Spira una brezza di Ponentino ma solo sul tardi sull’erba della villa alle porte di Roma. Le riunioni estive dei coordinamenti regionali hanno una caratteristica precisa: si fa il punto sulla prima parte dell’anno, parlando un po’ di tutto e di nulla in preciso. Tra una bollicina ed un fritto leggero si finisce a pontificare su Governo, sicurezza, infrastrutture, piano casa, candidature. Nel frattempo si dice l’essenziale tra le righe, sul prato, tenendo un calice in mano, affogando tutto nei messaggi non detti che poi qualcuno legge e qualcun altro smentisce il giorno dopo.
Quella di Roma non ha fatto eccezione. Attorno ai tavoli apparecchiati del Coordinamento Regionale della Lega del Lazio c’erano Matteo Salvini, il senatore Claudio Durigon, il senatore Paganella, l’onorevole Nicola Ottaviani e Davide Bordoni. Ufficialmente: fare il punto prima delle ferie, registrare le cose buone del governo nazionale, ribadire la lealtà al centrodestra, discutere di Roma.
Nella sostanza: molto di più.
Il menu ufficiale
I temi sul tavolo erano quelli che la Lega intende portare avanti nei mesi che separano dalla campagna elettorale: il caso Ruggiero e la sicurezza, il piano casa, la flat tax, le infrastrutture. E poi Roma. Perché Roma è la partita che assorbe più energia e più pensieri. Il centrodestra ha bisogno di un candidato sindaco e ne ha bisogno subito: «Un centrodestra coeso che ha bisogno immediatamente di un candidato sindaco per tentare il risultato su Roma» è la formula con cui chi era presente riassume la serata.
Nessuna novità deflagrante, nessun annuncio. Ma la sensazione, tra chi partecipava, che i mesi che restano prima della sfida amministrativa capitolina siano pochi e che il partito debba presentarsi in ordine: cosa non scontata, considerando che la Lega arriva da Pontida annullata, dal raduno di Treviso svanito nel nulla e da sondaggi che fanno tremare i polsi.
Il non detto che Repubblica ha letto
Mentre il coordinamento regionale discuteva di piani casa e candidati sindaco, nel parco affittato per l’occasione la notizia vera stava prendendo forma su altre fonti. Nella cerchia di Salvini è ormai più di un’idea: il ritorno del leader leghista al Viminale.
Non siamo agli annunci. Siamo ai messaggi subliminali, al lavorio sottotraccia che va avanti da settimane. La conferma arriva nelle ore successive alla riunione romana: Salvini si precipita a Bologna per «incontrare il prefetto, il questore e una rappresentanza della Polizia di Stato». Si dichiara «a disposizione del mio Paese e del mio presidente del Consiglio per qualunque cosa serva». La macchina comunicativa gira. I segnali vengono mandati. Salvini potrebbe tornare al Viminale e Piantedosi spostarsi ai Trasporti: in questi mesi l’orizzonte è cambiato, meglio un Salvini all’Interno che un Vannacci sotto la finestra del Ministero ad aizzare le masse.
La logica è quella che emerge dalle indiscrezioni: con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci in crescita (al 6,5% nei sondaggi, già sopra Lega e Forza Italia) il modo più efficace per contenere l’emorragia a destra è rimettere Salvini al Viminale, «rimettere in moto le ruspe», far vedere che non serve aspettare l’ex generale per avere la destra della «tolleranza zero» al Governo della sicurezza. Persino Giorgia Meloni, confidano i fedelissimi del vicepremier, si sarebbe convinta che questa sia la «tattica più efficace».
Tartina, cremant e staffetta
I tempi, però, sono calibrati con precisione. Il 4 settembre il governo Meloni diventa il più longevo della storia repubblicana. Nessuno vuole rovinare la festa. Pontida, sul finire di settembre, sarebbe la data buona per il grande annuncio sul pratone degli ex padani. «Aspettiamo Pontida», ammettono i salviniani di rango se qualcuno degli invitati prova a piazzare la domanda impertinente.
Il problema è Matteo Piantedosi. I suoi giurano che sopravviverà. Al Governo studiano le alternative: l’Europol sarebbe il massimo, ma le candidature sono scadute a marzo. L’opzione di più facile riuscita, nel giro di Salvini, è la «staffetta»: Piantedosi ai Trasporti, Salvini al Viminale. Non un sogno. Un piano.
