Negli ultimi anni la ricerca sulle malattie genetiche rare ha compiuto progressi straordinari grazie a nuove strategie terapeutiche sviluppate attraverso approcci differenti. Si va dalla creazione di piattaforme standardizzate di terapia genica, pensate per ottimizzare competenze e risorse, fino allo sviluppo di terapie altamente personalizzate, progettate per risolvere il problema specifico del singolo individuo, casi in cui il farmaco viene realizzato su misura per ciascun paziente.
Dal punto di vista economico, però, il percorso che porta dalla ricerca al mercato richiede investimenti enormi. Spesso si tratta di terapie poco attrattive dal punto di vista commerciale, tanto che le aziende farmaceutiche decidono di interrompere il proprio impegno. È proprio una di queste situazioni critiche, il rischio che un farmaco già disponibile non fosse più commercializzato perché poco redditizio, ad aver spinto Fondazione Telethon ad assumersi un ruolo del tutto nuovo: non limitarsi allo sviluppo della terapia genica, ma occuparsi della sua commercializzazione e, poi, di seguire anche tutto il percorso necessario per arrivare all’approvazione regolatoria e alla commercializzazione. È accaduto, rispettivamente, con la rara immunodeficienza genetica Ada-Scid e successivamente con la sindrome di Wiskott-Aldrich. Altri programmi terapeutici sono oggi in fase di sperimentazione. «Ci trovavamo nel contesto di un’alleanza strategica con un’azienda farmaceutica, che permetteva all’accademia di fare la propria parte e all’industria di mettere a disposizione tutte le proprie competenze, per portare sul mercato nuove terapie geniche», racconta Federica Basilico, coordinatrice dell’Unità di Business Development di Fondazione Telethon. «Muovendoci nell’ambito delle malattie rare, l’azienda farmaceutica che aveva portato sul mercato la prima terapia genica per la Ada-scid, ci comunicò tuttavia la decisione di ritirarla non per motivi medico-scientifici, ma esclusivamente commerciali».

Il secondo caso riguarda la terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich. «Quello fu un doppio salto mortale», ricorda Basilico. «L’azienda farmaceutica decise di ritirarsi quando il farmaco era in una fase molto avanzata di sviluppo, ma non era ancora arrivato sul mercato. Mancavano i passaggi regolatori per l’autorizzazione all’immissione in commercio e la negoziazione del prezzo. Abbiamo quindi dovuto costruire l’intero sistema di accesso al mercato, pricing e distribuzione. Per una charity come Fondazione Telethon significava percorrere «una strada assolutamente inaspettata, inedita e senza precedenti».
Su VITA magazine di Luglio-Agosto, appena uscito, la sezione ProdurreBene contiene una interessante indagine sulla responsabilità sociale del settore Pharma:
Fondazione Telethon continua a essere una realtà non profit che finanzia e svolge ricerca attraverso i propri istituti, costruendo una pipeline di nuovi farmaci. Arrivare alla messa a punto di una terapia, tuttavia, rappresenta solo una parte del percorso. «La produzione di questi medicinali altamente complessi non viene svolta internamente, ma affidata a fornitori specializzati che operano secondo le Good Manufacturing Practices, le Buone pratiche di fabbricazione, l’insieme di norme internazionali che garantiscono standard estremamente elevati di qualità produttiva» spiega Basilico. Questo apre molte questioni.
Si capisce che la sfida non è soltanto scientifica. Occorre individuare nuovi modelli capaci di rendere sostenibili lo sviluppo e la commercializzazione di terapie tanto efficaci quanto costose. Va però ricordato che molte di queste rappresentano trattamenti definitivi, che modificano radicalmente la storia clinica del paziente. «Fondazione Telethon è costantemente alla ricerca di modelli di sviluppo sostenibili», spiega Basilico. Una delle strategie consiste nello sviluppare piattaforme comuni di terapia genica, così da ridurre tempi e costi di sviluppo.
