Il dramma silenzioso dei professori fantasma: quando lo Stato ti dà un ruolo ma ti toglie la vita


Romano Pesavento, presidente del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, ha buttato sul tavolo una bomba silenziosa.

Ha scritto una nota in cui, con parole misurate ma pesanti come macigni, descrive ciò che migliaia di insegnanti italiani vivono ogni giorno: la progressiva trasformazione del proprio lavoro in una condizione di povertà. E non parla di precari, attenzione. Parla di docenti di ruolo. Di quelli che il concorso l’hanno vinto, che hanno giurato fedeltà allo Stato e che, per anni, si fanno il mazzo nelle scuole del Nord o del Centro, lontani da mariti, mogli, figli e genitori.

Leggendo il suo intervento, mi sono fermato su una frase che forse è passata in sordina ma che è la chiave di tutto: “Il docente di ruolo fuori sede è personale stabilmente inserito nell’organico dello Stato”. È una frase lapalissiana, eppure urta come uno schiaffo. Perché se è stabilmente inserito, perché deve vivere come un turista perpetuo? Perché deve pagare due affitti, due bollette, due vite, mentre la sua retribuzione è pensata per una vita sola? È questo il paradosso che Pesavento mette a nudo con una lucidità che fa male.

Il caro-benzina è solo l’ultimo dei mali

Pesavento parte da un dato di cronaca: il gasolio a 2,18 euro, la benzina che si avvicina ai 2 euro. Il Governo corre ai ripari con un decreto-ponte e parla di accise mobili. Tutto giusto, tutto sacrosanto. Ma il Presidente del CNDDU ci ricorda che per i docenti fuori sede il problema non è il pieno alla pompa. Il problema è che quel pieno si aggiunge a un affitto da capogiro a Milano o a Torino, a un biglietto del treno che costa come un volo per Parigi, a un pedaggio autostradale che sembra una gabella, al costo della spesa in un supermercato del centro che è il doppio di quello del paesino del Sud da cui provengono. Il caro-carburanti è semplicemente l’ultimo mattone di un muro che si sta alzando da anni.

E qui viene il bello, o il brutto che dir si voglia. Pesavento, con la sua nota, non sta solo chiedendo un aumento o un rimborso spese. Sta dicendo una cosa molto più radicale: che il sistema scolastico italiano, così com’è organizzato, ha trasformato la mobilità territoriale in una tassa occulta sul lavoro pubblico. Perché ogni chilometro percorso per andare a insegnare, ogni notte passata in una camera ammobiliata, ogni weekend in autostrada per tornare dai propri cari, diventa un costo che lo Stato, di fatto, scarica sulla schiena dell’insegnante.

La povertà lavorativa esiste anche per chi ha un ruolo

Uno dei passaggi più forti del suo intervento è quando usa l’espressione “povertà lavorativa”. Di solito, quando sentiamo questa parola, pensiamo ai rider, ai precari del commercio, a chi ha un contratto a termine e non arriva a fine mese. Pesavento ha il coraggio di applicarla ai dipendenti pubblici con contratto a tempo indeterminato. Sembra un controsenso, e invece è la realtà. Perché la povertà lavorativa, come spiegano gli economisti, non dipende solo da quanto prendi di stipendio, ma da quanto ti resta in tasca dopo aver pagato i costi indispensabili per svolgere quel lavoro. E se per svolgere il tuo lavoro devi mantenere due case, fare centinaia di chilometri ogni settimana e mangiare in una città dove un caffè costa il doppio, allora anche uno stipendio da 1.700 euro può trasformarsi in un reddito da sopravvivenza.

Pesavento non lo dice con rabbia, ma con una pacatezza che forse è ancora più efficace. Parla di “erosione del reddito disponibile”, di “equilibrio del rapporto di lavoro alterato”. Sono parole da economista, ma dietro ci sono storie di gente che ha messo in stand-by la propria vita, che ha visto crescere i figli a distanza, che ha rinunciato a comprare casa perché non sa dove finirà il prossimo anno. E tutto questo, badate bene, per garantire un servizio pubblico, per fare in modo che le classi di Milano, Bologna o Firenze non restino scoperte.

Il silenzio assordante della politica

La parte più interessante della nota di Pesavento, però, è quella in cui si rivolge al Ministro Valditara. Lo fa con rispetto istituzionale, chiedendo un confronto e un intervento normativo. Ma leggendo tra le righe, si sente un’amarezza di fondo. Perché il problema dei docenti fuori sede non è di oggi. È un’emergenza che dura da decenni, che è stata raccontata mille volte, che è finita anche su qualche tg, eppure non si è mai risolta.

Perché? Forse perché la politica ha sempre considerato i docenti come una categoria “paziente”, abituata ai sacrifici, che alla fine si adatta. Forse perché risolvere il problema significherebbe ripensare da capo l’intero sistema delle assegnazioni provvisorie, scontrarsi con i sindacati che difendono i vecchi punteggi, mettere mano a un meccanismo di mobilità che è diventato una tela di ragno. Pesavento, con delicatezza, lo accenna quando dice che “l’attuale sistema non riesce ancora a offrire risposte adeguate”. Ma non dice che il sistema è inadeguato perché qualcuno, negli anni, ha scelto di non cambiarlo.

Un problema che riguarda tutti, non solo i professori

E qui arrivo al punto che forse Pesavento lascia solo intuire, ma che è fondamentale: il problema dei docenti fuori sede non è una questione corporativa. È una questione di qualità della scuola. Perché un insegnante che vive in una condizione di stress economico e affettivo, che passa il tempo a fare i conti con le bollette e il contachilometri, difficilmente può essere un insegnante sereno e motivato. E la serenità e la motivazione, in un mestiere come quello dell’insegnamento, non sono dettagli: sono il carburante stesso del lavoro educativo.

Pesavento ha ragione quando dice che lo Stato deve misurare l’impatto economico delle proprie scelte sul personale. Perché se la scuola pubblica vuole essere attrattiva, se vuole trattenere i giovani talenti che oggi sempre più spesso scelgono altre strade, non può permettersi di considerare il docenti fuori sede come dei “tappabuchi” mobili, pronti a essere spostati come pedine su una scacchiera senza contare il costo umano di ogni spostamento.

La speranza nell’appello a Valditara

Alla fine della sua nota, Pesavento affida al Ministro Valditara la speranza di un cambio di rotta. È un gesto di fiducia, forse l’ultimo, verso un’estate che per migliaia di docenti si aprirà con l’incertezza delle assegnazioni provvisorie. Chissà se il Ministro raccoglierà l’appello. Chissà se il Governo, che pure ha mostrato sensibilità sul tema del caro-vita, saprà allargare lo sguardo e vedere che per questi professori il caro-vita è una condizione permanente, non un’emergenza congiunturale.

Nel frattempo, le parole di Pesavento restano lì, a testimonianza di un’assurda ingiustizia. Quella di un lavoratore che, per servire lo Stato, è costretto a mettere in difficoltà la propria famiglia. Quella di un insegnante che ogni mattina, prima di entrare in classe, deve fare i conti non solo con i programmi e le interrogazioni, ma con il peso di una vita sospesa. La risposta, forse, dovrebbe darla lo Stato. E la risposta, per ora, è un silenzio che pesa più di ogni parola.


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 Andrea Carlino

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