La nota a margine laziale
Nel Lazio, questa serata di mezza estate ha prodotto anche una nota a margine. L’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli — alla cui convention di Castrocielo una parte della Lega regionale non era andata — era stato a sua volta invitato alla riunione romana e non vi ha partecipato, giustificando con un impegno familiare precedentemente preso. Nessuna altra chiave di lettura, assicurano dal suo entourage. Falsi come una banconota del Monopoli.
È evidente che Ciacciarelli abbia restituito la scortesia. Soprattutto sapendo che a Roma uno dei protagonisti sarebbe stato il Segretario Regionale Organizzazione Mario Abbruzzese, con il quale la temperatura è prossima allo zero nonostante il caldo torrido.
Sul prato romano c’era anche l’ex sindaco di Frosinone ed ora Deputato Nicola Ottaviani (altro assente alla convention di Tenuta Guadicciolo, ma giustificato: si è collegato da Montecitorio dove si votava la Legge Elettorale). Ha annunciato per fine luglio la festa provinciale della Lega a Frosinone, invitando tutti.
Ciacciarelli non l’ha boicottata. Anzi, l’ha pubblicizzata sui propri social e sta organizzando un panel con i consiglieri regionali. Il segnale è chiaro: le tensioni interne al coordinamento laziale non degenerano in rottura aperta. Si gestiscono con la politica degli appuntamenti a cui si va o non si va, e dei social su cui si posta o non si posta.
Abbruzzese: «Il partito si costruisce sul territorio»
Mario Abbruzzese, coordinatore regionale organizzativo della Lega Lazio, era presente alla riunione romana e dalla serata esce con un messaggio che sintetizza la sua visione del momento: il Partito si costruisce sul territorio, Comune per Comune, Circolo per Circolo, non aspettando che la corrente nazionale trascini tutto.
È una posizione coerente con il lavoro che Abbruzzese ha portato avanti in questi mesi: il radicamento regionale, «l’attenzione agli amministratori locali, la convinzione che la Lega nel Lazio debba avere una sua identità riconoscibile che vada oltre il nome del segretario federale. Una Lega che amministra, che propone, che presidia i territori anche quando i sondaggi nazionali fanno meno sorridere».
L’unità nel Partito? «Non perdo tempo con queste esasperazioni giornalistiche: le differenze di vedute fanno parte della vita quotidiana all’interno di ogni Partito. Sul momento sembrano divisioni, alla lunga sono stimoli per la crescita. Piuttosto mi preoccuperei di un sistema dell’Automotive che nel Lazio e nel Paese stanno mostrando enormi segni di sofferenza. Mi preoccuperei di un modello di sicurezza che chiede continue attenzioni a causa dei ritardi e delle inefficienze accumulati nel passato. E mi porrei il problema di un’immigrazione che poco alla volta rischia di sostituirci con i suoi modelli per colpa di chi ha fatto credere che in Italia tutto fosse possibile»
In questo quadro, la festa provinciale di Frosinone annunciata da Ottaviani non è un appuntamento di routine ma un tassello di una strategia più ampia: «serve per costruire una presenza capillare che tenga il Partito vivo nei territori nel periodo che precede la campagna elettorale. Con i parlamentari ed i Consiglieri regionali che partecipano, con i panel tematici, con la politica che torna a fare la politica invece di limitarsi a commentarla».
Il filo che collega tutto
C’è un filo che lega la serata romana, il ritorno di Salvini al Viminale e la dinamica interna al coordinamento laziale. La Lega è un partito che sente la pressione: dai sondaggi, dalla concorrenza di Vannacci, dall’incertezza sulla guida. La riunione di Roma era, nella sua dimensione più profonda, una verifica: il Partito regge, i quadri ci sono, la macchina organizzativa funziona.
Se poi Salvini torna al Viminale e la Bestia si rimette in moto, i «margini per arrivare al 10%» di cui parla il segretario potrebbero non essere solo ottimismo estivo. Ma da qui a Pontida c’è ancora un pezzo di strada. E in quel pezzo di strada si deciderà se questa è davvero la strategia vincente o l’ennesima scommessa di un Partito che ha bisogno di una storia da raccontare ai propri elettori.
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