La pittura dopo Caravaggio al Forte Pietro Leopoldo I a Forte dei Marmi


La fortuna del Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610), è una conquista critica relativamente recente, figlia del lavoro di figure illuminate, come Roberto Longhi, meritorie di una rilettura storico-artistica sorta tra gli Anni Dieci e Venti del Novecento e tutt’ora ricca di dibattiti e riflessioni. Nella “rinascita” dell’Opera di Caravaggio, l’autorevole voce del Longhi, ovviamente non l’unica (per brevità basti citare i suoi contemporanei Lionello Venturi, Matteo Marangoni e Ugo Ojetti), è stata comunque quella più significativa nel precisare la permanenza stilistica della rivoluzione caravaggesca nei secoli successivi alla morte del Merisi, dal 1610 fino al tardo Ottocento.

La pittura dopo Caravaggio a Napoli oggi è a Forte dei Marmi

Grazie soprattutto all’analisi attenta degli artisti del Seicento, delle cosiddette Scuole pittoriche regionali, la critica ha potuto decretare la portata storica del turbolento Maestro lombardo trapiantato a Roma, eredità propagatasi sia per mano dei Grandi che dei petite maître. Furono gli artisti, dunque, a tenere viva la lezione caravaggesca, permettendone la diffusione locale e internazionale (si pensi al successo di Orazio Gentileschi tra le corti europee). Come detto, ancora oggi la ricerca e la discussione sul tema porta interessanti considerazioni nell’offerta divulgativa in primis e, in particolare, nell’offerta espositiva, dove anche il collezionismo privato contribuisce ad allargare il campo della conoscenza.

La pittura dopo Caravaggio al Forte Pietro Leopoldo I a Forte dei Marmi, Installation View, Ph. Barbara Cardini

La collezione Giuseppe De Vito in mostra a Forte dei Marmi

Ben vengano, pertanto, mostre quali Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito, che, promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’arte moderna a Napoli, presenta al Forte Pietro Leopoldo I a Forte dei Marmi (Lucca) un corposo nucleo di tele provenienti dalla rilevante collezione citata nel titolo. Opere che denotano l’interesse e la profonda conoscenza dell’imprenditore di origine napoletana per la pittura del Seicento, delineando il legame con la città non solo sentimentale ma anche da critico, mecenate e fine connoisseur.

la mostra “Pittura a Napoli dopo Caravaggio” al Forte Pietro Leopoldo I a Forte dei Marmi

Da Giovan Battista Caracciolo, noto come Battistello, Jusepe de Ribera, passando per Giovanni Ricca, il Maestro degli annunci ai pastori, Giovanni Battista Spinelli, Francesco Fracanzano, Domenico Gargiulo, … arrivando a Mattia Preti e Luca Giordano; il Dopo Caravaggio, percorso a cura di a cura di Nadia Bastogi, storica dell’arte e direttrice scientifica della Fondazione De Vito, è un terreno fertile e consapevole di sé, con la città di Napoli che incarna la valenza di una New York ante litteram per quanto concerne la scena artistica. Il susseguirsi di autori ricercati e noti del panorama seicentesco partenopeo descrive la raffinatezza della collezione esibita al Forte, sostenuta anche per rievocare la grande vitalità artistica vissuta a Napoli nel XVII secolo.

L’accento narrativo della mostra marca la natura passionale del collezionista De Vito, offrendo uno spaccato, chiaramente non esaustivo, ma di indubbio interesse. Un focus celebrativo per una raccolta notevole per qualità e dedizione. All’interno delle sale, altri piccoli focus sui generi scaturiti in quella felice stagione che fu il Seicento, ovvero le “terzine” o “figure in piccolo”, la natura morta e la figura femminile, tutti preludi di quelle tematiche “deflagrate” nell’Ottocento e confluite in molte arti figurative, persino nel Cinema.

Tre capolavori della Fondazione De Vito a Forte dei Marmi

Merita soffermarsi su alcuni exempla presenti in mostra, capolavori assoluti dell’arte pittorica moderna, per comprendere la qualità dell’esposizione e coglierne il contenuto intellettuale: Sant’Antonio Abate di Jusepe de Ribera (1638), Santa Lucia di Bernardo Cavallino (1645-1648 ca.) e Scena da osteria di Luca Giordano (1655-1660 ca.).

