Sabato notte, fuori da un locale di Ceccano in un grande piazzale della città fabraterna: scoppia una violenta rissa che coinvolge diversi giovanissimi. Tre minorenni finiscono in ospedale ed i carabinieri sono al lavoro per ricostruire quanto accaduto, individuare le responsabilità e chiarire la dinamica. La notizia di Cronaca è questa: il problema, però, è molto più grande.
Sarebbe un errore trasformare l’episodio nell’ennesimo caso isolato, concentrare per qualche giorno l’attenzione su quel locale e poi attendere che tutto venga dimenticato. Quello accaduto a Ceccano non riguarda soltanto Ceccano e non nasce in una sola notte. Riguarda un’intera provincia. Riguarda il modo in cui molti ragazzi vivono la notte, il rapporto con le regole, la presenza delle forze dell’ordine, il ruolo delle famiglie, della scuola, dei locali e dei modelli che ogni giorno vengono proposti attraverso i social. Attribuire la colpa a uno soltanto sarebbe semplice. Anche comodo. Capire il problema richiede più coraggio.
I nomi che il territorio non può dimenticare
La provincia di Frosinone conosce già il prezzo più alto della violenza giovanile.
Nella notte tra il 25 e il 26 marzo 2017 ad Alatri Emanuele Morganti di 21 anni venne aggredito con calci e pugni fuori da un locale. Morì per le gravissime lesioni riportate. Il 6 settembre 2020, a Colleferro, Willy Monteiro Duarte, anche lui ventunenne, venne ucciso durante un pestaggio dopo essere intervenuto in difesa di un amico. Il 30 gennaio 2023, ancora ad Alatri, Thomas Bricca, 18 anni, venne colpito alla testa da un proiettile sparato da persone arrivate in scooter. Morì due giorni dopo. La vicenda maturò in un contesto segnato da contrasti e precedenti scontri tra gruppi di giovani. (Leggi qui: Una firma ed una coccola per Emanuele Morganti. E qui: Emanuele, Willy e la cultura della morte che creiamo noi. E anche qui: Thomas, la vittima sbagliata nella città sbagliata).
Emanuele, Willy e Thomas non devono diventare nomi pronunciati soltanto durante le commemorazioni.Dovrebbero rappresentare il confine oltre il quale un territorio decide di non andare più. Invece continuiamo a intervenire dopo. Dopo la rissa, dopo il ferito, dopo il morto. Arrivano controlli straordinari, dichiarazioni, riunioni e promesse. Poi l’attenzione diminuisce fino all’episodio successivo. È il modo italiano di affrontare le emergenze: aspettare che l’emergenza esploda.
Il primo problema è strutturale
Da giorni circola una cifra: la Stazione dei Carabinieri di Ceccano avrebbe a disposizione appena nove o dieci carabinieri. È un numero che non risulta confermato pubblicamente da fonti ufficiali. Qualora fosse corretto, sarebbe però un dato enorme. Significherebbe affidare a un organico ridottissimo il controllo di una città estesa, popolosa e attraversata da numerose criticità.
Non si può chiedere a dieci persone di essere contemporaneamente davanti ai locali, nelle periferie, sulle strade, nelle contrade, presso le abitazioni e in caserma. Dieci persone sulla carta, perché poi bisogna considerare anche i vari turni. I carabinieri non sono figure moltiplicabili e il controllo del territorio non può dipendere dal sacrificio personale di chi indossa una divisa. La domanda non va rivolta ai livelli superiori: salendo la catena gerarchica tutti sanno benissimo che l’organico presente a Ceccano non è adeguato alle esigenze della città. Così come non lo è nemmeno a Cassino, a Frosinone ed in tutti i 91 Comuni della provincia.
Non basta rispondere che i militari fanno tutto il possibile. Il punto è stabilire se siano stati messi nelle condizioni di farlo. Non è giusto confidare nell’abnegazione e nello spirito di sacrificio degli uomini e delle donne in divisa: serve tornare a credere in un comparto sicurezza che da decenni è il primo a subire tagli, indebolendosi sempre di più. E le conseguenze si vedono.
I vigili non possono sostituire lo Stato
Nel dibattito torna spesso anche il numero ridotto degli agenti della Polizia Locale. Il problema esiste in tutti i Comuni ma occorre evitare di confondere ruoli differenti. I vigili urbani svolgono compiti fondamentali nella viabilità, nella polizia amministrativa e nel controllo del territorio comunale. Possono collaborare con le forze di polizia statali, ma non possono sostituire Carabinieri e Polizia di Stato, ai quali spetta il compito principale di garantire l’ordine e la sicurezza pubblica.
La videosorveglianza può aiutare le forze dell’ordine a ricostruire quanto accaduto e individuare i responsabili. Può però arrivare soltanto fino a un certo punto: a fare davvero la differenza è la presenza fisica sul territorio. Una telecamera registra ciò che è già successo; una pattuglia presente può impedire che una provocazione diventi una rissa e che una rissa si trasformi in qualcosa di irreparabile.
I locali non sono il nemico
Dopo episodi simili la soluzione più immediata sembra sempre la stessa: chiudere il locale. È una risposta comprensibile quando emergono violazioni precise o responsabilità documentate. Non può però diventare una scorciatoia automatica. Chiudere un posto non elimina i giovani, non cancella le tensioni e non risolve la violenza. Sposta semplicemente il gruppo in un altro locale, in una piazza, in un parcheggio o lungo una strada. Il cane torna a mordersi la coda.
