Spazi fluidi, muri che diventano ponti, spartiti che vanno rotti. Per Filippo Maria Federici, interior designer e architetto dello studio romano Equus, progettare una casa significa prima di tutto entrare in empatia con chi la abiterà, costruire un racconto condiviso liberando la propria creatività. “Aver cullato questa parte di me, averla approfondita, averla resa mia, mi rende felice”, racconta a idealista/news, che lo ha incontrato nella sua casa di Roma per farsi raccontare la sua visione della professione e i suoi progetti più identificativi.
Qual è la mission di un interior designer?
La mia mission come interior designer è quella di realizzare la casa dei sogni di chi la abita, quindi di costruire la migliore casa possibile, che sia declinata ai gusti, alla storia di chi ci dovrà vivere.
Tendo a essere uno strumento, spero il più colto possibile, che segue le affinità di chi abiterà la casa.
Quali sono le fasi che scandiscono il tuo lavoro e il rapporto con il cliente?
Oramai da anni, nel nostro studio, adottiamo un metodo piuttosto rigido, che tende a lavorare tantissimo su quello che è lo schema canonico di un progetto: ovvero un progetto di massima, un progetto definitivo e un progetto esecutivo. In una prima fase chiediamo ai proprietari di darci maggiori informazioni su quello che amano.
Questo a noi serve per entrare in empatia e capire quali sono i gusti e le esigenze delle persone. Su questo consegniamo un progetto di massima e viene affinato, nel secondo step consegniamo una proposta di progetto. Quindi, si arriva al progetto definitivo, che prevede la proposta di materiali e finiture e diventa uno spartito abbastanza rigido, questo perché nel momento in cui si vanno poi a fare gli acquisti, vogliamo andare con le idee chiare.
Il percorso dipende anche da quanto le persone sono pronte a seguirti o hanno bisogno di essere convinte.
Tutto questo, però, parte da un’idea principale che è un concept, quindi uno storytelling importante riguardo al prodotto legato al progetto e quindi spesso questa cosa crea subito un grande amore per il progetto e crea anche la condizione di fidarsi del progettista. Superato questo step, diciamo, le briglie vengono liberate e da lì partiamo con questo gusto oramai condiviso.
Dopo questa prima fase di grande incastro di ricerca, di empatia tra il committente ed il professionista, il progetto scorre molto velocemente perché ha poi delle fasi di controllo molto rigide. Noi seguiamo il cantiere fino all’ultimo istante. È previsto un grandissimo lavoro di disegno, perché io sono un architetto vecchia maniera, nel senso tendo a disegnare tutto, è il mio unico modo di controllare, cioè il mio alfabeto – il disegno – e su quello chiedo a tutti i miei collaboratori di sviluppare più immagini possibili, che sono il modo con cui viene controllato un progetto, un progetto che comunque magari ha già un livello di qualità medio-alta, perché lui ha bisogno di tanta attenzione e di tanti dettagli, più o meno questa è la modalità.
Quali sono i progetti a cui sei più legato?
Uno dei progetti a cui sono più legato è un progetto che si chiama “Casa le bois”. Nasce come un relooking. Poi, come tutte le cose, l’appetito vien mangiando. Quindi da che erano dei piccoli interventi, è diventato un intervento importante. Il nome deriva dal fatto che abbiamo costruito una selva all’interno della casa che diventasse un filtro tra la zona notte e la zona giorno, diciamo che è un progetto che identifica molto il gusto dello studio.
Un altro progetto a cui sono molto legato è una casa fatta in Olanda a Frankenslag, cioè la via si chiama Frankenslag e si trova a Den Haag. È un progetto che, diciamo, ha fatto un po’ da chiave di volta su tutta la progettazione del nostro studio, perché ha trovato dei clienti che condividevano il gusto dello studio, quindi ci hanno lasciato liberi di esprimere la nostra identità.
Per immaginare questa casa, dico sempre che sembra la casa di Mary Poppins.
Si tratta di una tipica casa olandese, di quelle strette e lunghe su tre piani con tutte le modanature, boiserie bianche, scale ripidissime e bow window, vetri colorati liberty. E l’idea è stata di recuperare tutto ciò che era originale. L’abbiamo lasciato bianco, tutto ciò che è stato il nostro intervento, invece, è identificato dall’inserimento di colori, carte e tessuti e quindi abbiamo utilizzato questo passepartout classico come intervento direi quasi pop.
Poi c’è un ulteriore progetto a cui mi sento legato, che è ancora in realizzazione, che abbiamo chiamato Casa Futura. Prendendo spunto dalla canzone di Lucio Dalla, perché è una casa in cui vive una giovane coppia e tutto il progetto verte sull’idea di non realizzare un corridoio che divida zona notte e zona giorno, ma di realizzare un muro interrotto in alcune parti, che finisce per diventare ponte tra queste due zone. Il romanticismo che penso contraddistingua lo studio è stato quello di creare questo muro che in realtà fosse ponte tra un amore, come nella canzone di Lucio Dalla.
Che rapporto hai con la casa in cui vivi?
Sono entrato da pochissimo in questa casa, l’abbiamo scelta perché siamo diventati da 3 a 4, quindi ci serviva una casa più grande. È una casa che ha fatto un collega, non l’ho progettata io, però me ne sono innamorato subito perché è una casa molto fluida, nel senso gli spazi sono tra di loro tutti connessi e non c’è un’unica strada, che è quello che in assoluto mi piace di più nelle case che progetto, ovvero pensare che ci siano degli spazi tra loro connessi in più punti e che non ci sia un obbligo.
Questo vale un po’ anche per la vita, cioè le regole vanno bene, gli spartiti però vanno rotti in alcuni punti e diventano le caratteristiche di cui uno poi si innamora, come di una cicatrice o di un neo.
Questa casa ha questo e in più è una casa luminosissima e avendo vissuto all’inizio della mia attività in uno spazio molto angusto e basso, avere uno spazio luminoso è fondamentale. È uno spazio che dà serenità, quindi ti direi ho un rapporto ottimo con questa casa.
Hai un ambiente preferito della casa?
Sì, diciamo c’è uno spazio che mi piace, anche se è poco da interior. Questa casa ha un salone triplo, che è diviso da una parete filtro che divide una zona, che nasceva probabilmente per essere uno studio, connesso al soggiorno.
Per me è diventato lo spazio del gioco dei miei figli e l’idea che ci sia questa membrana che all’occasione è chiusa, ma spesso è aperta perché magari noi mangiamo oppure parliamo nel soggiorno guardando lo spazio del gioco, quindi siamo in contatto visivo con i nostri figli. Mi piace l’idea che ci sia uno scenario, una quinta, quindi questa porta diventa un grande boccascena.
In fin dei conti la mia architettura è molto scenografica, quindi l’idea che ci sia un boccascena dentro un soggiorno mi piace.
Qual è il segreto per svolgere bene il tuo lavoro?
Quello che posso dirti è che sono contento di quello che faccio. Penso di aver trovato la mia serenità nel lavoro, in quello che faccio, perché in fin dei conti faccio una cosa ultra intima: progettare le case per le persone. E lo faccio portando tutto il mio know how, tutta la mia cultura e la mia conoscenza. Ed è un mix interessante, perché in fin dei conti in ogni progetto, anche quando facevo le prime case, c’è sempre stata una parte creativa. Aver cullato questa parte di me, averla approfondita, averla resa mia, mi rende felice.
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Flavio Di Stefano,Oriana Iaciancio
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