Intervista al poeta Luigi Riccio


(Guarda come ti faccio il reggermi sulle mani della materia
implosa urgentemente mamma) una chiave inglese è uno scarabeo
che per saette ti darà sveglia e per le grandi cariche
loro e gli estintori di pugni. Sbarreremo il corridoio e la porta
[con una linea
di matita registreremo le blindate
battaglie. Vatti a lavare le tue mani impiastricciatissime
la storia dalla tua casa sfollata l’avrai finita.
Luigi Riccio

C’è un giovane autore, in Italia, che ha appena fatto uscire una raccolta di poesie che è una rivelazione e al tempo stesso un déjà vu. Diversi suoi estratti, infatti, erano già comparsi su riviste e blog nel corso degli ultimi anni, e della sua pubblicazione nonché del misterioso titolo si vociferava già da tempo (per dirla con Gianluca Furnari in prefazione) nella “bolla dei lettori”. Un libro con l’articolo: di esso, infatti, si parla spesso come del “L’Ovologio”, quasi a rimarcare una sorta di familiarità o di personalità a sé stante. È dunque con questa sensazione di confidenza, e con una certa e bella forma di spaesamento, che ve lo presentiamo.
Il poeta Luigi Riccio è nato nel 2000 a Napoli. È attualmente dottorando in Filologia e Critica presso l’Università di Siena, dove cura un progetto di ricerca sul libro di poesia come diorama. Collabora dal 2022 con l’Osservatorio sul romanzo contemporaneo dell’Università di Napoli, per cui ha contribuito alla sezione sulla narrazione in versi del manuale Osservazioni sul romanzo contemporaneo (Tab edizioni, 2025). È redattore di Inverso dal 2024, e dal 2025 scrive per Vallecchi Poesia. È incluso nell’antologia Napoli mille colori (Mondadori, 2026) e ha pubblicato nel 2026 la raccolta Ovologio (Mar dei Sargassi). Sarà proprio quest’ultima la protagonista dell’intervista di oggi. Buona lettura.

Cover del Libro Ovologio del poeta Luigi Riccio

Intervista al poeta Luigi Riccio

Luigi, tra i tuoi versi, ricchi di figure immaginarie archetipiche e spesso animalesche, sembra che ci sia una presenza importante di fiaba e favola. È così? E, se sì, quale dei due generi prevale sull’altro?
Ti direi che, su canali diversi, sono presenti entrambi; sento però che ci sia molta più fiaba che favola. Questo perché, nella favola, il fine morale e pedagogico è ottenuto attraverso figure sostitutive di funzioni morali o comportamentali (e che quindi non sono realmente dei personaggi), mentre nella fiaba i protagonisti sono vittime di una funzione morale più grande di loro. Quella del prescelto e della profezia è una figura che mi affascina in quanto c’è l’idea di una vita e un’identità vissuta sulla base di una narrativa preesistente.
Proprio per questo mi interessa molto il concetto dell’intrattenimento per l’infanzia che infatti nell’Ovologio compare spesso, soprattutto declinato nella forma che ho vissuto io, più legata a questi tempi. Non è un caso che io alla fine citi anche Roberta Durante che secondo me fa un’operazione simile ma giocata più sulle filastrocche e altri tipi di contenuti ludici per bambini – compaiono i The Sims, per esempio, così come Peter Pan – e il mio intento era un po’ quello lì.

Fiabe e favole moderne, dunque, e forse anche più orientali che occidentali, è corretto? Ci fai qualche esempio di personaggi fiabeschi che animano l’Ovologio?
Due grosse dorsali del libro si reggono su Evangelion che è interamente fondato sull’idea del bimbo prescelto e su tutta la dialettica traumatica e tragica che vi sta alla base. I Tamagotchi a cui mi riferisco, invece, sono quelli dei Digimon, ed è anche da lì che io prendo il sintagma dei bimbi prescelti e del mio archetipo di Shonen. C’è una bella intervista all’autore della prima serie dei Digimon (Akiyoshi Hongo, ndr) che dice: “A me interessava costruire una storia sulla possibilità da parte dei bambini di fare delle scelte, e che questi non fossero succubi di una narrativa imposta dall’alto ma potessero prendersi le proprie responsabilità e viverne i fallimenti e i successi”.
Ed è molto interessante, considerando che c’è tutta una narrazione che è quanto di più lontano dal libero arbitrio si possa avere: il set di risultati che si possono avere dall’evoluzione di quel mostriciattolo (i Digimon, ndr), infatti, è vincolatissimo e al tempo stesso molto segreto. Non si può fare ciò che si vuole, dunque, e non sempre si hanno tutte le informazioni necessarie per fare quello che si vorrebbe per davvero. Il che è contemporaneamente un principio molto realistico – perché non le si ha nemmeno nella vita – ma anche molto fiabesco.