Con de Ribera (Spagna, 1591 – Napoli, 1652) il naturalismo napoletano raggiunge delle vette eminenti. L’immagine del Santo, tradizionalmente austera e solenne, viene interpretata dall’artista spagnolo con un realismo crudo e puntuale, effigiando il protagonista con tutto il possibile riguardo espressivo offerto dalla sua – iconologica – veneranda età: la marezzatura di rughe sulla carne, la barba lunga e rada che trasla in pennellata pura, quasi a suggerire il dinamismo del volto che si rivolge verso la luce, elemento fuori dalla scena e proprio per questo imperscrutabile dallo spettatore, se non suggerito dal riflesso sul volto e sulla mano, dipinta decrepita, eppure saldamente ancorata al bastone a forma di Tau, simbolo di fede incrollabile e attributo dell’Ordine monastico d’appartenenza. Il realismo di Jusepe de Ribera, imbevuto di Controriforma, assume il monito di noncuranza verso la materialità del mondo, a favore di uno sguardo più acuto verso una dimensione metafisica.

La “Santa Lucia” del Cavallino in mostra al Forte Pietro Leopoldo I

Spostando l’attenzione verso Santa Lucia di Bernardo Cavallino (Napoli 1616 – 1656), si avverte già un “aria nuova”, affidata ad un artista versatile molto attento alle novità coloristiche della pittura veneta e di Antoon Van Dyck, distinguendosi, di fatto, da quel tenebrismo peculiare di Caravaggio e de Ribera, pur acuendo quel gusto teatrale di cui Cavallino ne ricaverà un tratto stilistico. La Santa appare rilassata e mite nel suo sguardo vacuo, ogni richiamo drammatico al suo truce martirio è decisamente accantonato, salvo il necessario attributo degli occhi, posti, comunque, in una “quinta” scenica ben velata e adombrata, mentre l’accento compositivo è tutto incentrato sulla grazia infinita del volto, incorniciato da un drappo elegantissimo e bordato d’oro che, insieme alle vesti preziose, denunciano le origini aristocratiche della Santa e, probabilmente, la rilevazione di un cripto-ritratto della committente.

La pittura di Luca Giordano a Forte dei Marmi

Ben altro scenario è raffigurato da Luca Giordano (Napoli, 1634 – 1705) in Scena di osteria, tela di grandi dimensioni che il collezionista De Vito riscontrava come trasposizione pittorica di un’acquaforte di Cornelis de Visscher II (Haarlem 1628 ca. – 1658), con un’identica scenetta cordiale di tre bevitori, peraltro già riportata su tela dal pittore olandese Adrien van Ostade; questo riscontro rafforza l’idea di una fase giovanile del Giordano, quando l’artista napoletano era solito riprendere soggetti desunti da opere incisorie: la sua prima opera nota la Guarigione dello storpio (1653) “denuncia un’attenzione alle opere dei maestri nordici, in particolare di Albrecht Dürer” (De Vito, 1997, p. 85). La chiara influenza di Jusepe de Ribera, non solo stilistica, è rimarcata dalla scelta del Giordano di conferire un atteggiamento più posato alla scena, dando ai volti un’espressione più quieta e velatamente malinconica rispetto all’incisione originale: dunque la licenziosità fiamminga viene traslata in un esempio di buona condotta (“divertirsi, ma con ritegno”), tipico di una fase neostoica della Napoli della seconda metà del Seicento, soprattutto dopo la Peste del 1656.
Da queste tre eccellenze artistiche passate in rassegna, anche in senso cronologico, si può raccogliere in estrema sintesi quella trazione piena e consapevole portata avanti dalla città di Napoli del Seicento, dove l’evoluzione pittorica, segnata dalle due “fughe” del Caravaggio (la prima tra il 1606 e il 1607 e la seconda tra il 1609 e il 1610), fece da rappresentazione plastica di quel fermento storico, culturale e sociale tra i più significativi dell’epoca Moderna.

Luca Sposato

Forte dei Marmi // Fino al 27 settembre 2026
Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito
FORTE PIETRO LEOPOLDO I, Piazza Giuseppe Garibaldi, 9A
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