Si può ancora eccellere nella produzione di tessuti e abbigliamento in seta, lavorando in Italia? E si può farlo partendo da uno dei luoghi-simbolo della più antica tradizione manifatturiera del Paese, San Leucio, alle porte di Caserta, dove oltre due secoli e mezzo fa Ferdinando IV di Borbone diede vita al mitico setificio, un esperimento industriale e sociale unico in Europa? Impregnato, peraltro, di illuminismo, uguaglianza e parità di diritti tra generi?
Giuseppe Menniti è convinto di sì. Figlio d’arte (il padre ha fondato il marchio Harmont and Blaine) e imprenditore di successo egli stesso col marchio di moda maschile Barbuti, sta seguendo tre attività in parallelo, con una miscela non comune di visione imprenditoriale e culturale e concretezza operativa: lo sviluppo di Barbuti, azienda passata da 18 a 30 milioni di euro di fatturato tra il 2024 e il 2025 e, nei primi mesi dell’anno in corso, in crescita di oltre il 60%; le attività culturali e promozionali per Caserta e San Leucio con la Fondazione Orizzonti, protagonista delle iniziative dell’Anno Leuciano, che stanno richiamando nel territorio personalità del mondo delle istituzioni, della cultura e dell’impresa; e poi la terza sfida: a ottobre, proprio a San Leucio, Menniti lancerà una nuova iniziativa imprenditoriale dedicata alla produzione tessile e serica di fascia altissima, un progetto che punta a coniugare tradizione artigianale, innovazione produttiva e posizionamento internazionale. Una scommessa appassionata sul made in Italy.
Allora dottor Menniti, da dove cominciamo?
Da Caserta e da San Leucio. Io sono nato a Napoli ma sono cresciuto a Caserta e per me il legame tra queste due città è indissolubile. Caserta esiste perché i Borbone decisero di spostare qui il baricentro del Regno. Pensi che il grande asse idrico che conduce alla Reggia, nelle intenzioni del Vanvitelli, avrebbe dovuto portare il mare da Napoli fino al Palazzo Reale. Lo racconto perché spesso si dimentica quanto siano profonde le connessioni storiche, culturali e persino fisiche tra queste due realtà.
Perché un imprenditore della moda decide di dedicare tanto tempo a San Leucio?
Perché è stata una scoperta che mi ha cambiato la prospettiva. Quando ho trasferito a Caserta la sede di Barbuti mi sono insediato nell’antico setificio di San Leucio. Ci ero cresciuto intorno, ma non ne conoscevo davvero la storia. E invece ho scoperto una comunità che per oltre due secoli ha vissuto di seta, manifattura, competenze e lavoro. Un vero distretto industriale ante litteram.
Da lì nasce la Fondazione Orizzonti?
Esattamente. La Fondazione nasce con un unico scopo: contribuire alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio storico, culturale e artistico di Caserta e San Leucio. Tutto quello che facciamo ruota attorno a questo obiettivo.
Che cosa l’ha colpita di più della storia di San Leucio?
Il fatto che non sia soltanto una storia industriale. È una storia sociale, civile e politica. Qui si sperimentavano forme di welfare, istruzione, assistenza sanitaria e tutela del lavoro quando in gran parte dell’Europa i lavoratori vivevano condizioni completamente diverse. Si parla sempre dell’eccellenza manifatturiera di San Leucio, ma spesso si dimentica che qui si applicavano principi di parità e di dignità del lavoro straordinariamente avanzati per l’epoca.
Lei sostiene spesso che San Leucio abbia una forza narrativa enorme.
Viviamo nell’epoca dello storytelling. Oggi ogni territorio, ogni impresa e ogni prodotto devono avere una storia da raccontare. San Leucio possiede una storia straordinaria. Parla di diritti del lavoro, di parità di genere, di eccellenza manifatturiera e di innovazione. Tutti valori che oggi vengono ricercati e che qui erano realtà già duecentocinquant’anni fa.
Eppure resta una storia poco conosciuta.
