A Roma ogni scavo può trasformarsi in una sorpresa. L’ultima rivelazione viene da Villa Celimontana, durante i lavori di consolidamento del muraglione che sostiene le pendici del pianoro della cinquecentesca Villa Mattei, finanziati con i fondi del PNRR, gli archeologi della Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura hanno intercettato qualcosa di inaspettato: un intero edificio di età imperiale, rimasto nascosto per secoli sotto strati di terra e costruzioni successive.
Uno scavo nato quasi per caso
Il muraglione da consolidare si è rivelato, a un’analisi più attenta, non uno ma due muri accostati. Le indagini condotte a monte del muro più interno hanno aperto una finestra su un mondo sepolto: un edificio in opera laterizia risalente al II secolo dopo Cristo, riorganizzato nel III secolo, collocato esattamente dove sorgeva la loggia secentesca di Villa Mattei verso San Sisto — di cui sono state ritrovate le fondazioni, saldamente ancorate alle strutture romane sottostanti.
Cinque ambienti sono stati completamente portati alla luce, altri tre solo parzialmente. Il complesso si estendeva ben oltre in direzione di Villa Mattei, dove la presenza di cipressi monumentali e i limiti del progetto hanno impedito lo scavo integrale. Quello che è emerso, però, è già sufficiente a ridefinire la conoscenza di questo angolo del Celio antico.
Mosaici, affreschi e marmi: un lusso inatteso
Il cuore della scoperta è un grande ambiente rettangolare con pavimento a mosaico geometrico e un emblema di soggetto marino al centro: un delfino, un pesce, un’aragosta e un granchio che attorniano un cratere — il grande vaso a due anse usato per mescolare vino e acqua nei banchetti romani. In una lacuna del mosaico geometrico, gli scavatori hanno individuato i resti di un pavimento ancora più antico, probabilmente di età antonina, con elaborati tralci fioriti in nero su fondo bianco, a tessere finissime e regolari.
Sul pavimento giacevano vaste porzioni del soffitto affrescato, crollato e conservato dal crollo stesso: cerchi rossi e azzurri, contornati da cornici in stucco bianco a dentelli. Alle pareti, rivestimenti in opus sectile — lastre di marmo bianco e colorato tagliate in forme geometriche — completano un quadro decorativo di straordinaria qualità. Numerosi frammenti di marmi pregiati, tarsie e intonaci dipinti testimoniano l’alto livello del complesso.
«Roma continua a stupirci», ha dichiarato la Soprintendente Speciale Daniela Porro, «restituendo testimonianze capaci di ampliare la conoscenza della città antica. La Soprintendenza è riuscita, con i fondi del PNRR messi a disposizione per mettere in sicurezza un muraglione antico, a fare anche una scoperta di grande valore scientifico».
Domus o caserma? Il giallo interpretativo
L’identità dell’edificio è la domanda che tiene in sospeso gli studiosi. Due ipotesi si fronteggiano, entrambe supportate da indizi concreti.
La prima punta a una domus aristocratica. La qualità dei mosaici e degli affreschi, la disposizione degli ambienti, la posizione panoramica sul Celio — colle che nell’antichità ospitava residenze di lusso — parlerebbero di una dimora di alto rango. Uno degli ambienti ha rivelato persino un vano sottostante voltato, elemento compatibile con l’architettura residenziale privata.
La seconda ipotesi è però altrettanto seducente: l’edificio potrebbe fare parte della stazione della V Coorte dei Vigiles, i vigili del fuoco e agenti di ordine pubblico notturno della Roma imperiale. A sostenerla, la vicinanza geografica alla caserma già nota; il ritrovamento, in epoche precedenti, di resti di stanzette modulari destinate agli alloggi dei militi; due basi di statue con l’elenco dei membri della coorte, rinvenute nel 1820 all’ingresso del parco. E, non da ultimo, proprio il mosaico con il cratere: lo stesso soggetto compare in due ambienti della Caserma dei Vigili di Ostia, nei locali destinati al tempo libero dei commilitoni.
Se questa seconda ipotesi fosse confermata, le implicazioni sarebbero notevoli. Ciascuna delle sette stazioni dei Vigiles di Roma ospitava un’intera coorte di 500-1.000 uomini: la caserma del Celio sarebbe stata un complesso ben più vasto di quanto finora ipotizzato, dotato di alloggi per ufficiali, edifici di servizio e quasi certamente di un ricchissimo Augusteum. Di quest’ultimo potrebbero essere traccia gli imponenti marmi colorati rinvenuti alla fine del Cinquecento nell’area e poi riutilizzati — secondo una tradizione documentata — per il rivestimento della Sala Regia in Vaticano.
A favore di questa lettura “militare” gioca anche la topografia: i due attuali accessi al parco, su via della Navicella e sul Clivo di Scauro — entrambe strade antiche — sarebbero percorsi ideali per i vigili della V Coorte, che sorvegliavano sia la II Regione di Roma (Cælimontium) sia la I (Porta Capena). Nelle vicinanze si apriva persino una grande cisterna dell’acquedotto Celimontano, utile per rifornire d’acqua i carri delle botti.
Un cantiere che continua
L’edificio è stato abbandonato tra il V e il VI secolo, parzialmente demolito per far posto alla loggia rinascimentale, poi sepolto da strati di terra accumulati tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Cinque secoli di oblio, dissolti da un intervento di manutenzione strutturale.
«Lo scavo ha restituito un insieme di dati di straordinario interesse, ma la fase più delicata comincia adesso», ha spiegato Simona Morretta, responsabile scientifica dello scavo. «Saranno l’analisi delle strutture, dei materiali e del contesto a permetterci di verificare le diverse ipotesi interpretative e di comprendere la reale funzione dell’edificio».
Il Capo Gabinetto del Ministero della Cultura, Valentina Gemignani, ha sottolineato come la scoperta sia «la dimostrazione di come tutela, ricerca e valorizzazione possano procedere insieme»: un cantiere nato per consolidare un muro si è trasformato in un cantiere di ricerca. È, in fondo, la storia più antica di Roma — quella di una città che non smette mai di scavare nel proprio passato per capire chi è.
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Flavio Di Stefano
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