Dentro la sanità calabrese lavorano professionisti che ogni giorno tengono in piedi reparti, ambulanze e pronto soccorso con una professionalità che spesso supera perfino i mezzi messi loro a disposizione. Gente che fa turni massacranti, salta riposi, corre da un’emergenza all’altra e qualche volta riesce letteralmente a strappare una persona alla morte. È proprio per rispetto verso questa gente che bisogna smetterla di confondere chi combatte in trincea con chi decide come organizzare la guerra.
Perché quando un’ambulanza non è disponibile, quando una postazione prevista non viene attivata, quando manca il personale necessario, quando un territorio rimane scoperto oppure quando un trasferimento urgente diventa un’odissea, la domanda non può essere sempre e soltanto: «Dov’era l’ambulanza?». Bisogna finalmente domandare: CHI DOVEVA FARE IN MODO CHE QUELL’AMBULANZA CI FOSSE? Ed è qui che la faccenda cambia completamente.
CINQUANTA MINUTI NON SONO UN RITARDO: SONO UN’ETERNITÀ QUANDO QUALCUNO STA MORENDO – La vicenda segnalata a Vibo Valentia è brutale nella sua semplicità: una ragazza di ventitré anni, Andrea, investita sulle strisce pedonali, un corpo sull’asfalto, cittadini che cercano disperatamente di soccorrerla e, secondo la ricostruzione resa disponibile a Calabria Magazine, circa cinquanta minuti prima dell’arrivo dell’ambulanza.
Non sappiamo ancora se e quanto quell’attesa abbia inciso sul quadro clinico della ragazza e non spetta a un giornale stabilirlo. Saranno gli accertamenti competenti, se avviati, a ricostruire cronologia, disponibilità dei mezzi, chiamate, localizzazione degli equipaggi e responsabilità eventuali. Ma c’è una questione che non necessita di un’autopsia per essere formulata: è accettabile che un sistema di emergenza possa impiegare un tempo simile per raggiungere un’emergenza nel centro di un capoluogo di provincia? Questa è la domanda. E non arriva dal nulla. Perché prima di Andrea ci sono stati altri nomi, altre famiglie, altre attese e altre domande.
SERAFINO CONGI: QUANDO PER ARRIVARE IN OSPEDALE BISOGNA PRIMA ASPETTARE L’AMBULANZA GIUSTA –
Il 4 gennaio 2025 Serafino Congi, 48 anni, sposato e padre di due bambine, muore durante il trasferimento verso l’Annunziata di Cosenza. Secondo la ricostruzione, era arrivato al pronto soccorso di San Giovanni in Fiore intorno alle 15 e il trasferimento sarebbe partito soltanto dopo diverse ore perché non risultava disponibile un mezzo con personale medico. La moglie presentò denuncia e la Procura aprì un fascicolo. Non è Calabria Magazine a inventarlo. È cronaca. E qui comincia il cortocircuito. Perché quando un sistema sanitario sa che deve coprire territori montani, distanze enormi e collegamenti difficili, l’assenza di uomini e mezzi non può essere considerata alla stregua di un temporale improvviso. La carenza di personale è una condizione organizzativa. Che spesso viene camuffata dietro il mantra: “Eh, ma non ci sono medici…”
I MEDICI CI SONO ECCOME. NOMINATI TUTTI “DIRIGENTI” DIETRO UNA SCRIVANIA, INVECE CHE IN CORSIA. I MEDICI CI SONO ECCOME. MA SE NON LI PAGATE… Anche la disponibilità delle ambulanze è organizzazione. La distribuzione delle postazioni è organizzazione. La copertura dei turni è organizzazione. E qualcuno quell’organizzazione la governa.
CARLOTTA LA CROCE: DODICI ANNI E DUE ORE CHE ANCORA CHIEDONO RISPOSTE
Poi c’è Carlotta La Croce. Dodici anni. Nel luglio 2025 viene portata all’ospedale di Soverato e deve essere trasferita a Catanzaro. Secondo la denuncia presentata dalla famiglia, l’ambulanza destinata al trasferimento avrebbe impiegato circa due ore ad arrivare. Sembra perché dirottata altrove… La Procura di Catanzaro apre un fascicolo per verificare eventuali responsabilità e l’ASP di Catanzaro dispone un audit interno sulle procedure di soccorso e trasferimento. Ed è fondamentale scriverlo correttamente: l’esistenza dell’indagine non equivale all’accertamento di una responsabilità, né consente di sostenere che il ritardo abbia causato il decesso. Ma proprio perché non vogliamo processi sui giornali, vogliamo qualcosa di molto più elementare. Vogliamo sapere cosa è successo. Vogliamo sapere perché. Vogliamo sapere se qualcuno ha sbagliato. E, qualora qualcuno abbia sbagliato, vogliamo sapere quali conseguenze ne siano derivate. Perché altrimenti la parola “indagine” rischia di diventare il gigantesco parcheggio multipiano nel quale la Calabria deposita ogni tragedia prima di dimenticarla.