Le attività della sera hanno anche una funzione economica e sociale. Un genitore può sentirsi più tranquillo sapendo che il figlio frequenta un locale nella propria città, senza dover guidare per decine di chilometri di notte. A Ceccano il sindaco ha chiesto più forze dell’ordine e anche uno dei gestori dei locali maggiormente frequentati dai giovani domanda maggiori controlli. Quando istituzioni e operatori privati formulano la stessa richiesta, forse il problema non è inventato.
C’è chi propone di aumentare ovunque il numero degli addetti alla sicurezza. Può essere utile per controllare accessi, capienza e comportamenti interni. Sarebbe però sbagliato considerarlo sufficiente. Una concentrazione di bodyguard non trasforma automaticamente un locale in uno spazio sicuro.
Esiste anche una percezione difficile da dimostrare come regola generale ma meritevole di attenzione: alcuni ragazzi potrebbero sentirsi più liberi di provocare sapendo che qualcuno interverrà immediatamente a dividerli. Servono regole chiare, personale formato, collaborazione con le forze dell’ordine e soprattutto una cultura che non trasformi la rissa in uno spettacolo.
Le famiglie e quella domanda scomoda
Poi c’è la domanda che nessuno ama fare: che cosa ci fa un ragazzo di quattordici anni ancora in giro alle due o alle tre di notte?
I tempi sono cambiati. Le forme di socialità sono diverse e non si può giudicare ogni famiglia con il metro di trent’anni fa. Esistono situazioni complesse, fragilità economiche, assenze, difficoltà educative. Non si deve fare di tutta l’erba un fascio. Tuttavia, affermare che le famiglie non abbiano alcuna responsabilità sarebbe altrettanto sbagliato. Educare significa anche fissare limiti, conoscere le frequentazioni, sapere dove si trova un figlio e spiegargli che la libertà non coincide con l’assenza di regole. La disciplina non è violenza e non è autoritarismo: è assumersi la responsabilità di dire qualche volta di no.
Una volta, quando un docente telefonava a casa per segnalare un comportamento grave, il ragazzo sapeva che quella chiamata avrebbe avuto conseguenze. Oggi, troppo spesso, il primo riflesso di alcuni genitori è contestare l’insegnante e difendere il figlio prima ancora di conoscere i fatti. È una generalizzazione? Forse. Non descrive tutte le famiglie e tutte le scuole. È però una dinamica che tanti docenti sperimentano.
Quando l’autorità educativa viene demolita in casa, diventa difficile ricostruirla in classe. Il professore viene sbeffeggiato, filmato, provocato e trasformato nel bersaglio di contenuti da pubblicare. Il ragazzo riceve attenzione e approvazione. Il giorno dopo il problema non è più soltanto scolastico: è culturale.
I cattivi esempi diventati modelli
I social non inventano la violenza ma possono moltiplicarne il fascino. Viene premiato chi provoca un carabiniere, chi insulta un poliziotto, chi umilia un insegnante, chi trasforma l’eccesso in contenuto. Una diretta a velocità folle, un’aggressione filmata, un’offesa gridata: tutto può diventare spettacolo, imitazione e consenso.
Il problema non nasce da un singolo genere musicale. Il problema nasce quando il disprezzo per le regole, per le istituzioni e per la vita altrui viene venduto come prova di forza. Un ragazzo non diventa violento per una canzone ma può trovare in certi personaggi una giustificazione pronta. Quello stesso pubblico che, invece di fermare una rissa, spesso prende il telefono e registra.
Le divise pagate poco e caricate di tutto
Pretendiamo molto anche da chi rappresenta lo Stato. Chiediamo ai carabinieri e ai poliziotti di entrare nelle situazioni più rischiose, prendere decisioni in pochi secondi, evitare errori, tollerare insulti e mettere a rischio la propria incolumità. Poi li lasciamo lavorare con organici insufficienti, turni difficili e retribuzioni che spesso non corrispondono alla responsabilità sopportata.
Non è un alibi per eventuali mancanze. Prima di accusare chi sta sul territorio, occorre però guardare a chi decide uomini, mezzi e finanziamenti dai piani superiori. Un comandante non può schierare personale che non gli è stato assegnato.
Dire che la responsabilità è collettiva non significa assolvere tutti. I ragazzi rispondono dei propri gesti. Le famiglie devono educare. I gestori devono rispettare le regole. La scuola deve continuare a formare. I social e chi produce contenuti devono interrogarsi sui modelli diffusi. Il Comune deve creare spazi, coordinare, chiedere rinforzi. Chi governa l’ordine pubblico deve garantire organici e pattuglie adeguati. Le responsabilità sono diverse, ma si incontrano nello stesso punto: la prevenzione. Anche la comunità ha un compito: smettere di considerare normali comportamenti che normali non sono. Una rissa tra adolescenti non è una ragazzata.
Non aspettiamo il prossimo nome
Adesso si vedrà come finirà la vicenda di Ceccano. Si vedrà chi ha iniziato, chi ha colpito, chi ha partecipato e quali provvedimenti verranno adottati. Il timore è che, passata l’attenzione, tutto torni come prima. Fino alla prossima notte.
Emanuele Morganti, Willy Monteiro Duarte e Thomas Bricca dovrebbero avere insegnato che tra una spinta, un pugno, un calcio e una tragedia può esserci uno spazio piccolissimo. Talvolta appena pochi secondi.
Non servono controlli straordinari soltanto dopo un fatto grave. Serve una presenza ordinaria, visibile e costante. La sicurezza non si costruisce chiudendo un locale dopo ogni rissa, non si garantisce con una telecamera e non nasce da un post indignato. Si costruisce prima. Prima che un ragazzo esca di casa senza limiti. Prima che un insulto diventi una sfida. Prima che arrivi l’ambulanza. Prima che un altro nome venga aggiunto a un elenco che questa provincia conosce già troppo bene.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com)
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