Esiste un’idea di inclusione che non cerca la ribalta a tutti i costi, che rifiuta la retorica del supereroe o la richiesta di applausi a prescindere, e che aspira, al contrario, alla normalità della gestione quotidiana. A raccontarla, con la concretezza di chi misura i risultati sul campo, è Giuseppe D’Amico, direttore artistico della Fondazione Accademia Ducale Centro Studi Musicali di Pietragalla, in provincia di Potenza. Nel cuore della Basilicata, una realtà nata dieci anni fa per fare ricerca e produzione concertistica si è trasformata, passo dopo passo, in un cantiere permanente di autonomia, formazione e dignità lavorativa per decine di ragazzi e adulti con disabilità.
La Fondazione ha le sue radici in un antico palazzo di Pietragalla, un borgo in provincia di Potenza, e vanta una struttura solida: un ensemble riconosciuto dal ministero della Cultura, una programmazione di oltre quaranta concerti all’anno e tournée internazionali che l’hanno portata fino ai palcoscenici di Shanghai. Eppure, circa tre anni fa, l’istituzione ha avvertito l’esigenza di spalancare le finestre e guardare oltre la sola dimensione artistica. «Uno dei membri fondatori della nostra fondazione, Domenico Pompili — attuale vescovo di San Marino — insieme ad altre persone legate al mondo cattolico, si è chiesto se si potesse fare qualcosa che andasse oltre la semplice questione culturale», ricorda D’Amico.
Togliere le leziosità tecniche per ritrovare l’emozione
Da quella spinta iniziale è nata una sinergia profonda con i Guanelliani di Roma, con l’obiettivo di abbattere gli ostacoli all’accesso alla pratica musicale. L’intuizione pedagogica e artistica di partenza si basava su un ribaltamento prospettico: liberare l’esperienza sonora dalle barriere esecutive. «Se noi eliminiamo dalla questione musicale tutte le leziosità e le faccende tecniche che si sono evolute nel tempo, e ne lasciamo però la parte emozionale e contemplativa — che era il principio base per cui la musica nasce — allora tutti siamo in grado di comporre, suonare e godere di tale arte», spiega il direttore artistico.
Si sono uniti a noi persone con disabilità fino a 40 o 50 anni. Riteniamo che queste persone debbano diventare in un certo modo “invisibili”, nel senso che l’inclusione reale avviene quando stanno all’interno di un’organizzazione esattamente come tutti gli altri
Attraverso campus dedicati ai bambini e ai ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori, l’Accademia ha creato un ambiente in cui la disabilità e la cosiddetta normotipia dialogano su un piano di parità espressiva. Utilizzando lo strumentario Orff, la codifica dei colori e l’uso guidato delle note bianche, i partecipanti hanno iniziato a comporre brani e strutturare veri e propri spettacoli partendo da ricordi, storie personali e sensazioni, con la sola regia armonica di un coadiutore esperto a far da collante.

L’inclusione reale: diventare parte dell’organizzazione
Con il passare dei mesi, l’esperienza si è evoluta, andando a intercettare una risposta sociale a un bisogno ancora più urgente e spesso privo di risposte: la condizione degli adulti con disabilità dopo la fine del percorso scolastico obbligatorio. «Si sono uniti a noi ragazzi e persone con disabilità fino a 40 o 50 anni. Poiché riteniamo che queste persone debbano diventare in un certo modo “invisibili” — nel senso che l’inclusione reale avviene quando sostano all’interno di un’organizzazione esattamente come tutti gli altri —, abbiamo iniziato a strutturare per loro dei veri e propri corsi di formazione professionale».


Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
Per D’Amico e il suo team, restituire dignità significa offrire competenze spendibili, mansioni reali e responsabilità precise all’interno della macchina complessa che ruota attorno a una stagione concertistica. È iniziato così un percorso formativo incentrato sui mestieri dello spettacolo: dalla gestione di una biglietteria all’accoglienza del pubblico in sala, fino alla preparazione delle maschere e alla stesura di bozze per la promozione e il marketing degli eventi.
Dal salone di paese al Teatro Stabile di Potenza
La sperimentazione sul campo ha seguito un approccio graduale e rigoroso, testando l’autonomia del gruppo su palcoscenici via via più complessi. «Abbiamo iniziato in contesti più controllati, come il salone della nostra sede dove ci sono un centinaio di posti non numerati ed era tutto più semplice, con il pubblico accompagnato in punti prefissati», racconta D’Amico. «Poi siamo passati a teatri più grandi, fino ad arrivare al Teatro Stabile di Potenza: una struttura da 450 posti con palchetti e posti assegnati. Ma i ragazzi si sono comportati benissimo: lo Stabile è un luogo privo di barriere architettoniche dove oggi riescono a muoversi in completa libertà e autonomia».
Il nuovo ciclo di concerti, che si snoda dal 3 agosto fino alla fine di dicembre al Teatro Stabile, rappresenta il consolidamento di questo impianto. Il primo appuntamento della stagione vedrà impegnata l’Orchestra Giovanile di Macao: in quell’occasione, il gruppo dei dieci adulti più esperti — che ha completato un percorso formativo durato quasi tre anni — gestirà in prima persona le maschere, la biglietteria e l’orientamento degli spettatori. Al loro fianco ci sarà un secondo nucleo composto da quindici giovani verso i quali si sta trasferendo lo stesso know-how, garantendo un ricambio e un’opportunità di crescita continua dopo i 16 anni.
Comunicazione, intelligenza artificiale e la sfida delle qualifiche ufficiali
L’impegno dei ragazzi non si limita alla presenza in sala durante la serata dell’evento, ma abbraccia l’intera filiera della produzione culturale. Attualmente il gruppo partecipa alla redazione del materiale divulgativo e promozionale, affiancato anche da progetti innovativi che prevedono l’uso dell’intelligenza artificiale per agevolare i processi di creazione grafica e testuale.


Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.
Un lavoro che troverà una vetrina internazionale nei prossimi mesi, quando l’ensemble dell’Accademia inciderà per un’etichetta discografica americana un disco dedicato a dodici valzer inediti di Beethoven in occasione dei 200 anni dalla morte del compositore: la promozione, la grafica e la gestione dei materiali della release saranno curate direttamente dai ragazzi del progetto.
Oggi i partecipanti lavorano alle produzioni dell’Accademia ricevendo un attestato di frequenza interno, ma la sfida della Fondazione punta ora al riconoscimento istituzionale. «Stiamo cercando di attivare convenzioni con gli enti preposti affinché questo cammino possa rilasciare loro un attestato formale, una qualifica professionale che abbia una reale valenza giuridica», sottolinea D’Amico. Una trasformazione necessaria per far sì che il lavoro svolto dietro le quinte e nei foyer non rimanga un’esperienza isolata, ma diventi un modello d’integrazione lavorativa replicabile e riconosciuto.
Foto inviate dall’intervistato
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Davyd Andriyesh
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