Questo è il vero paradosso. Abbiamo una gemma unica e ancora troppo poco conosciuta. Per questo stiamo organizzando iniziative importanti. Penso a Caserta Città delle Donne, che ha portato migliaia di persone a discutere di leadership femminile e pari opportunità. Penso agli incontri dedicati al lavoro. Quando si affrontano questi temi a San Leucio si entra automaticamente in una dimensione più profonda, perché esiste una storia che li rende credibili.
Qual è il potenziale economico di questa operazione culturale?
Enorme. La Reggia di Caserta è un attrattore straordinario. Ogni giorno migliaia di persone arrivano qui, visitano il complesso reale e poi vanno via. Dobbiamo costruire un ecosistema territoriale che permetta a quei flussi di generare valore diffuso. San Leucio può diventare una parte fondamentale di questo percorso. Rappresenta una piattaforma di marketing territoriale straordinaria. Troppo spesso il Sud viene raccontato attraverso stereotipi che non lo rappresentano. Qui invece abbiamo una comunità che già nel Settecento insegnava al mondo il valore del lavoro, della dignità sociale e della qualità produttiva. È una storia che merita di essere conosciuta molto meglio.
Accanto alla fondazione continua però a crescere Barbuti. Qual è il segreto di questi risultati?
Barbuti sta vivendo una fase molto positiva. A maggio registravamo una crescita del 65% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. È un progetto nato tra il 2018 e il 2019 e praticamente subito travolto dal Covid. Per un’azienda che vive esclusivamente di retail è stato un colpo durissimo. Ma una volta superata quella fase abbiamo trovato la nostra strada.
Quale strada?
Abbiamo individuato una fascia di mercato molto precisa. Ci sono persone che vogliono vestirsi in modo elegante e formale ma non possono o non vogliono spendere cifre enormi per rifarsi il guardaroba ogni stagione. Noi offriamo una qualità molto alta a un prezzo corretto. Inoltre abbiamo costruito una supply chain internazionale molto flessibile, capace di adattarsi anche alle tensioni geopolitiche che hanno caratterizzato questi anni.
Lei viene da una famiglia che ha scritto una pagina importante della moda italiana. Quanto pesa questa eredità?
Mio padre e i suoi fratelli fondarono Harmont & Blaine. Io sono entrato giovanissimo in azienda. Quando arrivai fatturavamo pochi miliardi di lire. Quando andai via eravamo arrivati vicino ai cento milioni di euro. Con l’ingresso del fondo d’investimento ho deciso che era arrivato il momento di costruire una mia strada autonoma. Ed eccoci qui…
Ed arriviamo alla terza sfida. Che cosa nascerà a ottobre a San Leucio?
Nascerà l’Opificio Menniti e presenteremo un nuovo marchio che per il momento preferisco non svelare. Sarà un progetto completamente indipendente da Barbuti e dedicato alla seta e al tessile di altissima qualità.
Perché proprio la seta?
Perché è il modo più naturale di dialogare con la storia di San Leucio. Ho scoperto che tutto iniziò dai fishu, i foulard di seta che nel Settecento andavano di moda nelle corti europee. Ho deciso di ripartire simbolicamente da lì. È un omaggio alle origini.
Che tipo di prodotto immagina?
Un prodotto… lento. È la definizione che sento più mia. Non voglio farmi travolgere dalle logiche della fast fashion e dai cicli sempre più rapidi del consumo. Vorrei creare prodotti che mantengano valore nel tempo, che non abbiano bisogno di essere sostituiti dopo pochi mesi e che diventino parte della storia personale di chi li acquista.
Una filosofia controcorrente rispetto alla moda contemporanea.
Sì. Oggi assistiamo a un’accelerazione quasi folle. A volte un capo viene percepito come vecchio ancora prima di essere utilizzato. Io credo invece che la vera eleganza sia senza tempo. E credo che una storia come quella di San Leucio meriti prodotti capaci di rispettarne la profondità culturale e umana.
Se dovesse sintetizzare in una frase la sua scommessa?
Direi che il nostro compito è rendere contemporanei duecentocinquant’anni di storia. Il passato può diventare una piattaforma per costruire il futuro.
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Sergio Luciano
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