Stare sui social prima dei 14 anni fa male al rendimento scolastico: non è correlazione, è causalità


C’è una bella differenza tra correlazione e causalità. Ed è proprio questo il passo avanti che fa la ricerca “Eyes up” condotta da Università di Milano-Bicocca, Università di Brescia, Sloworking – Associazione e Coworking e Centro studi Socialis.

I risultati, dopo le consuete verifiche, sono stati pubblicati dalla testata scientifica Nature Human Behaviour (l’articolo si scarica qui) e dimostrano l’impatto negativo dell’utilizzo dei social in età precoce e le sue dirette conseguenze sul rendimento scolastico o, meglio, in alcune materie specifiche come l’italiano e la matematica. In sintesi, gli studenti sono stati divisi in due gruppi: gli «utenti precoci» dei social ovvero quelli che hanno un account personale sui social già alle medie e gli «utenti tardivi», cioè quelli che hanno iniziato a utilizzarli dopo i 14 anni, che è l’età minima prevista in Italia per iscriversi autonomamente alle varie piattaforme.

Analizzando i risultati nel rendimento scolastico dei due gruppi, tramite i test Invalsi, i ricercatori hanno concluso che l’uso precoce dei social media ha un effetto negativo significativo sulle competenze in italiano e in matematica. E prima avviene l’esposizione, più marcato risulta l’effetto negativo.

Ne parliamo con Marco Gui, professore associato del dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’università di Milano-Bicocca e presidente della Fondazione Patti Digitali.

Professore, verrebbe da dire che i dati di questa ricerca confermano quel che lei sosteneva da tempo. Ma di confortante, in verità, ce n’è ben poco in questa rilevazione.

Alcune persone ce lo dicono espressamente: ma c’era bisogno di fare una cosa così complicata per dimostrare ciò che noi avevamo già intuito? E in effetti, questo tipo di critica ha un fondamento. In realtà ce n’è bisogno, eccome: perché la percezione che hanno tanti genitori, educatori e insegnanti – ossia che ci sia qualcosa di problematico nel modo in cui i nostri figli vengono catturati da queste piattaforme digitali – ha bisogno di un’evidenza empirica. Grazie a Fondazione Cariplo e Invalsi, abbiamo potuto elaborare i dati amministrativi esistenti e fare questo tipo di analisi. In particolare, sono stati molto utili i dati longitudinali Invalsi. La forza di questa ricerca è di aver seguito, durante la loro carriera, gli studenti che hanno fatto la seconda e la quinta primaria, la terza della secondaria di primo grado e la seconda della secondaria di secondo grado.

Le tabelle di questo servizio sono tratte dalla ricerca Eyes Up

Quali sono i vantaggi di questa metodologia?

Con quattro punti nel tempo, è possibile usare delle statistiche di inferenza causale che sono molto più solide di una semplice correlazione tra due variabili. Attraverso il matching statistico, sono stati creati due gruppi di studenti che sono uguali per tutte le variabili da noi osservabili, tranne che per il fatto di aver aperto precocemente o tardivamente un account social. Abbiamo verificato che c’è una divergenza di rendimento scolastico tra i due gruppi. Devo ringraziare il collega Giovanni Abbiati dell’Università di Brescia per il lavoro che ha svolto in questo ambito. Abbiamo fatto un passo avanti, dal punto di vista della solidità empirica, verso un’analisi di direzione della causalità. Questa questione, nelle scienze sociali, è molto complessa. E lo è, in particolar modo, in questo specifico settore perché non è ancora chiaro se sono i social a causare i problemi, se sono i problemi a causare un maggiore utilizzo dei social oppure se sono vere entrambe le cose. Ci potrebbero essere pure variabili terze.

Abbiamo fatto un passo avanti, dal punto di vista della solidità empirica, verso un’analisi di direzione della causalità. Ma non è ancora chiaro se sono i social a causare i problemi, se sono i problemi a causare un maggiore utilizzo dei social oppure se sono vere entrambe le cose

Marco Gui, sociologo

Magari sarà oggetto di un’altra ricerca.

È presto per dirlo. Ma ora abbiamo un motivo in più per credere che, almeno in parte, questa relazione negativa si basi su una direzione causale che va dall’utilizzo dei social alla performance scolastica. Naturalmente, non è la parola definitiva e neppure uno studio che dà certezze assolute. Peraltro, è stato condotto nel Nord Italia, dunque in un contesto culturale specifico. Bisognerebbe estenderlo ad altre aree.

