Quanto consuma il digitale utilizzato da un’azienda? Che fine fanno i dispositivi, quando non funzionano più? Quanto pesa una pagina, una newsletter o un video quando vanno online? Sono alcune delle domande su cui in queste settimane si interrogano gli oltre 400 partner di Torino Social Impact – Tsi, l’ecosistema per l’imprenditorialità e gli investimenti a impatto sociale. Attori pubblici e privati, profit e non profit che spesso fanno già sostenibilità digitale senza chiamarla così. Un percorso di autoconsapevolezza volto a fotografare il modo in cui la rete sta affrontando le sfide ambientali, sociali e di governance legate all’utilizzo delle tecnologie.
«Non è un esame: non ci sono risposte giuste e non c’è giudizio alla fine. L’obiettivo è aprire una conversazione, per riconoscere quello che viene messo in campo e capire dove e se c’è spazio per crescere». A parlare è l’ingegnere e imprenditore Pietro Jarre, segretario di Sloweb, l’associazione partner di Torino Social Impact che accompagna la piattaforma in questo viaggio alla scoperta dei comportamenti digitali. Nata nel 2017, promuove un uso responsabile degli strumenti informatici, del web e delle applicazioni Internet attraverso attività di informazione, educazione e lotta agli usi impropri. A Terra Madre, dove curerà un filone di appuntamenti su come la tecnologia digitale sta cambiando la società, il 25 settembre presenterà i risultati del questionario rivolto alla rete di Torino Social Impact.

Partiamo dalle basi. Che cosa si intende per sostenibilità digitale?
È un’espressione che spesso viene fraintesa. Indica la sostenibilità delle tecnologie digitali, la loro progettazione, il loro utilizzo e il loro impatto ambientale e sociale lungo l’intero ciclo di vita. È un concetto diverso dal contributo che il digitale può offrire alla sostenibilità di un’organizzazione, ad esempio aiutando a misurare le emissioni, informare il personale o redigere i bilanci sociali. Sostenibilità digitale significa utilizzare il digitale in modo sobrio, pulito e giusto. Sobrio vuol dire progettare e utilizzare tecnologie che consumino solo le risorse necessarie: dispositivi destinati a durare nel tempo, software efficienti e dati raccolti ed elaborati solo quando servono. Pulito ovvero che riduca i consumi di energia e di risorse lungo tutta la durata di prodotti e servizi digitali. Giusto implica che il digitale contribuisca a ridurre le disuguaglianze anziché accentuarle, rendendo le tecnologie e i servizi più accessibili, inclusivi ed equi.
Sobrio, pulito e giusto sono anche gli aggettivi che guidano l’analisi dell’ecosistema di Torino Social Impact?
Siamo partiti da un presupposto: il sito web è il biglietto da visita di ogni organizzazione. Per questo abbiamo deciso di misurarne l’impronta di carbonio. Con uno strumento che adotta una metodologia di calcolo riconosciuta a livello internazionale, l’app Sitigreen sviluppata dal vicepresidente di Sloweb Nicola Bonotto, abbiamo calcolato le emissioni di CO2 generate (a ogni visita) dai siti web delle circa 450 realtà che compongono la piattaforma. Insieme a Torino Social Impact abbiamo inoltre realizzato un algoritmo che confronta le prestazioni di ciascun sito con quelle di realtà analoghe, indicando se il suo impatto è migliore o peggiore della media. L’indicatore considera sia i grammi di CO2 emessi per singola visita sia le emissioni annuali, ipotizzando 10mila visite al mese. Nel complesso, le organizzazioni della rete risultano leggermente migliori della media mondiale, pur con ampi margini di miglioramento.


