Non è soltanto il reddito a diminuire. È la fiducia che sta lentamente scomparendo.
Ci sono dati che raccontano un momento economico. E ce ne sono altri che raccontano qualcosa di più profondo…lo stato d’animo di un Paese.
Il calo del reddito reale degli italiani, evidenziato dal Sole24Ore, appartiene a questa seconda categoria. Non è soltanto una questione statistica. È il riflesso di una difficoltà più ampia, quella di un Paese che fatica a creare nuova ricchezza e che vede ridursi progressivamente il potere d’acquisto dei propri cittadini. Quando il reddito diminuisce, cambiano anche i comportamenti.
Le famiglie rimandano gli acquisti. Gli imprenditori rinviano gli investimenti. I giovani rinviano le proprie scelte di vita. L’economia non rallenta soltanto perché manca il denaro, rallenta soprattutto perché manca la fiducia. Ed è proprio la fiducia oggi la vera variabile economica da recuperare. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una crescente attenzione dello Stato verso il contrasto all’evasione fiscale e il recupero delle risorse. È giusto! Uno Stato moderno deve garantire equità fiscale e combattere chi sottrae risorse alla collettività, ma, esiste un equilibrio delicato tra la necessità di controllare e quella di creare un clima favorevole alla crescita. Quando cittadini e imprese percepiscono un sistema sempre più complesso, fatto di continue modifiche normative, nuovi adempimenti e incertezza sulle regole future, l’effetto inevitabile è la prudenza. E la prudenza, in economia, spesso significa immobilismo.
Un imprenditore investe quando riesce a immaginare il proprio domani, una famiglia consuma quando percepisce stabilità, un’azienda assume quando ha fiducia nel futuro. Senza questa condizione, anche le migliori politiche rischiano di produrre risultati inferiori alle aspettative. A questa situazione si aggiunge un costo della vita che continua a pesare sulle famiglie e sulle imprese. Il carburante, in molte aree del Paese, ha raggiunto livelli che fino a pochi mesi fa sembravano difficili da immaginare, l’energia continua a incidere sui bilanci, la logistica pesa sempre di più sulla competitività delle aziende.
Ogni aumento lungo la filiera finisce inevitabilmente per arrivare al consumatore finale.
Il problema non è soltanto il prezzo di un bene. Il problema è che stiamo iniziando ad abituarci a considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere. Senza nessuna reazione.
Esiste poi un altro tema che incide profondamente sulla qualità della vita e sull’attrattività di un Paese, la sicurezza. Una nazione percepita come meno sicura diventa inevitabilmente meno attrattiva per investimenti, commercio e turismo. Negli ultimi anni i social hanno mostrato episodi di tensione, aggressioni e difficoltà operative delle forze dell’ordine. Ogni episodio deve essere valutato nel proprio contesto e non può diventare il metro per giudicare un intero sistema.
Ma una domanda è legittima. Lo Stato sta mettendo gli uomini e le donne chiamati a garantire la sicurezza nelle condizioni migliori per affrontare una società sempre più complessa? La formazione, gli strumenti operativi e la tutela di chi esercita una funzione pubblica sono elementi fondamentali per garantire autorevolezza alle istituzioni. Perché uno Stato forte non è quello che usa soltanto la forza. Cosa che noi non facciamo assolutamente e quando si è costretti c’è una parte di Italia che critica l’azione.
Sul fronte economico, invece, l’Italia continua spesso a intervenire attraverso incentivi, contributi, bandi, crediti d’imposta e misure straordinarie.
Sono strumenti utili. In alcuni momenti anche indispensabili, ma, nessun Paese costruisce il proprio futuro vivendo esclusivamente di sostegni. Un incentivo dovrebbe essere un acceleratore non può diventare il motore permanente dell’economia. Il rischio è quello di creare una cultura della dipendenza anziché una cultura della crescita.
La differenza è sostanziale. Un Paese competitivo non è quello che distribuisce più risorse. È quello che crea le condizioni affinché cittadini e imprese possano produrne di nuove. Il vero paradosso italiano emerge soprattutto quando si parla di innovazione. Le principali misure di sostegno economico continuano a concentrarsi prevalentemente sulle imprese già esistenti.
ZES, Bandi nazionali e regionali, Agevolazioni, Contributi.
Sono strumenti pensati per sostenere chi oggi è già sul mercato.
Ma chi il mercato deve ancora crearlo?
Le Startup rappresentano il motore della crescita delle economie più dinamiche del mondo, ma in Italia continuano ad avere un ruolo marginale nelle strategie di sviluppo. Gli strumenti esistono, ma sono spesso limitati rispetto alle necessità di un ecosistema che dovrebbe generare le imprese del futuro.
La conseguenza è evidente, aiutiamo chi produce oggi, ma investiamo ancora troppo poco in chi potrebbe produrre domani.
Altri Paesi europei hanno scelto una strada differente. La Spagna, negli ultimi anni, ha costruito un ecosistema sempre più orientato ad attrarre startup, investimenti e talenti internazionali. Non perché abbia eliminato il sostegno alle imprese tradizionali, ma perché ha compreso che la crescita futura nasce dalla capacità di creare nuovi protagonisti economici. L’Italia invece sembra continuare a rafforzare soprattutto ciò che già esiste e quando i risultati non sono quelli sperati, spesso la risposta è aumentare la stessa ricetta. Ma se una strategia non produce gli effetti desiderati, forse non serve aumentarla. Forse serve cambiarla. La vera sfida di un Paese non è soltanto distribuire la ricchezza esistente bensì, creare le condizioni per produrne di nuova. La crescita nasce da infrastrutture moderne, innovazione, ricerca, formazione, semplificazione burocratica, certezza delle regole e capacità di attrarre investimenti. Nasce dalla possibilità per un giovane di creare un’impresa, per un imprenditore di investire, per un lavoratore di costruire un futuro. L’Italia non è un Paese povero. È un Paese ricco di competenze, creatività, imprenditori e professionalità. Ciò che sembra mancare è una visione capace di guardare oltre l’emergenza quotidiana. Ogni Governo affronta inevitabilmente il presente, ma pochi riescono a costruire il futuro.
E forse è proprio questa la domanda più importante che dovremmo porci: quale Paese stiamo costruendo con quelle risorse???
Perché senza nuova ricchezza non esiste welfare che possa reggere.
Senza crescita non esiste stabilità.
Senza fiducia nessuna economia può davvero ripartire.
L’Italia non ha bisogno di sopravvivere. Ha bisogno di tornare ad avere il coraggio di crescere e di essere il paese leader in Europa.
Vincenzo Di Dia
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