Intervista alla grande artista Mariuccia Secol


Ha 97 anni Mariuccia Secol (Castellanza, 1929), una mente fervida, lo sguardo fermo di chi conosce, ha visto e ha fatto molte cose. Mi accoglie nella sua casa-studio di Daverio, un fiorire di opere (sono oltre 200 quelle realizzate e censite dall’archivio gestito dalla famiglia), materiali di lavoro, opere degli artisti amici che hanno vissuto e attraversato la casa. Fino alle imponenti sculture che emergono dalla vegetazione del suo ampio giardino.

Chi è Mariuccia Secol

Racconta con arguzia e senso dell’umorismo, una vita di arte, lotte, femminismo, ostacoli e conquiste. Tante le storie che la riguardano; gli anni della guerra, la Resistenza, un atelier di pittura e poesia in un ospedale psichiatrico, una vita divisa tra Daverio e Milano, dove si trasferisce negli Anni Novanta. E ancora quattro figli, il convegno Donna Arte e Società, la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1978 con il Gruppo Immagine di Varese, il sodalizio di una vita con Milli Gandini (Varese, 1941 – Castiglione Olona, 1917), un film documentario che la riguarda firmato dall’artista Sergio Racanati.

Mariuccia Secol, Casa di bambola (dall’omonima serie), 1970, cm 157×47, tessuto bordato con passamaneria, gonna imbottita con cotone, guanto imbottito, collant.

Le mostre dedicate a Mariuccia Secol

Nel 2019 il suo lavoro e quello di Milli Gandini tornano, insieme a quello di molte altre artiste colleghe non valorizzate sufficientemente fino ad allora dal sistema e dal mercato dell’arte, ad essere guardati con attenzione, con un discreto anticipo rispetto al deflagrare successivo delle indagini odierne sulle questioni di genere, nella mostra Il soggetto imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia ai Frigoriferi Milanesi. Per poi approdare nel 2023 al Joseph and Anni Albers Museum di Bottrop in una grande esposizione sul lavoro di cura. Fino alla mega personale Unraveling che fino al 1° novembre si svolge al Muzeum Susch in Svizzera, con la cura di Monika Branicka e Eva Brioschi, dando il giusto peso ad una importante storia di arte e femminismo che è necessario, soprattutto oggi raccontare.

Mariuccia Secol, Unraveling Installation view Muzeum Such 2026, Crediti-Muzeum-Susch Art Stations Foundation ph.Federico Sette
Mariuccia Secol, Unraveling Installation view Muzeum Such 2026, Crediti-Muzeum-Susch Art Stations Foundation ph.Federico Sette

L’intervista a Mariuccia Secol

Lei ha cominciato la sua attività di artista negli Anni Cinquanta. Qual è stata la sua formazione?
Alle Scuole Superiori, direi. Ho avuto come maestro Galliano Mazzon, che oltre ad essere un artista era anche pittore e poeta. Un uomo eccezionale. L’ho rivisto anche dopo, da sposata, perché casualmente era amico di un cugino di mio marito. Erano stati entrambi in guerra. Mazzon aveva perso una mano e il cugino una gamba. Pertanto, si vedevano spesso ed è stato così che ho ritrovato il mio maestro. Veniva a trovarci con la moglie, che cucinava sempre il minestrone.

Come si chiamava?
Si chiamava Giulia Sala. Ma scherzi a parte era una persona brillante. Ho tirato fuori da poco dei libri che ho di Mazzon e ho trovato anche delle lettere che ci scambiavamo. Lei scriveva davvero bene, penso che fosse lei in realtà la comunicatrice della coppia.

All’epoca era inusuale che una donna scegliesse di fare l’artista. La sua famiglia come l’ha presa?
Mi sono sposata a vent’anni, nel 1948, quindi i genitori avevano poco da dire. Anzi, se vogliamo dirla tutta vivevo a casa dei miei suoceri.

Però anche suo marito anche era un artista, Angelo Tognola.
Sì.