Lei ha detto che l’intuizione non può bastare. Però è confortante che molti genitori abbiano intuito, o stiano intuendo, che qualcosa non va nel precoce utilizzo degli strumenti digitali e dei social media. Meglio tardi che mai…

Qualche anno fa, questa sensazione veniva spenta dalla retorica allora dominante, per cui tutto ciò che riguarda i media digitali fa bene, è un fattore di innovazione e ci porterà verso un esito più positivo. Di fronte a questa narrazione, era difficile far emergere una percezione di problematicità. È molto importante averla ridimensionata. Non è vero che tutto ciò che riguarda il digitale o qualsiasi nuovo utilizzo dei media digitali sia un’innovazione e un progresso per l’umanità. È uno strumento eccezionalmente potente e con grandissime potenzialità, che però va guidato con attenzione. E non è detto che la stessa potenza dello strumento ne possa far emergere utilizzi particolarmente dannosi. Il fatto che queste grandi aziende abbiano conquistato una parte importante del tempo dei nostri figli e anche il nostro, in un contesto poco regolamentato, è un problema per tutti. Anche democratico, se vogliamo, perché hanno acquisito un enorme potere. La narrazione ultimamente è un po’ cambiata, grazie anche all’impegno dei movimenti dei genitori o ai best sellers come quello dello psicologo Jonathan Haidt: senza esagerare sul versante opposto, credo che si debba arrivare alla consapevolezza che il beneficio che noi possiamo ottenere dalla digitalizzazione, non è qualcosa che avviene automaticamente, bensì dobbiamo costruirla noi guardandoci rispetto ai nostri bisogni di benessere, di relazioni, di convivenza civile. Piuttosto che accettare tutto ciò che viene dal mercato dei media, che peraltro è extraeuropeo, dunque ha risvolti geopolitici. Non tutto è progresso.

Il sociologo Marco Gui

È più difficile combattere la resistenza di bambini e ragazzi oppure la ritrosia, la pigrizia e talvolta l’ignoranza di alcuni adulti?

Quando ci siamo confrontati con i ragazzi su queste tematiche, spesso ho trovato molta sensibilità da parte loro. Lo confermano anche alcuni recenti sondaggi. Quando chiedo ai miei studenti universitari «sulla base della vita digitale che avete avuto durante l’adolescenza, che cosa fareste se oggi foste un genitore?», incontro posizioni molto più attente rispetto a parecchi adulti. È molto indicativo. E questo viene estremizzato se si chiede loro: «Quali consigli date ai vostri fratelli e sorelle minori?». In questo caso diventano di frequente rigidissimi, come se li investissimo di una grande responsabilità. C’è molta consapevolezza, anche se si fa fatica ad abbandonare una cosa attraente. Penso che nei ragazzi troviamo validi alleati, se sappiamo porre la questione non in termini ideologici o paternalistici, bensì di riflessione comune.

Un po’ come accade con certi alimenti o bevande: ci piacciono molto ma sono nocive.

Il tema della tentazione c’è sempre stato nella storia umana, anche nella letteratura. Nel mondo dell’alimentazione, l’industrializzazione ha portato molti prodotti estremamente attrattivi, ma nel tempo abbiamo capito che non ci fanno bene. Tutto ciò che è zuccherato, salato o grasso non va bandito, sia chiaro, ma dobbiamo usarli con grande parsimonia. Qualche volta ci allietano la vita ma non possono essere la base del continuo stimolo alla ricerca del piacere immediato. È la stessa ricompensa che una persona ha nel vedere i like sui social media, o un video divertente che sostituisce una fatica nel mondo circostante, per esempio nello stare con gli altri, relazionarsi.

C’è un dato in questa ricerca che l’ha sorpresa?

A parte la maturità mostrata da tanti ragazzi, mi ha stupito un risultato che non fa parte del filone principale dei social media, ma che abbiamo indagato pur con tecniche meno avanzate. Mi riferisco alla relazione tra altri strumenti digitali e l’apprendimento. È emerso che altri strumenti, come il personal computer o la consolle dei videogiochi, non hanno questa relazione così negativa con l’apprendimento, al contrario di smartphone e social media con la loro onnipresenza nella nostra vita. Questo mi fa dire che dobbiamo selezionare il tipo di digitale che vogliamo nelle nostre vite. Non dobbiamo bandire il digitale come un tutto indistinto, piuttosto renderci conto di cosa c’è in certe applicazioni e che risulta molto problematico. Occorre lavorare su questo.

Credits: la foto d’apertura è di Ron Lach su Pexels; quella di Marco Gui è dell’intervistato.

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 Luigi Alfonso

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