Dopo la violenta incursione dei coloni nel villaggio di Tal, nei dintorni di Nablus, gli scontri e la nuova ondata di violenza in Cisgiordania, l’organizzazione umanitaria Physicians for human rights Israel (PhrI) ha denunciato un netto peggioramento dell’accesso alle cure sanitarie. L’organizzazione è composta da un team misto di ebrei e palestinesi – medici, attivisti e legali – che promuove il diritto alla salute in Israele e nei Territori palestinesi. E sta portando avanti una campagna per far rilasciare i 14 medici arrestati durante la guerra a Gaza ancora in cella senza un’accusa formale. VITA ne ha parlato con Naji Abbas, responsabile del Dipartimento dei prigionieri e detenuti di PhrI, che dice: «Chiediamo il rispetto del diritto internazionale: chi non è imputato di alcun reato deve essere liberato per tornare a curare i propri pazienti. Gaza ha bisogno dei suoi medici ».
Che cosa è accaduto ai medici di Gaza che sono ancora in carcere?
Nel 2024 ci siamo accorti che quasi ogni volta che l’esercito israeliano entrava in un ospedale o in una struttura sanitaria arrestava decine di medici, infermieri e altri membri del personale. Per i primi sette mesi di guerra non abbiamo potuto incontrarne nessuno perché la politica ufficiale dell’esercito era negare qualsiasi informazione e accesso ai detenuti provenienti da Gaza. Secondo il diritto internazionale, quando le autorità non comunicano dove si trovi una persona arrestata, se sia viva o morta, e impediscono anche alla Croce Rossa e alla famiglia di avere notizie, si configura una sparizione forzata.
Ora gli avvocati possono incontrarli?
La situazione è cambiata dopo che siamo riusciti a svelare ciò che accadeva nel centro di detenzione militare di Sde Teiman, nel deserto del Negev, dove centinaia e poi migliaia di palestinesi provenienti da Gaza venivano tenuti in condizioni disumane, senza contatti con le famiglie, avvocati o Croce Rossa. Successivamente, le autorità israeliane hanno consentito agli avvocati e alle organizzazioni per i diritti umani di incontrare i detenuti.
Avete pubblicato un rapporto molto circostanziato sulle violenze subite dai medici.
Abbiamo incontrato il primo medico nel luglio 2024. Da allora abbiamo visitato decine di medici, infermieri e paramedici. Nel febbraio 2025 abbiamo pubblicato un rapporto sulla loro detenzione illegale e un secondo documento con le testimonianze dirette di 25 operatori sanitari detenuti. Abbiamo quindi lanciato una campagna pubblica, perché il diritto internazionale umanitario riconosce al personale sanitario una protezione particolare durante i conflitti armati.
Vi aspettavate che fossero liberati con l’accordo per il cessate il fuoco e lo scambio degli ostaggi?
Pensavamo e speravamo che tutti gli operatori sanitari sarebbero stati rilasciati nell’ambito dell’accordo raggiunto lo scorso ottobre. Anche perché nessuno dei medici che abbiamo visitato è stato incriminato.
Perché, quindi, sono ancora detenuti?
È la stessa domanda che ci poniamo noi. Oggi sono ancora detenuti circa 55 operatori sanitari, tra cui 15 medici. Nessuno, però, è stato formalmente incriminato. Noi rappresentiamo 14 medici, mentre il quindicesimo è assistito da un avvocato privato. Nel dicembre scorso abbiamo chiesto ufficialmente all’esercito israeliano di liberarli: non esistono accuse nei loro confronti e, con il cessate il fuoco, non poteva più essere invocata l’emergenza militare. Non abbiamo ricevuto risposta. Nell’aprile scorso abbiamo presentato un ricorso alla Corte suprema israeliana, che non si è ancora pronunciata.
Sono sospettati di avere legami con Hamas?
È ciò che viene dichiarato sui media. Le autorità affermano di possedere fascicoli segreti, eppure né gli avvocati né i medici detenuti possono consultarli. Non si può tenere un primario o un direttore d’ospedale in carcere per due anni senza un regolare procedimento giudiziario.
E la Corte suprema non ha ancora risposto…
Purtroppo non abbiamo più molta fiducia nel sistema giudiziario. Per questa ragione abbiamo lanciato anche una campagna pubblica. Chiediamo alla comunità internazionale, ai Paesi che hanno rapporti con Israele e alla comunità medica mondiale di intervenire. Senza una pressione internazionale, il sistema israeliano non proteggerà il loro diritto alla libertà né a una detenzione degna, priva di violenze e abusi.