Milli Gandini, La mamma è uscita (Salario al lavoro domestico – primo piano) #5,vintage, cm 30x24, 1975
Milli Gandini, La mamma è uscita (Salario al lavoro domestico – primo piano) #5,vintage, cm 30×24, 1975

E come si vive tra due artisti?
Ognuno viveva liberamente la propria espressione nella pittura. Inoltre, la nostra casa era frequentata da altri artisti.

Ad esempio?
Da Enrico Baj, ma soprattutto Giuliano Vangi e Francesco Fedeli. Un pittore bravissimo tecnicamente, ci ha trasmesso molto.
A casa abbiamo diverse sue opere e posso dire che dopo Mazzon sia stato una sorta di mio secondo maestro.

Ho letto che è venuto qui anche Leonardo Sciascia.
Sì! Abbiamo anche una fotografia insieme. Un insegnante di italiano della Scuola Europea era siciliano e conosceva Sciascia. L’ha invitato qui a Daverio per un giro di conferenze e ci siamo incontrati.

Il suo lavoro è stato pioneristico fin dagli inizi, in quanto ha fondato e gestito negli Anni Sessanta un atelier di pittura e scrittura all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Bizzozero (Varese). Ispirandosi all’Art Brut di Jean Dubuffet. Come funzionavano questi laboratori? Quali erano i principi che lo guidavano? Cosa ha ricavato da questa esperienza?
Dunque, ero stata invitata dall’allora direttore dell’Ospedale, il dottor Balduzzi, a creare un atelier di pittura. Tutto è iniziato con 12 ammalati in una sala. E questo è andato avanti per due anni e più, a partire dal 1965. Solo che poi, anche gli altri ammalati hanno cominciato a chiedere “Perché noi no?”.

E cosa è successo?
All’epoca operavo nel reparto degli ammalati più gravi. È finita che anche il medico di un altro reparto, dove le persone si muovevano individualmente, ha voluto coinvolgermi. Abbiamo aperto l’atelier e così ha partecipato tutto l’ospedale. E avevamo invitato, con il permesso delle suore, anche le donne.

Con quali risultati?
Niente da fare, la loro cultura era quella “della calzetta”, come l’abbiamo poi denominata. Ci dicevano: “ma noi facciamo la calza, la vendiamo o la regaliamo ai parenti”. E quindi con queste premesse non sono venute a dipingere.

Una bella disdetta.
Vero. Però ci siamo accorti fin dai primi momenti che il raccontare degli ammalati era diverso. C’erano molte persone analfabete all’epoca e spesso il medico chiedeva loro di spiegare i disegni che facevano, trovando dei motivi per le loro forme di malattia. Ci siamo resi conto che il loro era un parlare poetica. Abbiamo quindi cominciato a farli scrivere e per chi non sapeva farlo scrivevamo noi, lasciando emergere una sorta di scrittura-poesia.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

E a quel punto le donne hanno partecipato?
Sono venute a saperlo e hanno chiesto di partecipare anche loro. Lavoravamo in un padiglione chiuso, il Golgi, dove nessuna donna, tranne me che forse sono stata la prima, era mai entrata. Hanno fatto uno sciopero volontario per i viali dell’ospedale gridando, Vogliamo andare al Golgi a scrivere poesie! Insomma, una vera rivoluzione. E hanno ottenuto ciò che desideravano. Tant’è che poi hanno cominciato a scriverle al bar, nei momenti di ritrovo… Scrivevano dappertutto. Abbiamo raccolto le loro poesie e poi un giornalista de La Prealpina, Luciano Gallina, ha voluto selezionarle e pubblicarle nel libro “Poesia degli esclusi”, che raccoglieva la parola dei malati. Ed è stato bellissimo, uomini e donne stavano insieme e scrivevano… Tutti scrivevano.

Una rivoluzione femminista in piena regola già allora. In quegli anni il suo lavoro rifletteva in pittura i traumi della guerra, che lei ha vissuto durante la sua infanzia.
Ma sì, perché guardi, è tutta una storia di guerra: dall’inizio, ci siamo ancora adesso.

