Il lato oscuro dell’eccellenza: l’agroalimentare emiliano si regge su migranti sfruttati


Esiste, in Italia, un “paradosso populista“: mentre la retorica anti-immigrazione cresce, il sistema produttivo dipende sempre di più dalla presenza di lavoratori migranti. Non fa eccezione il comparto agricolo-alimentare dell’Emilia-Romagna: un settore da 37 miliardi di euro di fatturato, che ha superato i 13 miliardi di export, sostenuto da una forza lavoro prevalentemente straniera. Il 51% degli addetti, infatti, non è italiano, con il dato che ha superato le 42mila unità, un aumento del 15% negli ultimi cinque anni.

A rivelarlo è il rapporto “Un’insostenibile eccellenza? Lavoro migrante e sfruttamento nelle filiere agroalimentari dell’Emilia-Romagna” pubblicato da WeWorld. La ricerca, frutto dell’elaborazione di dati Inps relativi al 2024 e di interviste a istituzioni, imprese e lavoratori, si concentrata fa parte di un più ampio progetto di studio dell’ong sulle condizioni del lavoro agricolo e nel settore alimentare in tutto il Paese.

Dall’analisi dei dati, emerge una “variante emiliana” dello sfruttamento: situazioni che sembrano regolari, in cui, però, contratti, cooperative, appalti e subappalti vengono usati per abbassare il costo del lavoro, ridurre le tutele o esternalizzare responsabilità e rischi verso gli anelli meno visibili della filiera. Secondo gli intervistati, il 30% del lavoro è sommerso, basato sulla sotto-dichia­razione delle giornate e delle ore lavorate, su accordi informali sugli straordinari. Inoltre, lavoro grigio, l’esternalizzazione e il sotto-inquadramento garantiscono per il sistema economico un risparmio che può raggiungere il 40-50% del costo del lavoro.

«Abbiamo scelto di realizzare questa ricerca perché lo sfruttamento non è un incidente isolato, né un problema confinato a poche aziende irregolari o alle sole campagne del Sud. È il risultato di rapporti economici, appalti, politiche migratorie e catene di fornitura che distribuiscono in modo profondamente diseguale potere, costi e responsabilità»,», spiega Margherita Romanelli di WeWorld, esperta di diritti umani, filiere e due diligence. «Le imprese e le committenze, pubbliche e private, non possono limitarsi a verificare che esista un contratto o una certificazione. Devono conoscere e rispondere di ciò che accade lungo tutta la filiera, ascoltare direttamente lavoratrici, lavoratori, sindacati e organizzazioni del territorio, prevenire i rischi e intervenire quando i diritti vengono violati». Fondamentale, aggiunge Romanelli, che ci siano garanzie e tutele per le vittime, affinché non subiscano penalizzazioni se cercano di ricorrere alla giustizia.

«Chi si ribella», racconta infatti Violija, una delle lavoratrici intervistate, «è oggetto di discriminazione: ti fanno fare gli orari peggiori, ti spostano nei turni serali e ai lavori più disagevoli, ti fanno girare tra gli appalti. Anche se fai sciopero sei preso di mira». Violija lavora nel settore della ristorazione collettiva che prepara e distribuisce pasti nelle scuole, nelle usa e nelle aziende. Nel comparto, ha un background migratorio una fascia tra il 60 e il 75% degli addetti, mentre sono donne tra il 75 e l’85%. Si tratta di un lavoro essenziale ma poco attrattivo per i giovani, a causa della precarietà, dei ritmi elevati e delle basse retribuzioni.

Anche qui, le situazioni di abuso non mancano. Negli appalti, infatti, sono frequenti i part-time involontari: contratti di appena 15 ore alla settimana pagati 550 euro lordi al mese. Nel caso delle mense scolastiche, poi, non è prevista una copertura salariale durante i mesi estivi. In molti casi, la retribuzione arriva a comporre un reddito annuale inferiore alla soglia necessaria ((8.263 euro lordi annui) per presentare domanda di cittadinanza per residenza, contribuendo a mantenere le lavoratrici in una condizione di precarietà e ricattabilità. Così, le ore di straordinari, fondamentali per integrare il reddito, rischiano di diventare strumenti di ricatto.

Secondo Marco Omizzolo, uno dei massimi esperti di caporalato in Italia e docente a l’Università la Sapienza, che ha curato la ricerca insieme a Davide Nicola Carnevale, ricercatore dell’Università di Ferrara. L’analisi condotta, dice Omizzolo, «dimostra che il padronato, il caporalato e lo sfruttamento sono un fenomeno diffuso, organizzato e persistente anche in Emilia Romagna, sia pure in modo puntiforme, nonostante l’attenzione e l’impegno su questi temi che questa regione ha sempre manifestato».

La situazione si aggrava in estate, a causa delle alte temperatura. In Emilia-Romagna, dal 3 giugno al 15 settembre, nei giorni in cui la mappa Worklimate indica un livello di rischio “alto”, un’ordinanza regionale vieta il lavoro con esposizione prolungata al sole dalle 12.30 alle 16 nei settori agricolo e florovivaistico, nei cantieri edili, nelle cave e in alcuni piazzali della logistica. Tenere traccia delle violazioni, però, non è semplice. Nelle mense, invece, non ci sono ordinanze analoghe, ma le alte temperature, sommate al calore emanato dagli strumenti e dagli elettrodomestici usati, dalle piccole dimensioni degli spazi e dalla presenza di team talvolta numerosi, sono un ostacolo al lavoro. «D’estate la situazione peggiora: per il caldo umido si sono verificati diversi svenimenti», illustra Emina, lavoratrice di origine macedone.

Segnato da appalti al ribasso, con negativo effetto a cascata su contratti e stipendi, il settore ha anche un significativo spreco alimentare. Una quota tra il 10 e 30% dei pasti prodotti viene gettata a causa delle norme vigenti. Se per certi versi è comprensibile e prevedibile, dall’altro lato la ricerca di WeWorld sottolinea il paradosso per cui nemmeno a chi lo prepara è consentito portare il cibo a casa.

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 Francesco Crippa

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