Tu sei tra i redattori di una rivista online e associazione culturale che si chiama Inverso – Giornale di poesia, che si occupa di fare informazione e divulgazione sulla poesia contemporanea in Italia. Come ha influito questa tua attività con la stesura di Ovologio?
Ovologio è un testo che con il tempo è diventato collettivo nelle scritture e non è un caso che tutta l’ultima sezione, nonché parte della penultima, sia dedicata al convivere con gli amici. Se Ovologio, infatti, è un libro sulla creazione volontaria dell’identità e contro le narrazioni imposte, questo fatto comprende anche la famiglia di sangue, che qua si ritrova contrapposta alla formazione di una rete di affetti scelta e selezionata volontariamente. Non credo sia una questione di carriera poetica quanto di residenza: ho avuto la possibilità di abitare con altre menti, altre persone che scrivono, altri affetti; e questo avuto un impatto. Credo che la mia scrittura e il mio modo di concepire la poesia sia cambiato radicalmente nel momento in cui ho potuto avere un accesso costante e ampissimo al confronto con altri pari. E questo, senza Inverso, non avrei potuto farlo.

Luigi, cos’è esattamente un “ovologio”? Sei tu, è il libro, un’altra cosa ancora?
Effettivamente è la somma di entrambe le cose. La prima è letterale, in forma di parafrasi: un “ovologio”, che è anche è la traduzione esatta di tamagotchi, è un discorso sulle uova, da intendersi come oggetto chiuso e impenetrabile dal contenuto invisibile. Qui torna il tema dell’impossibilità di sapere tutto dei rapporti di causa-effetto, il quale compare spessissimo nella raccolta così come quello del cibo, o dei traumi: gli effetti che hanno sul corpo e sulla mente si conoscono genericamente, senza poterli sapere con precisione assoluta. In secondo luogo, l’Ovologio è una riflessione su tutto ciò che è seminale, spermatico, biologico nel senso genealogico del termine, un discorso sulla formazione delle identità in senso fisico, letterale. È anche il libro stesso che mette il lettore di fronte a questo meccanismo di accudimento in quanto oggetto chiuso e indecifrabile al momento dell’apertura (esattamente come un uovo) che man mano però crea un lessico e degli strumenti esplorativi che rendono chiara la chiave tematica e cosa ne può nascere. In questo senso possiamo dire che è anche un testo concepito per essere riletto almeno una volta.

C’è qualcosa, un tema sul quale senti che non potrai mai scrivere poesia?
La domanda è veramente complessa e non credo di saperti rispondere bene e in modo interessante perché non è questo il modo in cui rifletto sulla stesura dei miei testi. È facile che, più che da un argomento, io parta da un’immagine o da un giro di frasi intorno a cui agglutinare una concrezione di cose. Qua torna il tema delle forme chiuse e già fatte, no? All’inizio io, in una fase molto magmatica e brutale di pre-creazione, mi ritrovo ad aggregare delle cose, ad associare degli elementi che mi vengono in mente “a sentimento” e da lì, solo in un secondo momento, posso partire con la scrittura reale e chiedermi: questa unione che effetto crea? Di cosa volevo parlare? È in questa fase che arriva il tema. Sono convinto che la poesia sia uno spazio testuale che non funziona secondo quei rapporti di coerenza aristotelici e occidentali che ci si aspetta nel reale, o a cui viene affidata la sospensione d’incredulità come nella lettura del racconto e del romanzo, per esempio. Piuttosto la vedo come un luogo dove l’adesione di parti incoerenti, non consequenziali, produce comunque senso. Per questo ti dico che non credo che scriverò mai una poesia avendo in mente un tema dall’inizio, e dunque non posso escluderne nessuno a priori.

Maria Oppo

Che paura che ti faranno i porci fantasma dentro
l’unità che produce questa storia di assemblaggio
a linee guida totali. Non vorrai
l’ingranaggio nero la verdura che hai lasciato a fermentare
dietro il cibo buonissimo guarda come lo mangiano.
Non è il sapore il problema è la consistenza
è l’influenza. È che non ti lavo da giorni e peserai.

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