Certo.
Durante la Grande Guerra mio padre, che non era ancora sposato, è stato ferito al ventre. Erano in ritirata e giaceva abbandonato in un campo di feriti. Fortunatamente è passato un barelliere del suo paese di provenienza, l’ha riconosciuto e l’ha salvato. Altrimenti non ci sarebbe stato mio padre.

E non ci sarebbe stata lei.
Già. Poi è arrivato il fascismo. Nel frattempo, era nato mio fratello che aveva otto anni in più di me ed è stato mandato in Russia, dove aveva fatto la battaglia del Don. Rientrato in Italia ha partecipato alla Resistenza, ed è stato in quell’occasione che ho conosciuto colui che poi è diventato mio marito.

Suo marito era partigiano?
Sì. Era studente in medicina, ma aveva dovuto nascondersi perché i tedeschi erano stati a casa sua e l’avevano cercato. Continuavano a tornare, così è dovuto scappare da una sua cugina panettiera. Qualche volta stava in negozio, così l’ho conosciuto andando a comprare il pane (ride).

E come è andata?
Eh, mio fratello aveva capito che c’era qualcosa che non andava, perché uscivo di casa col buio. Una sera d’inverno, saranno state le 17, mi ha pedinata e ci ha scoperti. Disse: tu a casa, che con lui ci parlo io! Ma erano entrambi partigiani, quindi sono diventati subito amici. La guerra incalzava: i bombardamenti a Milano, la fuga nelle campagne, andavamo a letto vestiti. Alla fine della guerra, nel 1948, mi sono sposata e dopo un anno è nato mio figlio Alberto (Alberto Tognola, artista. Mariuccia Secol ha quattro figli, ndr.).

È stato allora che si è trasferita a Daverio?
Sì, mio marito era medico, ha avuto un concorso di condotta e l’hanno trasferito qui. Avevo già tre figli allora. E mi capitava che giravo il risotto e nel frattempo dipingevo. Fino a quando non ci siamo trasferiti nella casa in cui siamo ora e abbiamo creato uno spazio al piano di sopra dove c’era il nostro studio d’artisti e uno spazio di gioco per i bambini. Lavoravo tenendoli sotto controllo.

Negli Anni Settanta inizia a lavorare con Milli Gandini e Mirella Tognola, con le quali fondate il Gruppo “Immagine” di Varese.
I ragazzi che avevano fatto la lotta studentesca mi hanno invitata a Varese a un gruppo di autocoscienza. Ci sono andata, e quello ha stravolto la mia vita!

Perché?
La nostra era una vita che tutte facevamo scontente. Mia madre diceva: “Fate bene voi a lottare, noi eravamo scontente senza sapere il perché”. Abbiamo cominciato a prendere coscienza di ciò che eravamo e dovevamo fare. Ed è iniziato tutto da lì.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

Ci spieghi meglio.
Eravamo scontente perché non avevamo autonomia personale. Però sapevamo perché. E quindi da lì è cominciata la nostra lotta.

La vostra era un’idea di femminismo però un po’ diversa, perché voi eravate tutte sposate, eravate madri…
Eravamo in collaborazione, noi e i nostri figli. Mio marito era un bravo medico, amato e stimato, tutti gli volevano un gran bene. Ma aveva una cultura maschile. Non è mai stato aggressivo con me, però non potevo fare nulla senza permesso. Man mano che prendevo coscienza, diventavo anche più autonoma. Mio marito era peraltro politicamente impegnato, quindi a un certo punto ha dovuto rinunciare a impedirmi di uscire o di fare delle cose. Le faceva lui, perché io no? Abbiamo quindi praticato l’autocoscienza per un anno intero e sempre più ci rendevamo conto, perché ognuna di noi raccontava il proprio malessere. E da quelle sedute emergeva la strada da prendere per evitarlo.

