Ci sono persone che passano per il mondo e lo lasciano come l’hanno trovato. Don Antonio Mazzi, è stato un uomo che il mondo lo ha cambaito per davvero, un ragazzo alla volta, un passo alla volta, lungo strade che nessun altro aveva il coraggio di percorrere.
Don Antonio ci ha lasciati oggi a 96 anni. Ed è difficile scrivere questa frase senza sentire un peso, perché VITA ed Exodus hanno camminato per anni accanto e accanto ai suoi ragazzi. Con don Antonio si poteva essere in disaccordo, ma non si poteva fare a meno di riconoscere che in lui c’era qualcosa di raro: una coerenza assoluta tra le parole e l’amore per la vita e le vite.
Era nato il 30 novembre 1929 a San Massimo di Verona, figlio di una donna che viveva di ricamo e di un padre che non avrebbe mai conosciuto: morì quando Antonio aveva poco più di un anno. Quell’assenza precoce, quel dolore bambino patito nei corridoi del collegio di don Calabria a Verona, non lo rese amaro. Lo rese capace di riconoscere il dolore degli altri. «I miei ragazzi sono il mio Vangelo», diceva. «E salvando gli altri, ho salvato me stesso».

Il Parco Lambro fu l’inizio
Nel 1979, quando diventa direttore dell’Opera don Calabria di Milano in via Pusiano, il Parco Lambro è il più grande mercato europeo dello spaccio. È lì, tra i tossici, gli scarti e il buio, che don Antonio capisce cosa deve fare. Entrare. Stare. Poi tornare il giorno dopo. Nel 1984 fonda Exodus. Ma quello che inventa non è una comunità terapeutica come le altre. All’epoca il modello dominante per il recupero dei tossicodipendenti era la residenzialità chiusa: ti tolgo dal mondo, ti metto al sicuro, ti curo. Don Antonio ribalta tutto. Porta i ragazzi fuori. Li mette in movimento. Nasce così la carovana: una comunità itinerante, undici mesi in giro per l’Italia su camper, con educatori e giovani fianco a fianco, a percorrere strade, attraversare luoghi, incontrare persone.
Sono sempre stato un prete un po’ matto. Senza la follia non sarei riuscito a entrare in sintonia con i miei ragazzi e diventare per loro un educatore, e un padre
L’idea era semplice e geniale insieme: non si guarisce stando fermi. Il cammino fa fare fatica, costringe a stare con se stessi, rompe le abitudini distruttive, genera relazioni vere. «Camminando sei più vicino a te stesso», spiegava don Antonio. Il nome stesso, Exodus, l’esodo, non era retorica biblica: era un programma pedagogico. Muoversi per uscire dalla schiavitù, come nel libro dell’Antico Testamento, ma la schiavitù era la dipendenza, il disagio, la marginalità. E la terra promessa era una vita degna.
Quella carovana, che nel 2024 è tornata a percorrere tutta l’Italia in bicicletta per i quarant’anni della fondazione, non si è mai davvero fermata. È la spina dorsale di Exodus ancora oggi. È l’intuizione che ha dato forma a tutto il resto: le comunità residenziali, i centri, le cooperative. Prima viene il cammino. Poi viene la casa.
Nel 1984 ottiene la Cascina Molino Torrette, che diventa la sede madre. Nel 1985 nasce la prima Unità Mobile, precursore delle moderne attività di strada. Nel 1996 il decreto presidenziale trasforma il progetto in Fondazione Exodus. Trent’anni di lavoro ostinato costruiti passo su passo, ragazzo su ragazzo.
La voce che arrivava dove gli altri non arrivavano
Don Antonio Mazzi era un comunicatore straordinario. Aveva capito con decenni di anticipo che il lavoro educativo non poteva restare tra le mura delle comunità, che il cambiamento culturale si fa anche attraverso le parole, le storie, i mezzi di comunicazione di massa.
Ha scritto per il VITA, Corriere della Sera, La Stampa, Famiglia Cristiana, Avvenire. Ha tenuto rubriche televisive su TV2000, Lettera a don Mazzi, in cui rispondeva alle lettere di giovani e famiglie e su Odeon TV. Ha portato la sua voce su RTL 102.5, con le sue famose pillole infrasettimanali Don Mazzi dà i numeri. Ha scritto decine di libri, da quelli di pedagogia a quelli destinati ai ragazzi delle medie, come il diario scolastico Tremenda (un oggetto di culto per generazioni di adolescenti) fino ai volumi degli ultimi anni come Voglio ancora cambiare il mondo e Saggezza e follia.
