Alza la voce. Prende posizione. Lanciando un messaggio forte sullo scenario politico nazionale. Non lo fa a titolo personale: la levata di scudi fatta in queste ore dall’ex presidente della Provincia di Frosinone Antonio Pompeo è per tutta la componente Pd dei Riformisti guidati dall’ex ministro Lorenzo Guerini; della quale è Coordinatore regionale per il Lazio.
Le prese di posizione delle correnti interne raramente parlano solo di ciò di cui sembrano parlare. Quando Antonio Pompeo chiede alla Segreteria nazionale di presentare al Senato un emendamento per introdurre la doppia (o la tripla) preferenza di genere nella nuova legge elettorale, sta dicendo una cosa precisa sulla riforma in discussione. Ma ne sta dicendo un’altra, forse più importante, sul posizionamento della componente rispetto alla linea di Elly Schlein.
La legge e il contropiede
La nuova legge elettorale approvata dalla Camera, battezzata Stabilicum dai suoi sostenitori e Melonellum dai detrattori, è un sistema proporzionale con premio di governabilità che scatta al 42%, liste bloccate, capolista nominato dai Partiti e obbligo di indicare il candidato premier al momento del deposito del contrassegno. È una legge che, come osserva Pompeo senza giri di parole, «è pensata e concepita per avvantaggiare i partiti più grandi».
La bocciatura dell’emendamento del centrodestra sulle preferenze (affondato per un solo voto a scrutinio segreto, con una cinquantina di franchi tiratori stimati dentro la stessa maggioranza) è stata definita da Antonio Pompeo una «Caporetto politica per il centrodestra». Ma subito dopo viene il punto: nel merito, quell’emendamento avrebbe abolito le preferenze nel senso pieno del termine. E quindi il PD non deve fermarsi a incassare la sconfitta altrui. Deve rilanciare. (Leggi qui: Preferenze affondate, la maggioranza va sotto: il giorno dei franchi tiratori).
La proposta è chirurgica: un emendamento al Senato per introdurre almeno la doppia preferenza di genere, con l’apertura alla terza. Non un’opposizione di sbarramento, ma una proposta positiva che si muove esattamente sul terreno che il centrodestra ha occupato e poi abbandonato. Un contropiede, come lo chiama Pompeo stesso.
Perché questa mossa vale più di un emendamento
C’è un passaggio della nota di Pompeo che dice qualcosa di strutturale sul modo in cui i Riformisti leggono la fase politica: «Una “battaglia” del genere darebbe al nostro partito un “pieno” di autorevolezza e di credibilità».
Non è un argomento tecnico-elettorale. È un argomento politico nel senso più classico: la credibilità di un Partito di opposizione non si costruisce solo resistendo alle leggi della maggioranza, ma avanzando proposte che parlino agli elettori che si astengono, alle donne relegate – come scrive Pompeo – «in quinto piano dal Governo Meloni», ai giovani, agli anziani, agli amministratori locali che ogni giorno si confrontano con un consenso vero perché gli elettori li hanno scelti direttamente.
È una critica implicita ma leggibile alla linea di Schlein, che ha preferito proporre collegi uninominali con riparto proporzionale piuttosto che fare delle preferenze una propria bandiera: una scelta tecnicamente difendibile ma politicamente meno comprensibile per l’elettore comune. Pompeo non dice che Schlein sbaglia: dice che il PD deve «scendere in campo con proposte vere». E che il momento è adesso, al Senato, «forte e chiaro».
Il nodo che la proposta apre
C’è però una tensione interna alla posizione di Pompeo. È la stessa tensione che attraversa da anni il dibattito sulla legge elettorale nel centrosinistra italiano.
Le preferenze, doppia tripla o semplice, sono uno strumento di democrazia diretta che restituisce agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti invece di riceverli già confezionati dalle segreterie di Partito. Su questo Pompeo è netto: il PD «non ha paura dei cittadini che scelgono», «si fida del popolo sovrano». È un argomento che ha una sua forza morale e una sua coerenza con la storia della sinistra italiana.
Ma le preferenze hanno anche una storia complicata: tendono a favorire i candidati con maggiori risorse economiche e reti clientelari, possono penalizzare le donne, come ha osservato la vicepresidente dem Chiara Gribaudo in un appello bipartisan. Storicamente hanno alimentato i fenomeni di personalizzazione e localismo che la legge proporzionale pura dovrebbe invece temperare. Non a caso dentro il PD la posizione non è unanime: Stefano Bonaccini e una parte consistente del Partito spingono per le preferenze, mentre la Segreteria ne diffida, preferendo i collegi uninominali come strumento alternativo per superare le liste bloccate.
La proposta Pompeo
La proposta di Pompeo per una doppia preferenza di genere come minimo è precisamente il punto di mediazione tra queste due posizioni. Non le preferenze tout court ma le preferenze con una garanzia di rappresentanza femminile incorporata.
È una sintesi politicamente intelligente, che aggira lo scontro frontale sulla questione e lo trasforma in una battaglia su un principio difficilmente contestabile: le donne devono poter essere scelte dagli elettori, non solo nominate dai Partiti.
Resta da leggere il significato di questa mossa nel quadro interno al Partito. I Riformisti di Guerini sono la componente che negli ultimi anni ha mantenuto la posizione più critica nei confronti della linea di Schlein. Non in modo frontale ma attraverso un costante posizionamento alternativo sui temi che dividono il PD. La legge elettorale è uno di quei temi.
Il segnale alla Segreteria
Pompeo non chiede a Schlein di cambiare linea sulla riforma nel suo complesso: la definisce «pessima», come la definisce la Segreteria. Chiede però un atto specifico, concreto, immediatamente misurabile: un emendamento. Con un contenuto preciso. In un’aula precisa. In un tempo preciso. È il modo in cui una corrente interna misura la distanza dalla leadership senza aprire uno scontro diretto: non «hai torto», ma «fai questa cosa». E se non la fa, la distanza si vede da sola.
Schlein ha definito la legge «totalmente irricevibile e inemendabile». Una posizione che lascia poco spazio a emendamenti parziali senza sembrare contraddittoria. Ma l’«inemendabile» di Schlein riguardava il disegno complessivo della riforma e non esclude, in linea di principio, che il PD possa presentare proposte migliorative per dimostrare di avere una visione alternativa.
È esattamente su questa distinzione che Pompeo costruisce la propria mossa. E su quella distinzione, nelle prossime settimane, si capirà quanto spazio la Segreteria intende lasciare alle componenti interne che chiedono una battaglia più propositiva.
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