«Abbiamo cercato di capitalizzare l’esperienza maturata al San Raffaele Telethon Institute for Gene Therapy Sr-Tiget, dove sono stati trattati con terapia genica complessivamente oltre 150 pazienti affetti da cinque diverse malattie. Conosciamo molto bene la tecnologia e la sua applicazione a patologie differenti. Ci siamo quindi chiesti come cambiare paradigma, sviluppando terapie per gruppi di malattie accomunate dagli stessi meccanismi patogenetici, senza dover ripartire ogni volta da zero». Un esempio concreto è rappresentato dalle malattie da accumulo lisosomiale, causate da mutazioni che compromettono il funzionamento di enzimi cellulari essenziali. L’idea è standardizzare e parallelizzare lo sviluppo delle terapie per patologie biologicamente simili, valorizzando l’esperienza maturata nella leucodistrofia metacromatica e nella mucopolisaccaridosi di tipo I. «Tra i vantaggi di questo approccio, oltre alla riduzione dei tempi di sviluppo e alla possibilità di raggiungere un numero maggiore di pazienti, c’è anche una maggiore sostenibilità economica», osserva Basilico. Dal punto di vista regolatorio, se si utilizza la stessa piattaforma tecnologica, con lo stesso vettore lentivirale, stesso processo produttivo, stessa modalità di modifica delle cellule, cambiando soltanto il gene terapeutico per trattare malattie diverse, «è utile confrontarsi con l’EMA per capire quali dati possano essere riutilizzati da un programma all’altro, quali studi debbano essere ripetuti e quali no, come costruire un percorso regolatorio più efficiente senza compromettere gli standard di sicurezza». Insomma, l’innovazione, sottolinea, non è soltanto tecnologica, ma anche strategica e regolatoria. «Lavoriamo a stretto contatto con l’EMA attraverso le Innovation Task Force», gruppi multidisciplinari creati per favorire un dialogo precoce tra gli sviluppatori di farmaci innovativi e l’autorità regolatoria.


Esiste poi un altro aspetto decisivo: l’industrializzazione dei processi e il trasferimento delle tecnologie alla pratica clinica. L’obiettivo non è soltanto ampliare il numero di pazienti trattabili, ma anche ridurre la dipendenza dalle procedure manuali e rendere il settore più attrattivo per gli investimenti. In questa prospettiva Fondazione Telethon ha avviato una partnership con Cytiva, multinazionale specializzata nelle tecnologie per la bioproduzione, nell’ambito dell’iniziativa Danaher Beacons, che è un programma di ricerca collaborativa promosso dal gruppo Danaher per sostenere progetti con università e centri di ricerca di eccellenza, con l’obiettivo di trasformare le scoperte accademiche in tecnologie e prodotti per le scienze della vita e la diagnostica.
Nel marzo 2026 è stato annunciato il primo Danaher Beacon europeo, una collaborazione strategica pluriennale tra Cytiva e SR-Tiget. «La sfida sempre quella di industrializzare la produzione dei vettori lentivirali e il gene editing delle cellule staminali ematopoietiche, riducendo costi, tempi e variabilità, così da rendere queste terapie accessibili a un numero sempre maggiore di pazienti».
Il tema si inserisce nel più ampio dibattito sul futuro del biotech europeo. «Come evidenziato dal rapporto Draghi del 2024» ricorda Basilico, «l’Europa produce ricerca di altissimo livello ma fatica a trasformarla in farmaci, imprese e investimenti». Tra le principali criticità individuate da Basilico figurano la scarsità di capitali nelle fasi di sviluppo, la complessità dei percorsi clinici e regolatori e la crescente concorrenza di Stati Uniti e Cina, che in un solo anno ha aumentato del 20% il numero degli studi clinici. Il futuro Biotech Act europeo, osserva, affronta alcuni dei principali colli di bottiglia del settore: l’introduzione del Platform Master File, per evitare di trattare ogni nuova terapia genica come un progetto completamente indipendente, una maggiore armonizzazione degli studi clinici nelle malattie rare, dove il numero dei pazienti è estremamente limitato, e la creazione di ecosistemi biotech territoriali. «Non basta avere un ottimo laboratorio, un buon ospedale, un produttore GMP e un investitore. Serve una filiera in cui tutti questi soggetti lavorino insieme. Per questo apprezziamo il fatto che l’Europa parli di ecosistemi territoriali, sistemi multiplayer nei quali ricerca, clinica, produzione e industria siano strettamente integrate. Un nuovo ecosistema in cui tutti gli attori collaborino fin dall’inizio».
Foto di Fondazione Telethon
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Nicla Panciera
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