Lo so per esperienza vissuta: non usava il linguaggio dei convegni, nemmeno nei convegni. Non parlava come un teologo o un assistente sociale. Parlava come uno che stava lì, che aveva tenuto per mano ragazzi nelle notti peggiori. Parole dirette, a volte ruvide, capaci di entrare dove le parole educate non riuscivano ad arrivare. Quei ragazzi nel giardino della cascina del Lambro, italiani, marocchini, tunisini, egiziani, ognuno con il peso della sua storia, lo ascoltavano in silenzio. Perché sentivano che lui parlava davvero, non recitava un ruolo.
Il suo segreto comunicativo era lo stesso della carovana: non aspettare che la gente venga da te. Il Vangelo, diceva, deve ancora essere scoperto davvero. E lui si era messo in marcia per scoprirlo, ogni giorno, con i suoi.
Una vita che si misura in persone
Oggi Exodus conta una trentina di centri su tutto il territorio nazionale, una ventina di cooperative, presenze in Madagascar, dove nel 2001 fonda l’Associazione Ambalaki e persino in Patagonia, dove nel 2004 apre una comunità per i ragazzi di strada. Una rete che don Antonio ha costruito non da solo, ma con la sua squadra, “capitanata” dal suo amico, “allievo” e braccio destro di sempre Franco Taverna.
Tre lauree honoris causa in pedagogia (Palermo, Lecce, Macerata) e nel 2022 la nomina a Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica. Ma i riconoscimenti ufficiali scorrevano su di lui senza incollarcisi: lui si presentava in maglione e sneaker, i capelli arruffati, la voce potente e un po’ roca. «Non ho mai portato la tonaca», diceva. «Sono allergico a tutte quelle liturgie.»
Quello che lo gratificava davvero era lo sguardo dei ragazzi. Quel sorriso appena accennato sulle labbra di un ragazzo del Marocco o della Tunisia che lo guardava e lo ascoltava, nella cascina del Parco Lambro, mentre lui diceva con la sua voce potente: «Siete il futuro dell’Italia, cazzo!». Non era un comizio. Era un padre che parlava ai suoi figli.
“L’anima non ha età”
Il giorno dei novant’anni, quando lo incontrai per una lunga conversazione che poi abbiamo pubblicato su VITA, mi disse una cosa che non abbiamo dimenticato: «Ho imparato che l’anima non ha età. E l’anima conta più del corpo». Don Antonio Mazzi che, a novant’anni, si dichiarava pronto a ricominciare tutto da capo.
Il 30 novembre 2025, 96enne, quando tagliò l’ennesima torta di compleanno, disse ai presenti, con quella sua ironia che non lo aveva mai abbandonato: «Ho chiesto al Padreterno una proroga, perché ho ancora molto da fare». In quello stesso anno stava preparando un nuovo libro. Stava pensando a nuovi progetti. La carovana non si fermava mai.
Eppure sapeva anche che il tempo ha un andamento suo. «Bisogna leggere la vita a passi», ripeteva, «per capire meglio il momento, e il prima e il dopo». Lui, che aveva trasformato il camminare in metodo educativo, sapeva che ogni cammino ha una meta. La sua meta era quella di un sacerdote: l’incontro con il Dio dei poveri, il Dio che aveva inseguito tra le siringhe del Lambro e le strade di mezzo mondo.
Quello che lascia
Don Antonio Mazzi lascia una Exodus solida, ormai capace di camminare senza di lui come lui ha sempre voluto. Lascia un metodo educativo che ha cambiato il modo in cui l’Italia pensa al recupero dei giovani più fragili. Lascia decine di migliaia di ragazzi che, in un modo o nell’altro, lo hanno incontrato e non sono più stati gli stessi.
Lascia un’idea di Chiesa che non aspetta che la gente venga, ma va a cercarla dove sta: nei parchi della droga, nelle stazioni, nelle periferie buie. Lascia un modo di essere prete che a molti ha fatto scandalo e a molti altri ha aperto la porta della fede. E lascia a noi di VITA che con lui abbiamo condiviso tanti anni di racconto del sociale italiano (Exodus è da sempre membro del comitato editoriale di VITA), la gratitudine enorme per avere avuto la sorte di conoscerlo e ascoltarlo..
Ciao don Antonio. La carovana non si ferma.
In apertura don Mazzi con i ragazzi di Juppiter
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Stefano Arduini
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