Dunque la Germania ha capitolato e ha dato il via libera all’Unicredit nella scalata a Commerzbank, dopo una strenua difesa ai confini con la violenza politica vanificata però dal comportamento del mercato. Da oggi sarà più difficile per il governo italiano, e per qualsiasi governo Ue, invocare una qualsiasi forma di golden power per contrastare un’offerta in Borsa su una propria banca quotata.
E l’Italia, allora, com’è messa a questo punto quanto a “scalabilità” delle nostre banche? Rischiamo, non rischiamo? Il cosiddetto risiko bancario in atto cosa risolve? Andiamo con ordine e cerchiamo di capire.
La domanda preliminare cui rispondere è: difendere il radicamento in mani italiane di un po’ di grandi banche è un interesse nazionale o è una fissazione patriottista della destra oggi al governo, che magari spera di sdoganare con e in essa una tutela di propri interessi di potere?
Per la risposta occorre riandare con la memoria recente alla crisi del debito 2011. Al netto delle vicende giudiziaria ancora in corso (!) è una risposta semplice: sì!
Come ha ricostruito documentalmente la Procura di Trani, a fine 2010 la Deutsche Bank – prima banca tedesca, privata a ma a forte radicamento politico istituzionale – deteneva circa 8 miliardi di euro di debito sovrano italiano e nel corso del primo semestre del 2011 ne cedette circa 7 miliardi, riducendo drasticamente l’esposizione proprio nei mesi in cui la crisi dello spread cominciava ad avvitarsi. Al netto dell’analisi infinita sui comportamenti tecnici della banca, alla ricerca del reato forse indimostrabile, la sostanza è chiara. L’estabilishment tedesco (e francese), constatato il delirio politico dell’ultimo cervellotico governo Berlusconi, lungi dal far quadrato attorno a un Paese partner essenziale, gli ha picchiato in testa. Punto. Nel frattempo le agenzie di rating “downgradavano” il merito di credito dei nostri titoli di Stato comportandosi senza violare regole penali (i manager inquisiti sono stati assolti) ma, secondo la nostra magistratura, con “evidente pregiudizio”: circostanza confermata anche dalle testimonianze di rappresentanti del Tesoro e della Consob nel corso del processo.
Altra considerazione: le vicende convulse caotiche e deprimenti della gestione europea dell’immigrazione altro non sono che la conferma di uno scollamento istituzionale totale tra i Paesi Ue. E’ sbagliato, o peggio idiota, continuare a guardare all’Europa come ad una “famiglia” solidale. Per non parlare dell’America trumpiana. Questo non significa poter disdettare l’Europa: sarebbe un suicidio. Significa però ricordarci che è una famiglia litigiosa, piena di odi e rivalità, capace di tutto contro tutti i propri membri. Quindi avere un po’ di “nazionalismo” in più nella proprietà del sistema bancario italiano è una scelta preventiva contro un evidente rischio di spoliazione del potere sul credito che ancora in parte conserviamo nel Paese. Il che non vuol dire saperlo gestire, ma almeno poterlo gestire sì.
E’ questa la ragione per cui l’acquisizione da parte di Intesa del Monte dei Paschi di Siena – che controlla anche Mediobanca e, per suo tramite, le Assicurazioni Generali – è utile al sistema. E Intesa ha le spalle larghe abbastanza per farla con successo e gestirla bene.
Fin qui i dati positivi della faccenda. Ma vediamo quelli negativi e le tante incognite da risolvere. La “materia prima” di cui l’Italia è ricca – in mancanza o penuria di petrolio, gas, carbone, granaglie, ferro eccetera – è la ricchezza privata delle famiglie, 6150 miliardi che fanno stragola al mercato finanziario mondiale. In gran parte questi soldi sono già di fatto affidati a gestori stranieri. A fine 2025 circa 2.650 miliardi (dato Assogestioni, incluse però non solo le famiglie ma anche gli investitori istituzionali) sono “gestiti”, ossia non direttamente investiti dai proprietari ma affidati a intermediari finanziari. Di questo risparmio gestito i gruppi esteri controllano circa il 35%. La cosa più rilevante è però dove viene investito tutto questo denaro, indipendentemente da chi lo gestisca: e qui i dati sono chiari, l’Italia pesa solo il 16% del totale. Per scelte dei gestori, sia stranieri che italiani. Quindi l’85% della nostra miglior “materia prima” viene investito all’estero e riporta in Italia solo gli interessi ma intanto fa girare la macchina dell’economia di altri Paesi.
Nonc’è niente di male, se tutto ciò rende. Ma se alle imprese italiane manca il capitale non meravigliamoci. Intesa, compiendo l’operazione Mps, conferma la sua natura di “polo finanziario di sistema”, e lo conferma grazie alle due grandi fondazioni che ne blindano insieme una fetta consistente di capitale. E – per carità – Intesa si dà da fare, per l’economia nazionale, anche se ritrovarsi in una posizione di leadership assoluta, a distanza molto grande dal secondo, quasi da monopolista, rischia la sindrome del primo della classe… Facciamo voti che non la contragga.
Poi c’è il Gruppo Unipol, cresciuto tantissimo, ben gestito e saldamente italiano grazie al controllo cooperativo. Il resto è contendibile. Unicredit è italiana per modo di dire. Fineco non è di nessuno. Bpm è già dell’Agricole. Nel sistema sono ubiquitari sia pur con quote relativamente modeste colossi stranieri come BlackRock, Capital Research and Management, JPMorgan Chase e appunto Credit Agricole. Virtualmente capacissimi di mangiarsi le nostre banche ancora “senza padrone”.
Dunque l’auspicio, nell’interesse della possibilità che i frutti già magri dell’immensa ricchezza privata italiana non vadano proprio tutti all’estero, è che Intesa riesca nella sua Opas, che Unipol cresca ancora e che nasca un terzo polo. Su quali basi? Qualcosa il mercato fa vedere…
Ma c’è da fare una postilla, perché alle volte la “damnatio memoriae”, ossia la denigrazione postuma, serve: la legge Amato, che voleva “spietrificare” il sistema bancario italiano, aveva programmato una sua generica privatizzazione creando le Fondazioni bancarie ma prescrivendone l’espulsione dal capitale delle banche, espulsione fortunatamente non attuata fino in fondo altrimenti avremmo perso anche Intesa. E la riforma delle Popolari voluta dal governo Renzi le ha appunto di fatto regalate agli stranieri. Due errori clamorosi.
Ora il governo di destra, nazionalista, ha deciso di uscire da Mps. Perché? Perché non fare di quella partecipazione l’ancoraggio di una “grande Mps”, il sogno ormai archiviabile di Lovaglio, agli interessi del sistema? Chi avrebbe potuto imporci, come Stato italiano, di uscire da Mps? Davvero l’Ue per la bega degli aiuti di Stato? Non scherziamo, comn quello che fanno Framncia e Germania siamo ormai dei dilettanti. Dunque una scelta sbagliata e inspiegabile, come i due errori di Amato e Renzi.
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Sergio Luciano
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