Fa caldo. Terribilmente caldo. Non si sa più dove ripararsi. Oggi le città europee (e non solo), così cariche di cemento, sono l’epicentro della crisi climatica. Che crisi più non è, ma sempre più normalità. Ondate di calore, notti tropicali, blackout elettrici, incendi e colonnine che salgono all’impazzata sono ormai all’ordine del giorno. L’Oms parla di “emergenza sanitaria”, giacché lo stress da calore può aggravare nei soggetti più fragili patologie preesistenti, come asma, diabete e malattie cardiovascolari.
Abbiamo anche parlato di “mal di terra”, per questo pianeta in sofferenza, e di “ecoansia”, quella che, di fronte a tanta arsura, prende molti di noi. Fra le tante misure che le città stanno introducendo, ci sono i “rifugi climatici”, un concetto chiave per la resilienza del presente e del futuro. Da soli non bastano. Ma servono.
Un numero crescente di città, soprattutto nell’Europa mediterranea, sta ripensando gli spazi pubblici e ad accesso pubblico come rifugi climatici, ossia luoghi progettati per garantire protezione e comfort termico adeguato durante le giornate in cui si registrano temperature elevate. Ripari strutturali, destinati soprattutto a anziani e fragili. La città di Barcellona ne ha oltre 400 attivi, in Italia i primi esperimenti risalgono al 2025.
Il concetto ecologico di “refugium”
Ispirati al concetto ecologico di “refugium” (aree capaci di assicurare la sopravvivenza di specie animali e vegetali in condizioni climatiche avverse), la parola rifugio – come luogo in cui si cerca riparo – porta la nostra memoria ai racconti delle guerre mondiali dei nonni o a un luogo ameno di alta montagna, che accoglie viaggiatori stanchi ma felici.
Oggi, invece, accompagnato dall’aggettivo climatico, il rifugio rappresenta uno spazio urbano che integra natura, microclimi favorevoli, biodiversità e infrastrutture accessibili, con processi di co-progettazione che coinvolgono la comunità.
Strumento di giustizia climatica e sociale, segna un cambio di paradigma, da soluzione emergenziale temporanea a infrastruttura permanente, connettendo protezione, rigenerazione urbana e benessere collettivo.
Necessità di adattamento, presidio, cura, protezione, equità, giustizia climatico-sociale, dunque. Riscrittura, in ogni caso, delle agende urbane.
Se tali rifugi sono in spazi aperti, servono un’integrazione di soluzioni basate sulla natura nella sua progettazione (alberature, de-pavimentazioni, sistemi di raccolta delle acque e ombreggiamenti naturali a ridurre l’effetto isola di calore e a favorire la biodiversità urbana) e una reale co-progettazione (la condivisione con la comunità consente di rispondere ai bisogni reali dei cittadini e garantire un uso inclusivo di questi spazi). Molti sono in spazi chiusi: biblioteche, musei, case di quartiere, cinema… luoghi più freschi rispetto ad altre zone della città, dove sono spesso disponibili gratuitamente anche servizi igienici e acqua potabile.
«Devono essere infrastrutture pubbliche permanenti, non un riparo temporaneo», ha spiegato Ombretta Caldarice, professoressa associata in Urbanistica al Dipartimento interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio del Politecnico di Torino. Una maniera di far fronte alla disuguaglianza legata alla cooling poverty, in forte (e grave) aumento. Dalla Spagna, fino a noi.
All’inizio fu Barcellona
Barcellona ha aperto la strada al fenomeno, nel 2019, con la creazione di una rete urbana di refugis climàtics, trasformando spazi aperti, come parchi e scuole, ed edifici pubblici, come biblioteche e centri civici, in luoghi di protezione durante le ondate di calore.

