperti sono rinviati per mancanza di risorse o per l’impossibilità di completare l’iter politico.
Cos’è la delega fiscale
La delega fiscale è la grande riforma del sistema tributario italiano avviata dal governo Meloni. In pratica, il Parlamento ha delegato l’esecutivo ad attuare una revisione organica delle principali imposte attraverso decreti legislativi, con l’obiettivo di semplificare, razionalizzare e — almeno nelle intenzioni — ridurre il carico fiscale su cittadini e imprese.
Ad agosto 2026 si chiude ufficialmente la fase principale dell’attuazione: la scadenza era fissata al 29 agosto 2026 e il bilancio finale conta 21 decreti attuativi e 8 Testi Unici, per un totale di 29 provvedimenti approvati.
I 29 decreti approvati
Il risultato non è scontato. Costruire una riforma fiscale organica in Italia — con i suoi equilibri politici, i vincoli di bilancio e la complessità tecnica della materia — è un’impresa che governi precedenti non erano riusciti a portare a termine in modo sistematico.
Il filo conduttore di tutta l’operazione, ribadito più volte dal viceministro Leo, è stato uno solo: nessuna modifica senza le risorse necessarie a coprirla. Un vincolo stringente che ha permesso di non aumentare il deficit, ma che ha anche lasciato fuori alcune delle riforme più ambiziose.
La principale fonte di finanziamento utilizzata è stata l’abolizione dell’ACE (Aiuto alla Crescita Economica), un incentivo che favoriva la patrimonializzazione delle imprese. Le risorse liberate da quella soppressione hanno alimentato gran parte delle novità introdotte.
A che punto è la riforma e scenari futuri
La scadenza del 29 agosto 2026 non significa che la delega sia definitivamente chiusa su tutti i fronti. Esistono ancora margini per intervenire con decreti correttivi, che possono andare oltre la scadenza di prima attuazione. Tuttavia, per le riforme più strutturali — come quella dell’IVA e dell’IRAP — eventuali interventi futuri avverranno al di fuori del perimetro della delega fiscale, e richiederanno nuovi veicoli legislativi e, soprattutto, nuove risorse.
I 29 decreti approvati rappresentano il risultato più consistente mai ottenuto in un’operazione di riforma tributaria organica in Italia. Il merito di aver rispettato il vincolo di bilancio è reale e non va sottovalutato.
Al tempo stesso, i quattro cantieri rimasti aperti — IVA, IRAP, redditi finanziari e gioco pubblico — riguardano alcune delle questioni più sentite da imprese, professionisti e cittadini. La sensazione è quella di una riforma che ha costruito solide fondamenta ma che, per ora, non ha ancora completato l’edificio.
I prossimi mesi, con la legge di bilancio all’orizzonte, diranno se e come il governo intende riprendere il lavoro su questi dossier.
IVA: aliquote ancora da razionalizzare
La delega si era posta un obiettivo ambizioso: razionalizzare le aliquote IVA secondo le indicazioni dell’Unione Europea, uniformando il trattamento fiscale di beni e servizi simili, soprattutto quelli con rilevanza sociale. Tradotto: fare ordine in un sistema in cui prodotti quasi identici vengono tassati in modo diverso, spesso senza una logica economica chiara.
Questo intervento non è stato realizzato. Le aliquote IVA — attualmente al 4%, 5%, 10% e 22% — restano così come sono, con tutte le distorsioni e le complessità che i contribuenti e le imprese già conoscono.
IRAP: superamento rimandato
L’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) è da anni nel mirino di imprese e professionisti perché colpisce il valore della produzione indipendentemente dal fatto che ci sia o meno un utile. La delega puntava a un suo graduale superamento, con priorità per le società di persone e le associazioni professionali.
Il piano prevedeva di istituire una sovrimposta che sostituisse l’IRAP, garantendo però alle Regioni un gettito equivalente a quello attuale. Proprio questo vincolo di neutralità finanziaria — indispensabile per non tagliare le entrate regionali — ha reso l’operazione troppo onerosa da realizzare nei tempi previsti.
Redditi finanziari: niente riforma unitaria
Un altro grande assente è la revisione della tassazione dei redditi finanziari. L’idea era creare un’unica categoria reddituale che unificasse dividendi, plusvalenze, interessi e altri proventi da capitale, con la possibilità di compensare perdite e guadagni in modo più flessibile.
Tra le ipotesi più discusse c’era anche la riduzione dell’aliquota dal 26% al 20% sui rendimenti delle Casse dei professionisti (medici, avvocati, ingegneri, ecc.) e l’uniformazione del trattamento tra fondi immobiliari e mobiliari. Anche qui, la mancanza di copertura finanziaria ha bloccato tutto.
Gioco pubblico: riforma ferma a metà
La situazione più intricata riguarda forse il gioco pubblico. La riforma del settore online era già stata completata, ma il tentativo di riordinare il gioco fisico — sale Bingo, scommesse, slot machine — si è arenato per ragioni in gran parte politiche.
Il Ministero dell’Economia aveva ottenuto il via libera della Conferenza Stato-Regioni e aveva messo a disposizione 80 milioni di euro per i Comuni e le Regioni come anticipo di una quota delle entrate da gioco. Quei fondi, però, sono stati dirottati sulla riforma del federalismo fiscale.
Il risultato è che le concessioni di Bingo, scommesse e slot dovranno essere prorogate ancora una volta con la prossima legge di bilancio. Senza una riforma organica sulle distanze dai luoghi sensibili (scuole, ospedali, case di riposo), sugli orari di apertura e sulle tutele per i giocatori, il rischio è duplice: nuovi contenziosi con gli enti locali e ulteriore espansione del gioco illegale, che erode sia le entrate dello Stato sia le tutele per i cittadini.
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Flavio Di Stefano
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