Al Comune di Frosinone le delibere ormai non si votano soltanto: si processano. L’Aula consiliare del capoluogo sembra aver smesso definitivamente i panni della massima assise del confronto politico per indossare la toga di un primo grado di giudizio, in perenne attesa automatica del verdetto d’appello, ritualmente delegato al Prefetto o al Ministero dell’Interno. Di fatto il Consiglio, invece di essere la sede in cui si decide e basta è diventato il luogo da cui si parte per chiedere a qualcun altro se quello che è stato deciso sia legittimo oppure no.
L’esposto degli 11: visto di legittimità sulle sedute
L’ennesimo capitolo di questo logorante «ricorso giudiziario» da far impallidire la serie The Lincoln Lawyer su Netflix porta la firma di 11 Consiglieri comunali del capoluogo che, carte alla mano, hanno inviato un dettagliato esposto al Palazzo del Governo e al Segretario Generale dell’Ente chiedendo il «visto di legittimità» sulle sedute del 3 e del 30 luglio scorsi.
Cosa è il visto di legittimità? Nel Diritto Amministrativo italiano è un atto di controllo con viene verificata la conformità di una delibera del Consiglio comunale alle leggi vigenti, prima che questa diventi efficace o esecutiva La richiesta avanzata a Frosinone conferma come la situazione sia totalmente sfuggita di mano e che la crisi istituzionale aperta dalla mancata elezione del Presidente del Consiglio Comunale abbia assunto contorni mai visti prima a Frosinone nella storia repubblicana.
Il documento è firmato da undici Consiglieri in maniera trasversale, di opposizione ma anche di maggioranza: Pasquale Cirillo, Anselmo Pizzutelli, Maria Antonietta Mirabella, Maurizio Scaccia, Giovanni Bortone, Giovambattista Martino, Teresa Petricca, Paolo Fanelli, Fabrizio Cristofari, Norberto Venturi e Angelo Pizzutelli. Parlano apertamente di «situazione di acclarata incertezza giuridica che investe la legittimità degli atti consiliari adottati nelle sedute del 3 luglio 2026 e del 30 luglio 2026».
Una nuova richiesta di chiarimenti che arriva dopo quella già trasmessa dagli stessi consiglieri l’8 luglio scorso. E che certifica un Consiglio ancora privo del proprio Presidente dopo più di due mesi, con un Ufficio di Presidenza rimasto incompleto dopo le dimissioni di due consiglieri segretari. Quando la realtà supera anche la più fantasiosa narrazione amministrativa. (Leggi qui: Undici consiglieri scrivono a Prefetto e Ministero: delibere dubbie a Frosinone. E qui: Il significato politico della lettera degli 11 al Prefetto ed al Ministero dell’Interno).
Il contrasto tra i due pareri Michetti
La parte centrale della lettera si concentra sul contrasto tra i due pareri resi dal consulente incaricato dal Comune, il professor Enrico Michetti, fondatore della Gazzetta Amministrativa. Secondo gli undici consiglieri, i due documenti conterrebbero conclusioni incompatibili. (Leggi qui: Il Comune risponde con il prof Michetti: il vicario può convocare, ma solo in un modo).
Nel primo parere si afferma che «soltanto nel caso si addivenga a una nuova funzionalità dell’organo si potrà procedere con la discussione dei successivi punti previsti nell’ordine del giorno». Nell’integrazione successiva, invece, si sostiene che, «a prescindere dall’esito della votazione» sulla ricostituzione dell’Ufficio di Presidenza, il Consiglio possa comunque affrontare gli altri punti se ritenuti non ulteriormente procrastinabili.
Per i firmatari non si tratta di una semplice precisazione, ma di «un’inversione della regola» che mette in discussione il fondamento giuridico delle deliberazioni adottate.
La lettera richiama inoltre un parere del Ministero dell’Interno del 2021, secondo il quale, in caso di dimissioni del presidente del Consiglio, il vicepresidente vicario potrebbe limitarsi alla convocazione della seduta destinata esclusivamente all’elezione del nuovo presidente, salvo diverse espresse previsioni normative.
Le tre domande al Prefetto e al Segretario Generale
Da qui la richiesta al Prefetto di convocare un incontro urgente con i consiglieri firmatari e al Segretario Generale del Comune di esprimere un parere scritto sulla conformità delle sedute del 3 e del 30 luglio al TUEL, allo Statuto e al Regolamento comunale. Nonché di rispondere a tre domande precise:
- chi poteva legittimamente convocare e presiedere;
- se fosse ammissibile trattare punti ulteriori rispetto alla ricostituzione dell’Ufficio di Presidenza;
- se la qualificazione dei punti aggiuntivi come «urgenti e non ulteriormente procrastinabili» sia adeguatamente motivata.