Ci parli del pediatra Hussam Abu Safiya direttore del Kamal Adwan Hospital, arrestato alla fine di dicembre del 2024.
Abu Safiya ha descritto violenze quotidiane brutali. Ha raccontato di essere stato picchiato tanto duramente da credere, più di una volta, che sarebbe morto. Alla fine di giugno è stato trasferito in una struttura sotterranea. All’inizio di luglio ha detto al nostro avvocato: «Ho la sensazione che mi abbiano portato qui per uccidermi». Ha raccontato di venire picchiato ogni giorno con manganelli e martelli. Aveva già denunciato abusi in precedenza, ma questa volta, secondo lui, era diverso. È convinto che stiano cercando di ucciderlo.
Perché?
Riteniamo che sia stato preso di mira perché lo Stato di Israele teme la sua voce. Milioni di persone conoscono il suo caso e ne chiedono la liberazione. A nostro parere, le autorità hanno compreso che continuare a detenerlo avrebbe avuto un costo politico. Abu Safiya ha raccontato: «Non so che cosa stia accadendo. Entrano ogni giorno nella mia cella e cominciano a picchiarmi senza che prima sia successo nulla». Il nostro avvocato lo ha incontrato nuovamente la settimana scorsa: continua a subire violenze ed è stato picchiato anche dopo la visita di luglio. Ha però riferito che qualcosa sembra essere cambiato: le percosse continuano, ma non più nello stesso modo, e ha potuto incontrare un medico. La pressione internazionale sembra averli indotti a fare un passo indietro.

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E gli altri medici?
Il caso di Husam Abu Safiya è soltanto un esempio di ciò che stanno vivendo gli altri medici, decine di operatori sanitari e migliaia di palestinesi detenuti. Il dottor Medhat Abu Tabng’a, primario di chirurgia dell’Indonesian Hospital, è detenuto dal 3 marzo 2024. Lo scorso novembre una guardia gli ha detto che sarebbe stato rilasciato, ma è stato portato fino al confine con Gaza e poi riportato in prigione senza alcuna spiegazione. Ci ha detto che quello è stato il momento più duro della sua vita.
Perché accade tutto questo?
Già prima della guerra il governo e il ministro responsabile delle carceri, Itamar Ben-Gvir, sostenevano che le condizioni di detenzione dovessero rappresentare un’ulteriore punizione. Secondo questa ideologia non basta privare un palestinese della libertà: anche il cibo, le cure mediche, la possibilità di lavarsi, usare il bagno o ricevere visite devono diventare strumenti punitivi. Dalle testimonianze raccolte è inoltre emerso che gli arresti del personale sanitario facevano parte di una politica più ampia: la distruzione del sistema sanitario di Gaza.
Che cosa può fare, concretamente, la comunità internazionale?
Deve mantenere alta l’attenzione. I governi che hanno rapporti con Israele devono chiedere con forza il rilascio degli operatori sanitari detenuti senza accuse formali. Anche la comunità medica internazionale ha una responsabilità. Ordini dei medici, ospedali, università e organizzazioni professionali devono chiedere la liberazione dei loro colleghi. Lavoriamo con la World medical association e con altre organizzazioni internazionali perché prendano posizione. Nove Paesi si sono già espressi pubblicamente. Abbiamo bisogno di una forte pressione diplomatica.
Stiamo parlando di medici.
Di persone che hanno dedicato la vita a curare altri esseri umani. Indipendentemente dalla nazionalità o dalla religione, il personale sanitario deve essere protetto durante ogni conflitto. Chiediamo soltanto il rispetto del diritto internazionale: chi è accusato sulla base di prove venga processato. Chi non è accusato deve essere liberato e tornare a curare i propri pazienti. Dopo il cosiddetto cessate il fuoco, sono iniziati gli sforzi per ricostruire il sistema sanitario di Gaza, distrutto dall’esercito israeliano. Ogni medico è necessario, soprattutto i professionisti più esperti, i direttori degli ospedali e i responsabili dei reparti di chirurgia. Oggi, Gaza ha disperatamente bisogno dei suoi medici.
In apertura: ZUMAPRESS.com/Zuma Press/Avalon
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Francesco Crippa
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