Ceuta, la remigrazione e il paradosso della tolleranza di Popper

Avete visto cosa è successo a Ceuta poche ore fa. Le immagini di quella marea umana che dal Marocco ha invaso l’enclave spagnola in terra d’Africa. Più di cinquantamila persone, attraversando a nuoto la sottile lingua di mare che separa il Marocco dal protettorato spagnolo, hanno fatto ingresso in massa nel territorio iberico.

Le immagini hanno fatto immediatamente il giro del mondo, scatenando reazioni violente, isteriche o giustificative a seconda della latitudine da cui veniva osservato il fenomeno. Elon Musk ha postato le immagini cinematografiche di un’invasione zombie, di dubbio gusto. Altri, da parti opposte, urlavano all’allarmismo ingiustificato e alla strumentalizzazione. Alimentando il motivo del contendere sulla figura del premier spagnolo Sanchez, fautore dell’accoglienza e leader europeo della sinistra. Altri ancora spiegavano con spocchia che Ceuta non fosse Europa perché era Marocco, dimostrando, oltre a una sovrana ignoranza, di non conoscere la differenza tra geografia e sovranità territoriale.

Io non sono d’accordo con nessuna di queste versioni. Per me Ceuta resterà uno spartiacque nella politica contemporanea. E la citazione dei tragitti a nuoto nei confini marini non è casuale. Mi avvio a illustrarvi il perché, non prima di aver fatto un’analisi attenta dell’accaduto.

La sentenza che ha cambiato tutto

Foto: Jalal Morchidi © EPA/ANSA

A far esplodere lo scontro politico è la sentenza della Corte Suprema, notificata l’8 luglio, che limita i respingimenti immediati (le «devoluciones en calientes») dei migranti che raggiungono Ceuta e Melilla a nuoto. Secondo i giudici, la procedura speciale può essere applicata solo a chi viene intercettato mentre supera le barriere di confine, mentre per chi arriva via mare devono essere avviate ordinarie procedure amministrative, con identificazione individuale e garanzie prima dell’eventuale rimpatrio.

Madrid sostiene che proprio questa interpretazione sia stata sfruttata dalle reti dei trafficanti. Non ci vuole un genio a capire che se la Corte Suprema dice che non puoi essere respinto, non dico che equivalga a un invito ma quasi.

La sanatoria, la «Ley de Nietos» e la fabbrica di elettori

Secondo fatto: la sanatoria per i migranti promossa da Sanchez per cinquecentomila irregolari sul territorio spagnolo. Una previsione rivelatasi errata: dopo l’apertura dei termini, sono arrivate più di un milione e centomila domande: più del doppio delle attese.

Foto Giner © EPA/ANSA

Per pura tassonomia maliziosa ricordo che la cifra di mezzo milione è la stessa approvata dal governo Meloni poco tempo fa. Due governi di segno opposto, cifre simili. Le opposizioni spagnole denunciano apertamente un possibile «effetto calamita» sui flussi migratori, accusando l’esecutivo di una politica di «porte aperte». Forse non hanno tutti i torti.

Lo scontro si è esteso anche alla cosiddetta «Ley de Nietos», che consente ai discendenti degli emigrati e degli esiliati del franchismo di ottenere la cittadinanza spagnola. Nei consolati sono state presentate 2,4 milioni di richieste, delle quali oltre 544mila finora approvate, con oltre 306mila nuovi cittadini già iscritti nei registri spagnoli. Il leader del PP, Alberto Núñez Feijóo, ha parlato di una «fabbrica di elettori»: accusa rilanciata anche da Vox. Il sospetto che la sinistra usi l’immigrazione di massa come arma elettorale non è di certo peregrina.

Muhammad VI: generoso strategicamente

Sua Altezza Re Muhammad VI

In questo clima vanno capiti anche alcuni fatti del Marocco. Il re Muhammad VI, che appare sovente nelle immagini giornalistiche sempre con il fez caratteristico, simbolo del nazionalismo marocchino, ora associato alla corte reale, è un re moderno e, come vedremo, strategicamente generoso.

È un re senza regina perché l’ha ripudiata, divorziandone nel 2018. Ma è anche molto modernista per un paese islamico. Nella sua illuminata visione concede spesso grazie ai carcerati: quasi duemila li ha graziati pochi giorni fa e sono usciti in massa dalle prigioni riversandosi anche loro nella marea umana di Ceuta. Anche questo è un fatto.

L’accordo con l’Algeria e i messaggi geopolitici

(Foto: Abdel Majid Bziouat © AFP/ANSA)

L’ultimo fatto, per ora: l’accordo siglato il 20 luglio da Sanchez con l’Algeria, principale rivale regionale del Marocco e storico sostenitore del Fronte Polisario. Tre giorni dopo, la Commissione Giustizia del Congresso spagnolo ha approvato la proposta di legge che apre la strada alla cittadinanza dei Sahrawi nati durante il periodo dell’amministrazione coloniale spagnola. Per Rabat si tratta di un tema estremamente sensibile, perché tocca direttamente la questione della sovranità sul Sahara Occidentale. È in questo contesto che la pressione sulla frontiera di Ceuta è tornata improvvisamente a crescere.