LONGOBUCCO: L’AMBULANZA ERA PREVISTA. PECCATO CHE NON FOSSE OPERATIVA
Arriviamo al gennaio 2026. Antonio “Tonino” Sommario viene colto da un malore a Longobucco. Secondo le ricostruzioni pubblicate, la famiglia tenta di raggiungere l’ospedale in automobile perché sul territorio non era disponibile l’ambulanza necessaria. Sommario muore durante quella disperata corsa verso le cure. Poi emerge un particolare che trasforma la tragedia in una domanda politica gigantesca. A Longobucco un servizio 118 H24 risultava previsto da una convenzione sottoscritta tra ASP di Cosenza e un’organizzazione di volontariato, ma non era ancora diventato operativo. Sul caso interviene anche la trasmissione “Fuori dal coro“, che chiedeva chiarimenti al Presidente della Misericordia di Scala Coeli ed al Direttore dell’ASP di Cosenza, Vitaliano De Salazar, proprio per comprendere quali passaggi amministrativi avessero impedito l’attivazione. In cambio solo RISPOSTE VERGOGNOSE, da ambedue le parti. Risposte che vi invito a riascoltare, cliccando sul link qui sotto.
Questa volta non stiamo nemmeno parlando di un’ambulanza occupata. Stiamo parlando di un servizio previsto sulla carta che, nel momento in cui sarebbe servito, non funzionava ancora concretamente. Ed ecco il capolavoro burocratico: l’ambulanza di Schrödinger. Esiste nei documenti ma non necessariamente sulla strada.
IL PROBLEMA NON È TROVARE UN CAPRO ESPIATORIO: È CAPIRE CHI GOVERNA LA MACCHINA
Ed eccoci al punto che probabilmente farà arrabbiare qualcuno. Pazienza. Per decenni, quando qualcosa non funziona nella sanità calabrese, sembra materializzarsi una misteriosa entità metafisica chiamata “Sistema“. “Il sistema non ha funzionato“. “Il sistema era sotto pressione“. “Il sistema presenta criticità“. Fantastico. Ma il Sistema non possiede una scrivania. Non firma delibere. Non riceve stipendi. Non conferisce incarichi. Non approva organizzazioni. Non decide dove mettere uomini e mezzi. LE PERSONE SÌ.
E allora chiamiamole per nome, non per attribuire loro morti che nessuna sentenza ha attribuito, ma perché occupano posizioni dalle quali è legittimo pretendere risposte.
OCCHIUTO, MISERENDINO, MINNITI: LA CATENA REGIONALE HA NOMI E COGNOMI
Roberto Occhiuto è il presidente della Regione Calabria ed è stato commissario ad acta per il Piano di rientro sanitario fino al ritorno alla gestione ordinaria annunciato nel giugno 2026. Non è dunque uno spettatore seduto in tribuna: è stato per anni uno dei principali centri decisionali della sanità regionale.
Poi c’è Azienda Zero. Il direttore generale è Gandolfo Miserendino e il direttore sanitario è Domenico Minniti, come attestano gli stessi provvedimenti ufficiali dell’ente nel 2026. E questa precisazione è decisiva perché il 118 calabrese è stato progressivamente ricondotto alla governance di Azienda Zero. Tanto che già dal febbraio 2026 Nursing Up denunciava pubblicamente aumento dei tempi di intervento, ambulanze costrette a percorrere distanze associate a tempi superiori ai cinquanta minuti, equipaggi sotto pressione e criticità organizzative dopo la riorganizzazione delle centrali operative. Contestazioni sindacali, contestazioni precise e pubbliche che meritano una risposta altrettanto precisa.
E allora la domanda per Miserendino e Minniti diventa inevitabile: QUAL È IL TEMPO DI SOCCORSO CHE AZIENDA ZERO CONSIDERA ACCETTABILE? Dieci minuti? Venti? Trenta? Cinquanta? Un’ora? Perché prima o poi bisogna mettere un numero davanti alle parole.