Al di là del merito giuridico, sul quale si pronunceranno le autorità, questa vicenda ribadisce un problema politico enorme. Che ancora qualcuno finge di non vedere: come l’elefante al centro del salotto. Non solo per la cosiddetta maggioranza o per l’opposizione ma per la credibilità dell’istituzione stessa.
Autorevolezza in discussione
Il rischio è che l’Aula consiliare finisca per smarrire la propria autorevolezza e centralità decisionale. E che – per logorare il sindaco – si finisca per creare una incapacità cronica di trovare una convergenza, numerica e soprattutto politica. Ci si arriva subordinando l’istituzione comunale al sistematico giudizio sub iudicedella Prefettura e del Ministero dell’Interno. Una cosa del genere non succede in nessuna altra parte d’Italia.
Su questo scenario non dovrebbe riflettere soltanto la maggioranza ormai spaccata in due blocchi distinti e contrapposti. Ma anche un’opposizione che, pur facendo legittimamente il proprio mestiere, fatica da morire a trovare una condotta unitaria e una visione capace di accreditarsi ai cittadini di Frosinone come concreta alternativa di governo. L’iniziativa degli 11 rientra nel perimetro delle prerogative dell’opposizione ma rimane un’interpretazione del ruolo esercitata con le armi fredde del diritto amministrativo e dei regolamenti. Non c’è il calore del progetto di una diversa governance del capoluogo.
Dal punto di vista politico c’è un ulteriore elemento da considerare: tra gli 11 firmatari compare anche questa volta il nome di Paolo Fanelli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia ed ex sindaco della città. Non è un dettaglio marginale. Fanelli appartiene al principale partito della coalizione di centrodestra che oggi sostiene Mastrangeli e che sicuramente lo sosterrà nuovamente tra qualche mese. Anche se si proverà, come sempre, a fare finta di niente, non è una cosa normale.
Il copione di Palazzo Munari
La sensazione è che a Palazzo Munari si continui a recitare il copione del «va tutto bene, madama la marchesa», mentre i fatti raccontano l’esatto contrario. Se fosse tutto normale, il Consiglio non sarebbe arrivato a questo grado di ingestibilità, né avrebbe bisogno di trasformare ogni seduta in un caso da Forum su Canale 5. La prossima seduta d’aula sarebbe più coerente celebrarla direttamente a Roma in via Flaminia 189: la sede del TAR del Lazio.
Il problema oggi non è soltanto stabilire chi abbia ragione sul piano giuridico. Il problema è che il Consiglio Comunale del capoluogo ha smarrito la propria autorevolezza. Quando un’assemblea elettiva affida con continuità ad altri il compito di stabilire se i suoi atti siano legittimi oppure no, significa che la politica ha perso completamente la sua funzione più importante: quella di essere il luogo in cui le regole vengono condivise, prima ancora che interpretate.
Il PSI prende posizione: «Il senso dell’insieme»
In questo scenario, il Partito Socialista ha scelto di non restare in silenzio. Il segretario regionale del PSI Lazio Gian Franco Schietroma ha diffuso un comunicato che, al di là del tono festivo d’agosto, contiene un elemento politico di notevole interesse.
La lettura politica di Schietroma è precisa: quella di Iacovissi non è stata una concessione tattica, ma una dimostrazione di quello che il Segretario Regionale del PSI definisce «senso dell’insieme» — citando il Presidente della Repubblica Sandro Pertini: «La più grande virtù politica è non perdere il senso dell’insieme». Proporre come soluzione istituzionale il nome di un avversario potenziale, pur a rischio di uno svantaggio personale, è un gesto che Schietroma usa come argomento a sostegno della candidatura a sindaco di Iacovissi: preparazione eccezionale, serietà, rispetto delle istituzioni e delle posizioni altrui.
Il BRT e la lettura del PSI
Il comunicato socialista non si limita alla vicenda del Presidente del Consiglio. Schietroma entra anche nel merito del BRT, che definisce «percepito dai più come una grave minaccia alla serenità dei cittadini» anziché come risorsa. (Sull’argomento oggi è intervenuto su queste pagine il sindaco Riccardo Mastrangeli: Custodire il creato significa costruire il futuro).
Quella di Schietroma è una critica rispettosa nei toni («ho grande rispetto per la persona e per il lavoro del sindaco Mastrangeli») ma netta nella sostanza: i cambiamenti radicali in tema di mobilità avrebbero determinato caos nella viabilità, con una situazione destinata ad aggravarsi con la riapertura delle scuole.
Una posizione che, a dieci mesi dal voto, suona già come prima mossa di una campagna elettorale che il PSI intende condurre sul terreno della vita quotidiana dei cittadini, piuttosto che su quello delle questioni istituzionali. Lasciando al PD il ruolo di Partito dei regolamenti e al PSI quello di Partito della città che cambia.
Benvenuti a Frosinone.
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