Certo. E l’arte in che modo l’ha aiutata in tutto questo?
Mi esprimevo.

Nel 1974 avete promosso a Milano il convegno Donna Arte e Società, che ha portato alla scrittura del documento Vogliamo Vo(g)liamo. Cosa emergeva dal manifesto che avete prodotto e quale riscontro avete avuto dall’opinione pubblica?
Noi eravamo le organizzatrici e abbiamo proposto un intervento in cui presentavamo le nostre ragioni e i nostri obiettivi. L’autonomia di cui parlavamo. Ma i gruppi femministi erano spesso in contrasto. Ad esempio, il gruppo di Roma ci contestava che noi facevamo la lotta per i soldi e non era vero ovviamente. Ma anche le modalità di azione erano differenti, le loro riunioni erano totalmente teoriche. Non c’era molto di pratico vero e proprio, non erano artiste, anche se vi militavano molte giornaliste bravissime. Ci chiamavano “le montagnine”, perché venivamo tutte da Varese, e “le rozze”, perché eravamo artiste. C’era sempre qualche attrito, non si riusciva mai ad unire i due gruppi. Ognuno voleva far primeggiare il proprio pensiero.

E di Carla Lonzi che ne pensa?
Carla era fantastica.

Invece voi eravate più vicine al gruppo di Padova
Esatto. Ai temi del salario contro il lavoro domestico. Il suggerimento di Padova è che quando sei autonoma economicamente hai il potere di realizzare il tuo pensiero. Per esempio, vuole sapere perché abbiamo formato il gruppo? All’inizio eravamo solo io e Milli Gandini. Ma poi c’è stato un episodio, un caso di stupro in Veneto. Alle manifestanti non è stato permesso di entrare in aula, ma tutte le donne del Triveneto si sono riversate davanti al Tribunale, una cosa sconvolgente, e l’uomo è stato condannato. Era una delle prime volte che questo avveniva, prima lo stupro non veniva nemmeno considerato un vero proprio reato, più una ragazzata. Ci siamo rese conto quindi che bisogna avere una certa forza per lottare, non essere individualiste, se si vogliono ottenere dei risultati. Da qui è nato il Gruppo “Immagine” di Varese.

Come è stato recepito il manifesto Vogliamo Vo(g)liamo?
Insomma… Rimaneva sempre un po’ tutto circoscritto come una questione privata. E per quello che da Roma non eravamo accettate. Dicevano che eravamo favorevoli al maschilismo, perché nel luogo del convegno abbiamo usato una scrivania e un microfono, che è un simbolo del patriarcato. Ma sono venute settecento persone, in qualche modo dovevamo farci sentire.

Invece gli obiettivi quali erano?
Dopo Donna Arte e Società ci siamo imposte di smettere di collaborare con gallerie che ci chiedevano cinquanta lire al giorno per esporre. Volevamo avere una posizione da vere artiste.

La partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1978

E infatti avete poi partecipato nel 1978 a Dalla creatività femminile come maternità-natura al controllo ricerca della natura alla Biennale di Venezia. Vi aspettavate questo riconoscimento?
Abbiamo scritto un progetto bellissimo e l’abbiamo mandato all’allora presidente Carlo Ripa di Meana che l’ha accettato. E così è cominciato il nostro viaggio a Venezia. Sono arrivate le barche, hanno caricato tutti i nostri lavori. Il tema di quell’anno Dalla natura all’arte ci era favorevole. Eravamo io, Milli Gandini, Mirella Tognola, Clemen Parrocchetti, Silvia Cibaldi, Maria Grazia Sironi Avevamo una sala ai Magazzini del Sale, enorme, pertanto abbiamo pensato di coinvolgere un altro gruppo femminista. Abbiamo invitato il gruppo di Napoli, con Rosa Panaro, Valeria Dioguardi, Anna Trapani, Bruna Sarno. L’ingresso, anche in linea con il tema della Biennale, era un trionfo della natura, con pannelli alti due metri che lo contornavano e proteggevano l’interno, una vasca di plastica che era stata riempita d’acqua, intesa come liquido amniotico. C’erano poi i nostri lavori a cupola, 2 metri per 2 metri, che si riflettevano sulla vasca. Ognuna di noi firmava il proprio lavoro. Mantenevamo la nostra personalità pur facendo gruppo.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