DA VIBO A CROTONE, DA CATANZARO A REGGIO: ECCO CHI GUIDA OGGI LE AZIENDE SANITARIE
A Vibo Valentia la documentazione ufficiale dell’ASP aggiornata nel luglio 2026 indica Giuseppe Giuliano come commissario straordinario, Matteo Galletta come direttore sanitario ed Elisabetta Rosa Tripodi come direttore amministrativo; la stessa documentazione aziendale individua inoltre Angelo Michele Miceli alla direzione sanitaria del presidio ospedaliero Jazzolino.
A Crotone l’ASP è guidata nel 2026 dal direttore generale Antonio Graziano (alias Strafalaria), tristemente noto a Cosenza. Mentre il direttore medico del presidio ospedaliero San Giovanni di Dio indicato nella presentazione ufficiale della nuova direzione è Lucio Cosentino.
A Catanzaro troviamo Antonio Battistini, commissario straordinario dell’ASP provinciale, mentre l’Azienda ospedaliero-universitaria Renato Dulbecco è guidata dalla commissaria straordinaria Simona Carbone. Entrambi gli incarichi risultano confermati nel 2026.
A Reggio Calabria l’ASP è guidata dal giugno 2026 dalla direttrice generale Maddalena Berardi, mentre il Grande Ospedale Metropolitano Bianchi-Melacrino-Morelli ha come commissaria straordinaria Tiziana Frittelli.
A Cosenza, invece, abbiamo il Gran Direttore Multitasking sia dell’ASP che dell’azienda ospedaliera: dott. Vitaliano De Salazar. Coadiuvato, nel settore dell’emergenza-urgenza dal professore Andrea Bruni, Pino Pasqua, Roberto Ricchio e la coordinatrice Eva De Rose. Insomma, come si suol dire a COSENZA… I CANUSCÌMU CIRÀSA. E questi nomi vengono riportati per una ragione semplicissima: LA RESPONSABILITÀ DI GESTIRE NON PUÒ ESISTERE SOLTANTO QUANDO SI TAGLIA UN NASTRO. Se si rivendicano risultati, investimenti, nuove apparecchiature, assunzioni e riorganizzazioni quando arrivano, bisogna accettare le domande anche quando un servizio mostra falle. Non funziona che la sanità abbia padri durante le inaugurazioni e diventi improvvisamente orfana quando arriva l’ambulanza tardi.
IL PARADOSSO DELLA CALABRIA: I VERTICI CAMBIANO POLTRONA, I PROBLEMI RESTANO SEDUTI
Questa è forse la questione più politica di tutte. I dirigenti passano. I commissari cambiano. Arriva un direttore generale, parte un commissario, viene nominato un altro commissario, qualcuno passa da un’azienda all’altra, qualcun altro cumula temporaneamente responsabilità e nel frattempo il cittadino guarda questo carosello chiedendosi una cosa molto meno sofisticata:
SE DOMANI MIO FIGLIO STA MALE, L’AMBULANZA ARRIVA O NO?
Perché al cittadino non interessa l’organigramma. TANTO SI TRATTA SEMPRE DEGLI STESSI TIZI, DELLE STESSE POLTRONE, DELLA STESSA 8NC9MPETENZA. Non interessa sapere sotto quale acronimo sia finita la competenza. ASP, AO, AOU, SEU, SUEM, Azienda Zero. Se una persona chiama il numero dell’emergenza e l’aiuto non arriva in tempo, per quella persona l’intero albero amministrativo vale quanto un ombrello disegnato su un foglio mentre fuori diluvia.
NON BASTA APRIRE UN’INDAGINE. BISOGNA ANCHE RACCONTARE COME FINISCE
Dopo ogni tragedia parte lo stesso rituale. Verifiche. Audit. Commissioni. Fascicoli. Relazioni. Acquisizione delle cartelle cliniche. Accertamenti. Parole necessarie, certo. Ma Calabria Magazine pone una domanda ancora più scomoda: CHE FINE FANNO TUTTE QUESTE INDAGINI? Perché un’indagine non può diventare un tranquillante istituzionale somministrato all’opinione pubblica finché l’indignazione passa.
Quando viene aperto un fascicolo, mesi o anni dopo bisognerebbe raccontarne pubblicamente l’esito compatibilmente con gli obblighi di legge: archiviazione, processo, assoluzione, condanna oppure accertamento dell’assenza di responsabilità. Qualunque sia. Perché persino sapere che nessuno ha sbagliato costituisce una risposta. Il silenzio no.