È una buona base di partenza?
Direi di sì. Se un portale sobrio e frugale trasferisce solo i dati necessari e produce un impatto minore, un sito progettato in modo poco sostenibile richiede invece più dati, aumenta consumi ed emissioni. Possiamo dire che la media di Torino Social Impact è in classe D, mentre più della metà dei siti web del mondo è in classe F. Tradotto in numeri: la media Tsi è 0.25 grammi di CO2 per visita mentre più della metà dei siti web del mondo ha emissioni superiori a 0.36.
Oltre alla misurazione, è stato avviato anche un questionario sulle abitudini delle organizzazioni.
È una ricognizione che abbiamo avviato nelle prime settimane di luglio e che ha già raccolto una trentina di risposte, per valutare il livello di maturità della transizione digitale sostenibile. L’obiettivo non è verificare la conformità delle organizzazioni, ma capire a che punto sono del percorso. Le domande riguardano, ad esempio, l’adozione di dispositivi e pratiche che tengano conto dell’impatto ambientale del digitale, l’esistenza di procedure formalizzate per la gestione sostenibile delle tecnologie e l’attenzione agli aspetti sociali. Non è un questionario inquisitorio, costruito per distinguere chi “fa” da chi “non fa”, ma uno strumento pensato per accompagnare le organizzazioni nelle fasi successive, verso un miglioramento condiviso.
Come si arriva a un miglioramento condiviso? E soprattutto, in che cosa consiste?
Nel breve periodo si può ridurre l’impatto ambientale del digitale e migliorare quello sociale. Nel medio-lungo termine l’obiettivo è favorire la nascita, anche a Torino, di una comunità di imprese che diventino ambasciatrici di questo approccio sul territorio, contribuendo a diffondere una nuova cultura del digitale. Questo significa progettare software e hardware più efficienti. Un software scritto senza attenzione ai consumi richiede più energia e sfrutta di più le risorse del dispositivo. Lo stesso vale per un sito web: utilizzare dieci font diversi significa scaricare dieci file, mentre con una sola font il caricamento è molto più leggero. Oggi siamo ancora agli inizi di questo cambiamento, un po’ come accadeva per l’industria automobilistica un secolo fa, quando ogni nuovo modello puntava soprattutto alle prestazioni e i consumi crescevano anziché diminuire. Anche i siti web lo dimostrano: quasi mai purtroppo il più recente è il più sostenibile. In molti casi, un portale più moderno può avere un impatto ambientale superiore proprio perché più ricco di elementi e dati da scaricare. C’è ancora molto lavoro da fare per integrare la sostenibilità nella progettazione del digitale, ma questo sforzo ha anche una valenza economica. Se riusciamo a sviluppare un’industria digitale più consapevole, possiamo creare un elemento distintivo e competitivo rispetto ad altri territori.


C’è un modello a cui guardare come fonte di ispirazione?
Il modello a cui guardo è Slow Food. È riuscito a trasformare valori come “buono, pulito e giusto” non soltanto in un riferimento culturale, ma anche in una filiera economicamente solida e riconoscibile. L’ambizione è di riuscire, insieme a Torino Social Impact, a fare qualcosa di analogo nel digitale: costruire un ecosistema di imprese piemontesi che si distingua per la capacità di progettare tecnologie più sostenibili, diventando riconoscibile e attrattivo proprio per questa caratteristica.
Perché la sostenibilità non può prescindere dall’accessibilità?
L’accessibilità è una componente fondamentale perché contribuisce a ridurre le disuguaglianze e a evitare che il digitale crei nuove forme di esclusione. Non riguarda soltanto le persone con disabilità: può riguardare chiunque si trovi temporaneamente o permanentemente in una condizione di difficoltà, ad esempio una persona con un braccio rotto che deve utilizzare un dispositivo. In Italia sono milioni le persone che incontrano quotidianamente ostacoli nell’accesso ai servizi digitali.
Ci sono altri aspetti che sottovalutiamo quando parliamo di sostenibilità digitale?
La dipendenza crescente di attività commerciali e imprenditoriali dalle grandi piattaforme tecnologiche. È un tema di governance, che riguarda la possibilità di mantenere autonomia e pluralità. Per questo è importante promuovere soluzioni aperte, come i software open source. In Francia, ad esempio, la Pubblica amministrazione sta andando verso un maggiore utilizzo di tecnologie aperte, riducendo la dipendenza dai grandi fornitori.
Anche le scelte individuali possono fare la differenza. C’è un dispositivo o una buona pratica che possiamo adottare nel quotidiano?
Dieci anni fa, quando Sloweb iniziava a parlare di questi temi, sembrava una battaglia condotta in solitudine. Oggi il panorama è cambiato: stanno emergendo comunità, aziende, gruppi di lavoratori ed enti non profit che cercano alternative e nuovi modelli. Un esempio concreto è lo smartphone Fairphone: costa più di altri dispositivi, ma è progettato per durare, essere riparabile in autonomia dall’utente e aggiornabile più a lungo. A Torino esistono diverse realtà che lavorano in questa direzione: penso agli Artigianelli digitali, un gruppo di studenti del centro di formazione professionale Engim che, un pomeriggio a settimana, volontariamente dedicano il proprio tempo per riparare oggetti elettronici. Un’occasione per imparare e al tempo stesso promuovere il diritto alla manutenzione. Un altro esempio torinese è BBBell, che costruisce e gestisce data center di dimensioni contenute e indipendenti nel Piemonte nord-occidentale. Per un’azienda che sceglie questi servizi significa avere maggiore controllo sui propri dati e sapere che non vengono necessariamente trasferiti fuori dall’Europa: è un modello diverso rispetto a quello dei grandi operatori globali, una sorta di contrapposizione tra Davide e Golia. E poi c’è Piano D, una realtà di Treviso che sviluppa soluzioni digitali e siti web per aziende in modo sostenibile e accessibile. Le “ricette” sono spesso semplici: usare il telefono senza riempirlo inutilmente, evitare consumi digitali superflui, preferire il download allo streaming quando possibile.
La fotografia è di Luca Nicoletti su Unsplash
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Daria Capitani
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