Che riscontri avete avuto?
È venuta una infinità di gente. Ad esempio, l’ex direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga, che era anche docente della Scuola Europea, ci ha invitate ad esporre nella allora Cecoslovacchia. Siamo state a Parigi, in Portogallo, in Sardegna. Ma per lo più siamo state invitate ad esporre in queste forme, molto meno dalle gallerie.

Ma le gallerie guardavano il vostro lavoro, le gallerie italiane?
Il femminismo non era considerato dalle gallerie. Sì, poi naturalmente anche in Italia abbiamo esposto. Ad esempio, a Milano, nello Spazio Metropolitano, ma eravamo già avanti nel tempo, stiamo parlando della prima metà degli Anni Ottanta. Insomma, malgrado la Biennale non ci hanno steso alcun tappeto.

Che ricordi ha delle altre artiste del gruppo?
Il rapporto più importante è stato con Milli Gandini. Milli lavorava la mattina nello studio del marito che era designer ed era una designer anche lei. Io invece lavoravo all’ospedale psichiatrico. Quando uscivamo ci incontravamo, e tutte le mattine era un discutere! C’era evidentemente una grande empatia fra di noi, il rapporto più forte è stato sempre con lei. Successivamente altre artiste sono entrate e poi sono uscite dal gruppo per problemi personali non discutibili, naturalmente. E con molte di loro abbiamo avuto grande sintonia.

Nel 1980 c’è la mostra storica Galleria Cavedra di Varese nel 1980 La mamma è uscita, che ragionava su ruoli e questioni di genere in maniera critica ed ironica. Che ricordi ha di quella mostra?
“La mamma è uscita” significava che la mamma è uscita dai ruoli. Abbiamo realizzato un grande manifesto per la città che indicava il luogo. Ed è stato un momento molto importante. Tanto che abbiamo ripreso questo titolo quando abbiamo scritto il libro omonimo (oggi pubblicato da DeriveApprodi, ndr.), perché era il più significativo che potevamo usare. All’inizio eravamo un po’ incerte se scriverlo o meno, ma poi una ragazza giovanissima ci ha detto: “Grazie per la vostra lotta che ha cambiato la nostra esistenza“. È stato allora che abbiamo pensato che forse era il caso di renderla pubblica questa lotta, di raccontare gli avvenimenti, le storie, gli ostacoli che avevamo affrontato.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

Cosa rappresentava la maternità per voi?
Era un problema che toccava un po’ tutte le donne, soprattutto per ciò che concerne la questione del controllo del proprio corpo e dell’aborto. Pochissime persone potevano ottenere la pillola, che era ancora probabilmente ad un grado sperimentale e quindi era anche difficile da assumere. In quegli anni ho esposto a Roma un’opera, una sagoma, che rappresentava una mamma, con un abitino sopra. Volevo spiegare che anche quando c’è l’aborto la madre ha il dolore sul cuore, è una cosa dolorosa sempre. In quegli anni non c’era né il diritto all’aborto, né alla contraccezione. Erano cose da denunciare e non sottovalutare.

Il mondo dell’arte è pronto ad accettare le mamme artiste, le donne artiste e le donne mamme?
Non è pronto ad accettare le donne in genere. È un ambiente maschilista, c’è poco da fare. Non so esattamente come sia oggi la situazione femminista, ma ricordo molto bene che tra gli Anni Ottanta e Novanta c’erano ancora delle intellettuali e giornaliste che invitate a prendere il microfono ci tenevano a chiarire di non essere femministe, quasi vergognandosi. Era una contraddizione assurda, con tutto ciò che ha patito il femminismo. È la donna prima di tutto a dover cambiare, perché la sua cultura è ancora dominata dal patriarcato. D’altra parte, le viene impartito questo insegnamento, no? È per questo che serve il femminismo. Quando abbiamo presentato La Mamma è uscita alla Casa delle Donne di Milano si è avvicinato a me Corrado Levi. Mi ha raccontato di aver creato un gruppo di autocoscienza maschile, per intendere che c’è un lavoro che devono fare anche gli uomini per liberarsi dal patriarcato.