Affermare che esista un rapporto di causa-effetto sarebbe improprio. Osservare però che la gestione della frontiera si intensifica o si allenta nei momenti di maggiore tensione diplomatica non significa indulgere nel complottismo: significa prendere atto di una ricorrenza ormai evidente. Ceuta non è soltanto una frontiera: è un canale attraverso cui gli Stati si scambiano messaggi politici. È chiaro dunque che il combinato disposto di tutti questi elementi ha determinato la crisi: frutto di molti fattori, ma certamente non della casualità.

I migranti come arma: la teoria oscura

Foto: Jalal Morchidi © EPA/ANSA

C’è poi un ulteriore elemento che rende ancora più oscura questa vicenda. Le immagini girate in tutto il mondo hanno mostrato camion che sbarcavano persone nei pressi della frontiera a migliaia, davanti a poliziotti che invece di fermarle ne regolavano il traffico. L’invasione era stata veicolata sui social per giorni insieme alle notizie descritte. Niente sembra casuale. Forse neanche il rapporto molto stretto del Marocco con Israele e con gli Stati Uniti. E molti maliziosamente hanno delineato un’azione volontaria e programmata nei confronti di Sanchez e della sinistra europea, rei di aver sostenuto la Palestina e negato sostegno logistico agli USA.

Speculazione non peregrina. Che apre però a una teoria tanto mostruosa quanto realistica. I governi mondialisti hanno da decenni usato i flussi migratori come strumento economico, politico ed elettorale. Ma se fosse vera l’idea dell’invasione programmata dal Marocco spinto da USA e Israele, sarebbe la prima volta nella storia — e lo dico senza mezzi termini — che i migranti vengano usati come arma. Non solo: come arma contro coloro che di quei flussi sono stati sempre fautori.

Un’inversione copernicana tanto incredibile da sembrare realistica, ma mostruosa dal punto di vista dei diritti umani. Nella quale gli oltre ottanta morti di Ceuta sono il prezzo più aberrante: usati disumanamente dai fautori marocchini e poi dimenticati in tempo record dai governanti spagnoli. I corpi umani come arma, le morti come perdita accettabile per i giochetti della geopolitica internazionale. Una crudeltà inusitata.

Sanchez il marziale: la prima remigrazione di massa

Pedro Sanchez

Sanchez dapprima non ha inviato né esercito né polizia, lasciandosi praticamente invadere. Appena realizzato che potesse essere un disegno politico, ha tirato fuori un piglio marziale: è apparso in tv denunciando un attacco come se fosse in guerra, e ha inviato l’esercito che ha spazzato via quei poveretti rimandandoli a casa in poche ore con la forza.

In pratica — neanche fosse il temuto Vannacci — Sanchez ha applicato il primo vero caso di remigrazione di massa al mondo, respingendo più di cinquantamila persone in un solo giorno. Fregandosene dei diritti umani, delle sentenze della Corte Suprema e delle vuote dichiarazioni di principio mondialiste.

Dimostrando in un colpo solo grande ipocrisia e anche che la remigrazione è certamente possibile: con sommo paradosso.

Il paradosso della tolleranza di Popper

Karl Popper (Foto: Lucinda Douglas-Menzies)

Ma dopo la sconvolgente scoperta dell’uso dei migranti come vera e propria arma, un’altra cosa mi ha acceso la mente: Sanchez, probabilmente involontariamente, è il primo ad aver applicato in pratica il paradosso della tolleranza di Popper.

Il paradosso della tolleranza è enunciato dal filosofo ed epistemologo austro-britannico Karl Popper nel 1945 nel saggio «La società aperta e i suoi nemici». Esso stabilisce che una collettività caratterizzata da tolleranza indiscriminata è inevitabilmente destinata a essere stravolta e dominata dalle frange intolleranti presenti al suo interno. La conclusione, apparentemente paradossale, formulata da Popper consiste nell’osservare che l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa sia condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta.

«Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti — sentenziava Popper — allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti». Ed è esattamente quello che ha fatto Sanchez inviando l’esercito e respingendo senza eccezioni la marea umana entrata a Ceuta.

Ottanta morti e l’ipocrisia di tutti a Ceuta

Foto: Jalal Morchidi © EPA/ANSA

Ma in tutto questo bailamme il mio pensiero va alle migliaia di persone che hanno attraversato a nuoto quel confine, spinte dal miraggio europeo, rinchiuse in un carnaio esplosivo insieme agli abitanti di Ceuta terrorizzati, poi respinte come animali vaganti al mittente. E soprattutto agli oltre ottanta morti che in questa vicenda di puro sfruttamento umano ci hanno lasciato la vita.

Con i loro corpi che oggi faranno da concime alla mostruosa ipocrisia di tutti i protagonisti di questa vicenda, che per giocare al loro Risiko politico ed economico trattano la dignità umana e la morte al pari dello sterco.

Perché forse aveva amaramente ragione De André componendo quel capolavoro che è Via del Campo«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

Dai diamanti non nasce niente.


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