Il seggio più alto nel Consiglio comunale di Frosinone resta vuoto. Da sessanta giorni esatti, da quando Massimiliano Tagliaferri ha lasciato la presidenza proprio con l’obiettivo di gettare nel caos l’Aula. E ieri sera a Palazzo Munari la “vacatio” non solo non si è chiusa ma si è complicata ulteriormente.
Un’aula senza presidente, ancora per settimane
Ore di sceneggiate politiche, tra sospensioni, capannelli e nervi tesi, per arrivare ad un risultato che si può riassumere in una frase sola: nessuno ha vinto, hanno perso tutti. Ed a due evidenze: la macchina amministrativa continua a marciare spedita, approvando le delibere con cui guidare la città: è la macchina politica ad essere ingolfata ed a bloccarsi sempre di più ad ogni tentativo di girare la chiave e spingere sull’acceleratore. La seconda evidenza: il sindaco Riccardo Mastrangeli sapeva dal mattino che sarebbe finita così e non ne faceva mistero.
Prima di settembre, assicurano da Palazzo Munari, non cambierà nulla. La seduta di ieri, l’ennesima dedicata al tentativo di ricostituire l’Ufficio di presidenza, si è chiusa con un nulla di fatto totale: nessuna votazione sulla ricomposizione dell’ufficio e la mozione pregiudiziale che avrebbe voluto affidare la conduzione dei lavori al consigliere anziano Angelo Pizzutelli bocciata sul nascere.
Ad aprire le ostilità, in un clima già rovente, l’intervento del consigliere del Partito Democratico Fabrizio Cristofari, che non ha usato giri di parole per bollare la situazione come una figuraccia politica, annunciando che al momento del voto sulle delibere avrebbe lasciato l’Aula.
Il pressing di Iacovissi e il muro di Mastrangeli
A dare fuoco alle polveri sul piano tecnico-giuridico è stato Vincenzo Iacovissi, capogruppo del Partito Socialista, che ha costruito un ragionamento puntuale richiamando l’articolo 39 del Testo unico degli enti locali: nei Comuni sopra i quindicimila abitanti la figura del Presidente del Consiglio è obbligatoria, e fino alla sua elezione le funzioni — con tutti i poteri — spetterebbero al consigliere anziano, ruolo che nell’assise frusinate è ricoperto proprio da Pizzutelli.
Una tesi respinta con nettezza dal sindaco Riccardo Mastrangeli, secondo cui il ruolo del consigliere anziano avrebbe avuto senso solo all’apertura della consiliatura, quattro anni fa e non nella fase attuale. Sulla stessa linea di Iacovissi si è schierato Anselmo Pizzutelli, leader dei dissidenti interni alla lista del sindaco, che ha accusato apertamente la giunta di tenere in ostaggio la città: procedere sulle delibere più urgenti per salvaguardare la propria posizione, bloccando però tutto il resto dell’attività amministrativa.
La tensione è salita a tal punto da costringere la presidenza provvisoria a una sospensione, richiesta dal consigliere Alviani per provare a sbrogliare la matassa procedurale. Alla ripresa, la pregiudiziale socialista è stata messa ai voti e affondata: un solo sì, sette no e diciannove astenuti su ventotto votanti. Tra questi ultimi, curiosamente, anche esponenti del Pd come lo stesso Cristofari, che ha spiegato di non voler cadere nella “trappola” di far presiedere l’Aula al proprio capogruppo. Con tanti saluti a queste settimane di tentativi per ricostruire un dialogo tra Pd e Psi.
Due scrutini, tre nomi, nessun eletto
Esaurita la fase delle pregiudiziali, si è passati al voto vero e proprio per il presidente. Primo scrutinio, soglia a ventidue voti: Gianpiero Fabrizi, espressione della Lista Ottaviani, si ferma a otto voti (più tre schede con la sola dicitura del cognome), sette le schede bianche, sei per Marco Ferrara di Mani Libere, tre per Pizzutelli. Nessun quorum, si riparte.
Secondo scrutinio, asticella abbassata a diciassette: bianche e Fabrizi pareggiano a dieci voti ciascuno, Ferrara scende a cinque, un voto residuo a testa per le altre caselle. Stallo totale, certificato da un’aula che si è presentata compatta solo nel non trovare un’intesa: per Fabrizi hanno votato Fratelli d’Italia, Lega, Lista Ottaviani, Polo Civico e Identità Frusinate, mentre su Ferrara si sono ritrovate la Lista per Frosinone di Antonio Scaccia e Mani Libere. I dissidenti, per protesta, hanno scelto la scheda bianca.
Ancora una volta a fotografare l’impasse è stato Anselmo Pizzutelli, che ha posto ai colleghi la domanda che pesa più di ogni altra: si continua a oltranza o si riparte dal quorum di ventidue? Un ufficio di presidenza che dirima la questione, ha fatto notare, semplicemente non esiste. Una situazione, le sue parole «ridicola, che certifica la resa di una maggioranza incapace persino di eleggere un presidente».
Capannelli, strappi e la partita (ancora aperta)
Mentre l’aula si arrovellava sui numeri, fuori e dentro l’emiciclo si moltiplicavano i conciliaboli: un fitto colloquio tra Andrea Turriziani (Polo Civico) con Francesca Chiappini (Lista per Frosinone) e Francesco Pallone (passato a dicembre da Futura a alla civica di Chiappini e del vicesindaco Antonio Scaccia) non ha prodotto sintesi alcuna.
La tensione e le divisioni non sono un’esclusiva della maggioranza. Tanto che ad un certo punto il Dem Norberto Venturi lascia l’Aula in polemica con Fabrizio Cristofari ed Anselmo Pizzutelli. Ma dura poco: lo strappo viene ricucito nel giro di poco. La situazione è seria tanto nelle file della maggioranza quanto in quelle delle opposizioni, come dimostra il fatto che da un certo momento si siano materializzati a Palazzo Munari i vertici del circolo Pd cittadino con il Segretario Stefano Pizzutelli e la vice Elsa De Angelis.
Sullo sfondo resta la questione, ancora irrisolta, del riassetto di giunta: da settimane Identità Frusinate chiede l’avvicendamento dell’assessore alla Polizia locale Massimo Sulli proponendo al suo posto Gianluca Di Trocchio. Per ora nessuna risposta.
Il bilancio passa, l’opposizione esce
Dopo l’ennesimo nulla di fatto sulla presidenza, e tra nuove eccezioni procedurali sollevate da Pasquale Cirillo (capogruppo della lista Frosinone Capoluogo e segretario cittadino di Forza Italia, anche lui critico sul parere legale fornito in aula dal Segretario generale) la vicepresidenza ha scelto di proseguire i lavori. Sono così passati gli equilibri di bilancio, i debiti fuori bilancio e alcune pratiche urbanistiche, con la minoranza che ha abbandonato l’aula in segno di protesta.
Ancora una volta le delibere sono state approvate, la macchina amministrativa sta continuando a marciare: gli atti che servono per alimentare quel motore hanno ricevuto il via libera. Alla guida dell’Aula resta, di fatto, Ferrara. A volerla leggere sul piano politico è tutta un’altra storia: la maggioranza non ha i numeri, l’opposizione nemmeno, le spaccature nei due fronti sono profonde ed il Consiglio le ha rese ancora più nette.
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