Secondo lei la parità di genere nel mondo dell’arte è stata raggiunta?
L’espressione “parità di genere” però non mi risolve il problema.

Ovvero?
La cultura diversifica, quindi sembra una parità, ma di fatto profondamente non lo è. C’è differenza, perché l’uomo non partorisce.

Tornando all’arte, sia lei che molte altre artiste, penso a Clemen Parrocchetti, ma la stessa Milli, avete usato oggetti, stoffe, tessuti, cose tratte dal mondo domestico. Era una scelta o un obbligo?
Una scelta! Era la nostra materia.

Ci sono tantissime artiste mid-career che si ispirano al vostro lavoro, in questo momento, penso alle Glorious Mothers, ad esempio.
È stata una grande felicità incontrare Vera Maglioni e Francesca Grossi (Grossimaglioni). Hanno anche coinvolto me e Manuela Gandini, la giornalista e curatrice figlia di Milli, che molto si è impegnata nella promozione del lavoro della madre, in una intervista. Ci tengo però a sottolineare che queste artiste sono davvero autonome nel pensiero, anche se si mantengono sulla linea. Sono davvero molto brave.

Quali sono state le mostre recenti più importanti per lei?
Nel 2019 c’è stata a Milano ai Frigoriferi Milanesi Il Soggetto Imprevisto 1978 Arte e Femminismo in Italia a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna. Scotini è un curatore molto importante per me. Da quella mostra, sono stata invitata nel 2023 ad una importante mostra internazionale, che esponeva anche il lavoro di Milli, intitolata Cooking Cleaning Caring: Care Work in the Arts since 1960, dedicata alla relazione tra arte e lavoro di cura, al Joseph e Anni Albers Museum di Bottrop, in Germania.

E adesso c’è questa grande mostra dedicata a lei in Svizzera a Susch. Lei si aspettava tutto questo riconoscimento del vostro lavoro?
No, non ci pensavo proprio. E quando mi chiedono se sono contenta, ci tengo a dire che non lo sono per me stessa, ma perché si afferma nuovamente l’idea femminista, in anni molto difficili come questi.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

Lei lavora ancora?
Ho pochissima energia. Ma lavoro ancora a delle piccole cose. Nel 2008 ho esposto all’istituto Accademia Musicale Camille Saint-Saens di Crosio della Valle a Varese, 77 quaderni (in realtà ne avevo fatti molto di più), ma non li avevo finiti. Ora sto terminando queste piccole cose.

E quello che ha in mano cosa rappresenta?
Le bombe all’uranio impoverito lanciate contro l’Iraq. Bombe che consumano la carne, le ossa, il corpo e lasciano intatti i vestiti.

È tornata alle origini, alla guerra.
In questa mostra, dal titolo Mark ’77, avevo coinvolto anche i bambini. Anche loro hanno realizzato dei libriccini, una vocalist produceva il lamento delle donne, c’era uno strato importante di vestiti tutti lasciati a terra, che rappresentavano i vestiti nelle tombe. Una mostra così a Milano non l’avrei mai potuta fare. Ecco, questo è il mio lavoro oggi. Chiamo questo procedere “gli avanzi”. Sono le cose che sono avanzate e non ho ancora fatto.

Santa Nastro

Susch//Fino al 1° novembre 2026
Mariuccia Secol. Unraveling
Muzeum Susch
Sur Punt 78

https://www.muzeumsusch.ch/en/2280/Mariuccia-Secol-Unraveling

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