Con il metodo contributivo l’assegno dipende da contributi versati, crescita del PIL e età di uscita. I requisiti saliranno fino a 69 anni nel 2050. La previdenza complementare serve a colmare il divario tra ultima retribuzione e pensione futura.
Chi lavora oggi e ha iniziato a versare contributi dal 1996 in poi si troverà, al momento della pensione, in una situazione molto diversa da quella dei propri genitori. L’età minima per smettere di lavorare salirà. L’assegno mensile sarà quasi certamente più basso, in proporzione all’ultimo stipendio, di quanto lo sia stato per le generazioni precedenti. E la differenza, in molti casi, sarà significativa.
In concreto, in caso di pensione pubblica, quanto prenderò e quando potrò andare in pensione? La risposta dipende da tre variabili — contributi versati, crescita del PIL e età di uscita — che in parte dipendono dalle proprie scelte e in parte da fattori del tutto esterni. Capire come funziona il meccanismo è il primo passo per pianificare il proprio futuro previdenziale in modo consapevole.
I requisiti cresceranno: nel 2050 serviranno 69 anni
I requisiti minimi per accedere alla pensione di vecchiaia sono collegati all’aspettativa di vita. Quando questa cresce, i requisiti aumentano automaticamente. Dopo la frenata legata al Covid-19, la speranza di vita ha ripreso a salire — e con essa i requisiti previdenziali.
Oggi l’età minima per la pensione di vecchiaia è 67 anni. Nel 2030 serviranno sei mesi in più. La proiezione al 2050 indica 69 anni come soglia di accesso. Anche i requisiti contributivi per il pensionamento anticipato seguiranno la stessa traiettoria al rialzo.
Chi oggi ha quarant’anni deve quindi programmare la propria vita lavorativa e previdenziale sapendo che la pensione arriverà quasi certamente più tardi di quanto stia arrivando ai propri genitori.
Il metodo contributivo: come funziona e chi riguarda
Il metodo contributivo si applica, in via ordinaria, a chi ha iniziato a versare contributi dal 1996 in poi. Nei prossimi anni diventerà progressivamente predominante e poi esclusivo nel calcolo degli assegni pensionistici.
Il meccanismo è diverso dal vecchio metodo retributivo, che calcolava la pensione in base alle ultime retribuzioni percepite e garantiva in genere un tasso di sostituzione — il rapporto tra ultima retribuzione e primo assegno — del 70-80%. Con il metodo contributivo quel rapporto non è garantito e dipende da tre variabili distinte.
Prima variabile: i contributi versati
Il montante contributivo — la somma dei contributi versati nel corso della vita lavorativa, rivalutati nel tempo — è la base da cui parte il calcolo della pensione. Chi versa contributi per molti anni su redditi elevati accumula un montante maggiore. Chi ha carriere discontinue, periodi di disoccupazione, lavoro part-time o redditi bassi accumula meno.
C’è però un limite superiore: il metodo contributivo prevede che i contributi vengano versati solo fino a un certo importo di reddito annuo — attualmente 122.295 euro. La parte di reddito che supera quella soglia non genera contributi e non produce pensione futura. Chi guadagna molto deve quindi tenere presente che la propria pensione sarà calcolata su una base contributiva inferiore al reddito effettivo, con un tasso di sostituzione potenzialmente molto basso.
Seconda variabile: la crescita del PIL
I contributi versati vengono rivalutati ogni anno in base alla variazione del Prodotto Interno Lordo nazionale. Quando il PIL cresce, il montante contributivo cresce. Quando il PIL ristagna o scende, il montante cresce meno — o non cresce affatto.
Quando il metodo contributivo è stato introdotto, le proiezioni ipotizzavano una crescita del PIL dell’1,5% annuo. La variazione effettiva tra il 1996 e il 2025 è stata più bassa. Il risultato è che le pensioni calcolate con il metodo contributivo stanno risultando meno generose di quanto le proiezioni iniziali lasciassero prevedere.
Questa variabile è completamente esterna alla volontà del singolo lavoratore. Non si può fare nulla per influenzarla. Si può solo tenerne conto nella pianificazione previdenziale, sapendo che le stime ottimistiche potrebbero non realizzarsi.
Terza variabile: l’età di uscita
Il montante contributivo accumulato non si traduce direttamente in pensione mensile: viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione che dipende dall’età al momento del pensionamento. Più si va avanti con l’età, più il coefficiente è favorevole. Prima si va in pensione, più il coefficiente è basso.
Chi esce dal lavoro a 67 anni riceve una pensione mensile inferiore rispetto a chi aspetta i 70. Chi accede al pensionamento anticipato — con carriere contributive lunghe ma in età inferiore ai 67 anni — ottiene un coefficiente ancora meno favorevole.
Questa variabile è in parte nelle mani del lavoratore: la scelta di restare al lavoro più a lungo, quando le condizioni di salute e lavorative lo consentono, produce una pensione significativamente più alta.
Quanto si perderà rispetto al passato
Il confronto con le generazioni precedenti è inevitabile. Chi oggi è pensionato con il metodo retributivo percepisce spesso il 70-80% dell’ultima retribuzione. Chi andrà in pensione tra vent’anni con il metodo contributivo puro — carriere discontinue, PIL basso, uscita precoce — potrebbe percepire il 50% o anche meno.
La consapevolezza di questo divario ha spinto a ipotizzare, a livello politico, l’introduzione di una pensione minima garantita anche per le pensioni calcolate interamente con il metodo contributivo — come già avviene per le pensioni miste. L’idea è che sotto una certa soglia l’assegno debba essere integrato dallo Stato, indipendentemente dai contributi versati.
Anche la Ragioneria Generale dello Stato, nel suo ultimo rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico, evidenzia la necessità di politiche orientate a rafforzare l’inclusione previdenziale attraverso il sostegno a carriere continue e la valorizzazione dell’anzianità contributiva.
Il ruolo della previdenza complementare
È in questo contesto che la previdenza complementare acquisisce un significato concreto. Non è un’alternativa alla pensione pubblica: è uno strumento per compensare il divario tra l’ultimo stipendio e l’assegno che il sistema pubblico garantirà.
Chi aderisce a un fondo pensione — versando il TFR e, se possibile, contributi aggiuntivi — accumula un capitale separato da quello previdenziale obbligatorio. Al momento della pensione, potrà convertire quel capitale in una rendita mensile aggiuntiva, oppure riceverlo in parte come capitale e in parte come rendita.
La RITA — Rendita Integrativa Temporanea Anticipata — consente inoltre di utilizzare la posizione maturata nel fondo pensione come reddito ponte negli anni che precedono la pensione pubblica. Chi ha 63 anni e vuole smettere di lavorare prima dei 67 richiesti dalla legge può farlo se ha accumulato una posizione sufficiente nel fondo pensione: la RITA copre il periodo di transizione.
L’adesione alla previdenza complementare ha senso prima si comincia, maggiore è l’accumulo nel tempo. Per chi ha iniziato a lavorare da poco, ogni anno di ritardo nell’adesione è un anno di capitalizzazione perso. La scelta non può essere rinviata indefinitamente: il tempo è la variabile più preziosa nella costruzione di una pensione complementare adeguata.
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Paolo Florio
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