Il 3 luglio, all’Associazione Civita di Roma, la presentazione dello studio Sinergie tra agricoltura e trasporto aereo per la produzione di SAF ha collegato un mandato europeo del trasporto aereo a una domanda agricola nuova. Il gruppo Fit4Foresight-fuel del Politecnico di Torino, coordinato dal professor David Chiaramonti su impulso del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ha messo il tema davanti alla filiera politica e industriale. La cronaca di Adnkronos coincide su sede, titolo dello studio e intervento di Nevi dentro il terzo incontro 2026 della Fondazione Pacta.
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Nevi porta il reddito agricolo dentro il SAF
Nevi, deputato di Forza Italia e componente della Commissione Agricoltura della Camera, ha scelto due parole che cambiano il peso politico della filiera: diversificazione e reddito. Il suo intervento lega i biocarburanti a un’esigenza molto terrena, cioè dare agli agricoltori sbocchi contrattuali aggiuntivi quando cereali, oleaginose, foraggere e residui subiscono prezzi, siccità, oneri energetici e incertezza sulle semine.
La frase più materiale riguarda l’aumento del reddito degli agricoltori. In termini agricoli significa spostare una quota economica dal serbatoio finale al campo: prezzo riconosciuto alla materia prima, accordi pluriennali, standard di raccolta e certezza dell’impianto di destino. Senza questi quattro anelli, il SAF resta domanda di carburante. Con questi anelli entra nel piano aziendale prima della semina.
ReFuelEU crea domanda obbligata dal 2025
La domanda non nasce da una scelta volontaria delle compagnie. Il Regolamento UE 2023/2405, consultabile su Eur-Lex, impone ai fornitori di carburante per l’aviazione quote obbligatorie di SAF negli aeroporti dell’Unione: 2% dal 1° gennaio 2025, 6% dal 2030, 20% dal 2035, 34% dal 2040, 42% dal 2045 e 70% dal 2050. Dentro la quota del 2030 entra anche una sottoquota per carburanti sintetici, con quota annua fissata allo 0,7% nel biennio 2030-2031.
La norma cambia la natura del mercato agricolo collegato ai carburanti. Un obbligo di miscelazione crea domanda programmabile ma la domanda vale per l’agricoltore solo quando il compratore industriale traduce quel fabbisogno in capitolati agricoli: raccolta, impurità ammesse, umidità, catena documentale, prezzo, penali e distanza dall’impianto. Il contratto di conferimento diventa il vero ponte tra campo e aeroporto.
Le colture alimentari escono dal calcolo
La disciplina europea chiude la porta ai biocarburanti da colture alimentari e mangimistiche per il conteggio ReFuelEU. La ragione agricola è netta: evitare che la domanda del trasporto aereo sottragga terra alla produzione di cibo o mangimi e che la pressione sui suoli cancelli il beneficio climatico atteso. La pagina della Commissione europea conferma che il SAF comprende carburanti sintetici, biocarburanti avanzati da rifiuti e residui, carburanti da oli e grassi ammissibili e carburanti da carbonio riciclato, con compatibilità tecnica con gli aeromobili attuali fino a miscela certificata del 50%.
Per i campi italiani questa disciplina taglia le scorciatoie. La scorciatoia della coltura oleaginosa venduta come risposta al SAF non regge senza materie prime ammesse, certificazione lungo la filiera e prova agronomica capace di separare l’integrazione del reddito agricolo dalla competizione sul suolo. Il reddito aggiuntivo più stabile passa da residui, sottoprodotti, oli esausti organizzati con maggior regolarità e colture intermedie riconosciute nei perimetri europei.
Il 2030 italiano ha un tetto vicino a 400mila tonnellate
Il passaggio del professor David Chiaramonti fissa una soglia che impedisce letture trionfalistiche. Nel 2030, anche nell’ipotesi più favorevole, il potenziale nazionale di materie prime per SAF arriva a poco più di 400mila tonnellate annue. La Gazzetta del Mezzogiorno, riprendendo il lancio sullo stesso incontro, riporta lo stesso ordine di grandezza e lo collega ai fabbisogni attesi dai mandati ReFuelEU Aviation.
Quel numero richiede una mentalità agricola. Una bioraffineria ragiona in continuità di alimentazione, mentre l’azienda agricola ragiona per annata, raccolto, rotazione e alea meteo. Il punto di frizione nasce lì: un impianto vuole flussi regolari e una campagna agricola consegna volumi intermittenti. La filiera funziona quando il contratto distribuisce l’alea su più materie prime e non scarica sull’agricoltore l’onere dell’incertezza.
Le colture intermedie guidano la frontiera agricola
La discussione sul 2050 cambia scala quando entrano le colture intermedie, seminate tra due colture principali e agganciate a terreni già inseriti in rotazione. Lo studio citato da Chiaramonti stima circa 4,5 milioni di tonnellate nell’UE da colture intermedie su terreni marginali, con certificazioni capaci di accompagnare l’uso reale di queste produzioni. Concawe ha pubblicato nel 2026 un lavoro commissionato a Wageningen Environmental Research e CRES proprio sul potenziale delle colture intermedie nell’UE-27 al 2050.