Queste aree – modello europeo di riferimento – sono distribuite in modo capillare nella città e sono pensate per offrire sollievo termico a tutti i cittadini, ma in particolare alle fasce più vulnerabili della popolazione, garantendo prossimità, accessibilità e accoglienza. Il 98% della popolazione di Barcellona vive a meno di 10 minuti a piedi da almeno un rifugio.
L’iniziativa è nata dopo che la città ha dichiarato ufficialmente lo stato di emergenza climatica, una proclamazione formale accompagnata da un documento di pianificazione che illustra i problemi dati dalla crisi climatica, ma anche le proposte per risolverli.
C’è stata poi la Parigi dei giochi olimpici 2024, che aveva predisposto un sistema di cool islands (o meglio di îlots de fraîcheur) per offrire aree fresche alle persone. Una città con una strategia ben chiara e definita di “raffreddamento”.
L’Italia si adegua (o almeno inizia)
Nel contesto italiano, fra le prime iniziative pilota, c’è Bologna (tra le aree italiane più colpite dall’aumento delle temperature e dal fenomeno delle isole di calore urbane), con il progetto Urban Innovative Actions Talea Green cells leading the green transition (2024-2028), un nuovo modello di cellule verdi urbane progettate come infrastrutture multifunzionali per offrire protezione termica in quartieri vulnerabili. Le Talea Green Cells verranno realizzate in tre aree pilota di Bologna entro il 2030. Il capoluogo emiliano è stato il primo a pubblicare una mappa dei rifugi climatici, iniziativa che fa parte di Bologna missione clima, percorso che punta a rendere la città climaticamente neutrale riducendo le emissioni ma anche mitigando gli effetti dei cambiamenti climatici. Ci sono spazi interni (ad accesso libero, con aria condizionata, servizi igienici e acqua potabile) ed esterni (parchi e giardini dotati di sedute ombreggiate e fontanelle pubbliche). Spazi per cittadini ma anche per turisti.
Ma arrivano anche Firenze, Milano, Roma, Torino, Parma e Napoli. A Firenze, i rifugi climatici sparsi in tutta la città sono 53: ai parchi e alle biblioteche già coinvolte, si aggiungono, quest’anno, quattro nuove aree verdi con copertura arborea del 70%, fontanelle e panchine, e alcuni spazi all’interno delle cinque sedi dei quartieri (in orari e giorni di apertura al pubblico). Anche in questo caso, la mappa è online.


Milano ha messo a disposizione la mappa degli spazi freschi in città, 116 luoghi che comprendono «aree verdi superiori ai 5mila mq e con una copertura arborea che garantisce il 50% di ombra, in cui sono presenti anche panchine e fontanelle dell’acqua; case di quartiere e biblioteche con locali climatizzati», spiegano dal Comune. «Ogni luogo della rete manterrà i servizi originali, offrendo però anche accesso libero a chi vuole utilizzare questi spazi nelle ore più calde della giornata, usufruendo di sedute e aree relax, servizi igienici e acqua potabile».
A Roma è partito quest’anno il progetto Respiro – Rifugi Ecosostenibili e Spazi Pubblici Inclusivi per la Resilienza alle Ondate di Calore Urbano, condotto dall’Università degli studi La Sapienza di Roma (in collaborazione con Municipio Roma VIII, circolo Legambiente Garbatella e CittàClima di Legambiente), con l’obiettivo di sviluppare strumenti di supporto concreto alla popolazione nei periodi di emergenza climatica, in particolare per le fasce più fragili, e di trasformare lo spazio pubblico in una rete diffusa di rifugi climatici. Il progetto, con una durata prevista fino al 31 dicembre 2028, rende per ora disponibile una mappa in cui sono raccolti tutti i rifugi climatici, esistenti e potenziali.


Torino non ha una mappa dei rifugi climatici ma, nell’ambito del progetto europeo “Driving Urban Transitions Maincode “Mainstreaming nature to co-design urban climate shelters in schoolyards” (2025-2027), come pilota, trasforma i cortili scolastici in rifugi climatici come progetti dimostrativi di raffrescamento, realizzati grazie all’impiego di soluzioni basate sulla natura in un processo di co-progettazione in cui la comunità scolastica assume un ruolo centrale. Il Comune ha però stilato un elenco di centri d’incontro con aria condizionata che rimangono aperti tutta l’estate.
La città di Parma, nel popoloso quartiere San Leonardo, ha avviato un progetto pilota nell’ambito del programma europeo Horizon Urbreath che prevede rifugi concepiti come presìdi socio-climatici con orientamento sanitario e socialità. Anche Napoli offre il servizio di rifugi climatici, mappati in modo indipendente dall’associazione Cleanap che, dal 2011, si occupa di progetti di cittadinanza attiva e sostenibilità ambientale, ispiratasi al comune di Bologna. La mappa digitale comprende viali alberati, porticati con panchine, biblioteche, parchi urbani o aule studio per offrire ombra e fresco. Un inizio promettente.
Il rifugio climatico è, dunque, un dispositivo urbano che agisce localmente, ma che si deve, necessariamente, inserire in una più ampia strategia di transizione ecologica, sancendo una rinnovata alleanza tra spazio pubblico, natura e benessere collettivo. Ce la faremo?
Immagine in apertura di Nur, da Pexels
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Simonetta Sandri
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