SE MANCA UN’AMBULANZA NON È COLPA DEL DESTINO – Ed eccoci alla questione centrale. Un terremoto è imprevedibile. Un fulmine è imprevedibile. Un incidente stradale, nella sua specificità, può essere imprevedibile. UNA CARENZA CRONICA DI AMBULANZE, MEDICI, INFERMIERI O POSTAZIONI NON LO È. Se dura mesi o anni, diventa programmazione mancata, insufficiente. Diventa MENEFREGHISMO E INCOMPETENZA. Se viene denunciata e permane, diventa un problema di governo. Se un servizio viene previsto ma non attivato, qualcuno deve spiegare perché. Se un territorio rimane scoperto, qualcuno deve spiegare chi abbia deciso l’organizzazione che lo ha lasciato scoperto. Se cinquanta minuti diventano possibili, bisogna capire quale concatenazione di scelte li abbia resi possibili. Questo non significa affermare che il dirigente X “ha ucciso” il paziente Y. Significa qualcosa di giornalisticamente più serio:
CHI ESERCITA IL POTERE DEVE RENDERE CONTO DEL FUNZIONAMENTO DEL SERVIZIO CHE GOVERNA. Altrimenti non abbiamo manager. Abbiamo soltanto intestatari di uffici.
E ADESSO RISPONDETE
Occhiuto, Miserendino, Minniti, Giuliano, Graziano, Battistini, Berardi, Carbone, Frittelli, De Salazar e tutti coloro che, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, governano oggi pezzi della sanità calabrese non vengono chiamati in causa per essere processati sulle pagine di un giornale. Vengono chiamati in causa perché SONO LORO A OCCUPARE LE POSIZIONI DALLE QUALI LE RISPOSTE DEVONO ARRIVARE. Vogliamo conoscere quante postazioni 118 previste siano realmente operative ventiquattr’ore su ventiquattro. Vogliamo sapere quante volte nel 2025 e nel 2026 un’ambulanza abbia impiegato più di venti, trenta, quaranta e cinquanta minuti per raggiungere un codice di emergenza. Vogliamo conoscere quante postazioni abbiano lavorato senza medico quando il modello organizzativo ne avrebbe previsto la presenza. Vogliamo conoscere quanti turni siano rimasti scoperti. Vogliamo sapere quali correttivi siano stati introdotti dopo Serafino Congi. Quali dopo Carlotta. Quali dopo Longobucco. E quali verranno adottati dopo Vibo, se la ricostruzione dei cinquanta minuti verrà confermata. Perché questa volta il comunicato nel quale “l’Azienda esprime vicinanza alla famiglia e dispone immediati accertamenti” non basta più. La vicinanza non rianima. L’accertamento non defibrilla. Il cordoglio non arriva a sirene spiegate. L’AMBULANZA SÌ.
LA CALABRIA NON CHIEDE MIRACOLI. CHIEDE CHE IL 118 FACCIA IL 118
Non chiediamo che ogni malato venga salvato. Sarebbe una pretesa assurda e profondamente ingiusta verso chi lavora nella medicina d’emergenza. Esistono condizioni nelle quali neppure il miglior medico del mondo può cambiare il destino di una persona. Chiediamo qualcosa di infinitamente più semplice. Che quel medico possa provarci. Che quell’infermiere possa arrivare. Che quell’autista abbia un’ambulanza da guidare. Che quell’ambulanza sia disponibile. Che la postazione esista realmente e non soltanto dentro una delibera. Che il cittadino non debba diventare contemporaneamente paziente, centralinista, autista e soccorritore di se stesso.
Perché dietro ogni ritardo non c’è un numero. C’è qualcuno che aspetta. E dietro qualcuno che aspetta c’è una madre, un padre, un figlio, una moglie, un marito, un fidanzato che guarda l’orologio mentre una sirena non si sente ancora. È questa l’immagine che dovrebbe rimanere appesa in ogni ufficio della sanità regionale. Non le fotografie delle inaugurazioni. E sotto una sola domanda:
QUANTO TEMPO PUÒ ASPETTARE UN ESSERE UMANO PRIMA CHE IL DIRITTO ALLA SALUTE DIVENTI SOLTANTO UNA FRASE SCRITTA NELLA COSTITUZIONE?
Serafino Congi non può più rispondere. Carlotta La Croce non può più rispondere. Antonio Sommario non può più rispondere. Andrea sta combattendo, secondo la ricostruzione che ci è stata consegnata. Adesso tocca a chi governa. E questa volta non chiediamo cordoglio. CHIEDIAMO RISPOSTE, NUMERI, TEMPI, ATTI E RESPONSABILITÀ ACCERTATE. PERCHÉ IN CALABRIA MORIRE NON PUÒ DIVENTARE L’UNICO MODO PER OTTENERE FINALMENTE L’ATTENZIONE DELLA SANITÀ.
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