Per l’Italia il tema non riguarda solo ettari disponibili. Conta la finestra agronomica: al Nord pesano calendario di raccolta, umidità e lavorazioni prima dell’autunno; al Centro-Sud pesano stress idrico e temperature estive; nelle aree marginali pesano accesso, rese ridotte e spese di raccolta. Una coltura intermedia entra davvero nel reddito quando copre il suolo, non penalizza la coltura principale e raggiunge un impianto con una spesa logistica compatibile con il prezzo.
Gela mostra la scala richiesta alle bioraffinerie
La parte industriale non è teorica. A Gela, Enilive ha avviato nel 2025 un impianto dedicato al SAF con capacità dichiarata di 400mila tonnellate l’anno; Eni dichiara la stessa soglia e la collega a quasi un terzo della domanda europea prevista nel 2025. La bioraffineria lavora biomasse e materie prime di scarto: oli alimentari esausti, grassi animali e sottoprodotti della lavorazione di oli vegetali.
Questa scala chiarisce il vero banco agricolo. Un solo impianto di grandi dimensioni assorbe volumi che nessun territorio agricolo improvvisa in pochi mesi. Servono reti di raccolta, stoccaggio vicino ai distretti produttivi, controlli sulle impurità, calendari di consegna e contratti che distinguano il residuo realmente disponibile dal residuo già impegnato in mangimi, chimica, cosmetica o altri usi energetici.
Nel breve domina la via HVO da lipidi
Chiaramonti ha richiamato una distanza spesso rimossa dal discorso pubblico: i biocarburanti da biomassa lignocellulosica sono discussi da decenni ma non hanno ancora raggiunto maturità commerciale piena. Nel breve e medio periodo, la via industriale più presente resta l’HVO/EFA da lipidi, cioè la lavorazione di oli e grassi idonei alla produzione di componenti per carburanti.
Questa precisazione pesa sui campi. Le aziende agricole non guadagnano dall’annuncio isolato di una tecnologia futura. Guadagnano quando esiste una filiera che compra, paga e trasforma. La ricerca su alcool lignocellulosico e altre vie chimiche resta decisiva per ampliare il paniere ma il reddito 2026-2030 nasce dove l’impianto è già in grado di lavorare materia prima tracciata.
Le sanzioni ReFuelEU aprono il tema del reinvestimento
Nevi ha criticato il meccanismo delle multe come asse della transizione. Nel trasporto aereo la questione è già dentro ReFuelEU: l’Italia ha affidato all’ENAC la funzione di autorità nazionale competente per il regolamento e il sistema sanzionatorio nazionale è richiamato nella pagina dell’ente. Carmela Tripaldi, responsabile della direzione standard e operatività aeronautica, ha collegato le sanzioni al reinvestimento in attività scientifiche e industriali sul SAF.
La soglia agricola è materiale: se la penalità resta prelievo, l’agricoltore vede solo una spesa finale nel biglietto o nel carburante. Se una parte rientra in filiere pilota, impianti, raccolta e certificazione, il denaro accelera la costruzione del mercato. La politica deve decidere dove collocare il gettito: nel bilancio pubblico o nella catena che produce il carburante richiesto dalla norma.
Autonomia energetica e margine agricolo viaggiano insieme
Nevi ha inserito il tema dentro la riduzione della dipendenza dall’estero. In agricoltura la dipendenza non riguarda solo il carburante finale: riguarda fertilizzanti, gas, oli vegetali, logistica marittima, certificazioni e materie prime concorrenti. Il lavoro già pubblicato da Sbircia sulla riserva PAC per i fertilizzanti mostra la stessa fragilità vista dal campo, con oneri energetici che entrano nel margine prima del raccolto.
La diversificazione agricola legata al SAF ha senso se riduce acquisti esteri di feedstock e non crea una nuova dipendenza da materie prime certificate altrove. Il beneficio nazionale nasce quando il residuo viene raccolto in Italia, la coltura intermedia resta compatibile con la rotazione e l’impianto lavora vicino ai bacini agricoli. Altrimenti la filiera verde sulla carta trasferisce reddito fuori dai territori produttivi.
Il reddito passa da contratti prima della semina
Per l’agricoltore il SAF diventa reddito solo con un prezzo fissato prima dell’investimento colturale. La formula contrattuale deve fissare durata, quantità minima, misure qualitative, spese di trasporto, soglie di rigetto e responsabilità sulla certificazione. Se questi elementi arrivano dopo il raccolto, il produttore resta esposto al compratore unico e perde forza negoziale.
La via più resistente per i territori è aggregare l’offerta: cooperative, consorzi di conferimento, frantoi, essiccatoi, centri di stoccaggio, impianti biogas e aziende cerealicole possono mettere insieme volumi che il singolo campo non garantisce. Il SAF agricolo non nasce dalla somma di conferimenti occasionali. Nasce da un calendario comune tra semina, raccolta, stoccaggio e trasformazione.
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Junior Cristarella
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