Bernabei appartiene alla generazione che ha tolto il Sangiovese dalla gabbia della formula e lo ha portato dentro una geografia di vigne, altitudini, esposizioni e famiglie produttrici. La sua statura nasce qui: ogni cantina seguita diventava un caso agricolo a sé, con scelte di raccolta, fermentazione e affinamento cucite sul luogo.
Avvertenza editoriale: questo pezzo tratta il vino come filiera agricola e culturale. Non promuove il consumo di bevande alcoliche.
Sommario dei contenuti
Il saluto a Greve in Chianti
Il commiato è fissato per lunedì 6 luglio 2026 alle 15.30 nella chiesa di Santa Croce a Greve in Chianti. Il luogo racconta il legame con il Chianti: Greve fu la sede da cui partivano sopralluoghi, assaggi di vasca e decisioni sulle maturazioni.
Gazzettino del Chianti indica la stessa scansione oraria e la stessa sede. Per le aziende seguite da Bernabei, Santa Croce coincide con il centro della sua attività toscana.
Da Abano Terme al Chianti
La biografia di mestiere parte da Abano Terme, nell’area dei Colli Euganei, passa per la formazione universitaria a Padova e arriva a Ruffino prima dell’attività autonoma. La cronologia fissata da ANSA combacia con una traiettoria nota agli enologi italiani: radice veneta, immersione nel Chianti e applicazione su cantine capaci di parlare ai mercati esteri.
La Toscana lo accolse come enologo venuto da fuori. Bernabei entrò nel territorio senza rendite di appartenenza e costruì autorevolezza misurando vigneti, annate e rese fino a dare al Sangiovese un linguaggio riconoscibile fuori dall’Italia.
Enoproject, la scuola familiare nata nel 1993
Nel 1993 Bernabei fondò Enoproject con Daniela. La struttura rimase a Greve in Chianti e oggi la prassi familiare passa da Marco e Matteo Bernabei, entrambi enologi. La linea confermata da Corriere Cook mostra una consulenza diventata scuola domestica di assaggio, vigna e cantina.
Enoproject conta nel profilo di Bernabei perché separa la figura del consulente itinerante dalla costruzione di un ufficio stabile. La consulenza, in quella prassi, non vive di interventi sporadici: entra nelle aziende per annate consecutive, legge le piante nel tempo e calibra le decisioni quando il vino ancora è uva.
Flaccianello e la rottura del Sangiovese in purezza
Il contributo maggiore di Bernabei sta nell’aver lavorato il Sangiovese in purezza quando le regole del Chianti Classico chiedevano ancora anche uve bianche nel taglio. Il caso più noto è Flaccianello della Pieve: prima annata 1981, progetto legato a Fontodi e a Giovanni Manetti, senza varietà internazionali a coprire il carattere della Conca d’Oro di Panzano.
Decanter colloca la nascita di Flaccianello nel 1981 con l’aiuto enologico di Bernabei. La scelta agricola era radicale: selezionare le piante migliori, vendemmiarle al momento giusto e lasciare che il vino parlasse la lingua del vigneto prima del mercato.
Fontalloro, due territori nello stesso Sangiovese
Con Fèlsina, la collaborazione prende corpo nel 1983, anno di Fontalloro e Rancia indicato dalla stessa cantina. Fontalloro nasce da vigne collocate tra Chianti Classico e Chianti Colli Senesi. La scelta porta il Sangiovese su una doppia matrice territoriale, tra suoli più alti, settori più bassi e maturazioni non sovrapponibili.
Qui la mano dell’enologo non consiste nel forzare uniformità. Serve a governare la distanza tra parcelle e a far convivere materia, acidità e tannino in un profilo destinato a durare. Per questo Fontalloro resta uno dei casi più istruttivi della stagione Bernabei: non celebra il vitigno in astratto, lo misura in due ambienti agricoli distinti.
Bucerchiale, Rufina prima della moda del cru
A Selvapiana, nella Rufina, il nome Bernabei si salda al Vigneto Bucerchiale. La scheda della fattoria fissa la prima annata al 1979 e la lega alla seconda vendemmia del giovane enologo come consulente. È un tassello spesso schiacciato dal racconto dei Supertuscan, eppure anticipa la centralità del singolo vigneto in una sottozona con clima più fresco del Chianti Classico centrale.
Bucerchiale mostra un Bernabei ancora giovane e già riconoscibile per la pazienza con cui tratta la Rufina. Meno esposizione mediatica di Panzano, più disciplina sul tempo lungo: il vino nasce solo nelle annate ritenute all’altezza dalla cantina e quel criterio rende visibile la sua idea di selezione.
Ugolaia e il versante Montalcino
Il perimetro toscano non finisce nel Chianti. Tra le etichette associate al suo lavoro figura Ugolaia di Lisini, nel Brunello di Montalcino, richiamata da Repubblica Il Gusto accanto a Flaccianello, Fontalloro e Bucerchiale. A Montalcino il Sangiovese richiede decisioni diverse su maturità fenolica, alcol, tannino e longevità.
La presenza di Ugolaia accanto ai grandi nomi del Chianti evita una semplificazione frequente: Bernabei non va ridotto a una sola zona. La Toscana gli offrì più banchi agricoli e lui rispose spostando la mano enologica in base alla matrice del luogo, senza imporre uno stampo uguale a ogni cantina.
Il soprannome Mister Sangiovese
Il soprannome Mister Sangiovese regge perché non nasce da un solo vino. Copre una sequenza di cantine in cui lo stesso vitigno assume forme diverse senza perdere il riferimento agricolo. Gambero Rosso, con Marco Sabellico, ha fissato l’immagine dell’enologo dietro alcuni tra i vini più noti d’Italia.
DoctorWine ha ricordato Bernabei come padre di Flaccianello, Fontalloro, Ugolaia e molte altre etichette. La formula colpisce perché riconosce una paternità enologica senza trasformarla in possesso: nei suoi vini la cantina resta riconoscibile e il consulente lavora per sottrazione.
Il cordoglio di Assoenologi
Assoenologi, tramite Riccardo Cotarella, ha espresso cordoglio per una figura iscritta nella storia della categoria. Il suo mestiere viveva lontano dalla ribalta: entrava in cantina, lavorava su vigne e vasche e lasciava al produttore la scena pubblica.
La reazione del settore non riguarda soltanto il prestigio dei vini. Tocca il rapporto tra consulenza e identità aziendale. Bernabei apparteneva a una generazione di enologi capaci di incidere profondamente senza sostituirsi alla famiglia proprietaria, al territorio e alla storia commerciale della bottiglia.
L’Oscar del Vino arrivato nel 2000
L’Oscar del Vino come miglior enologo, assegnato nel 2000 dalla Fondazione Italiana Sommelier, arriva quando il suo profilo era già consolidato. Il premio sancisce la visibilità pubblica di una carriera costruita nelle annate: vendemmie, correzioni ridotte, scelta dei legni e fedeltà alla matrice varietale.
Quel riconoscimento va collocato dentro una stagione in cui il vino italiano cercava nomi credibili anche fuori dalle denominazioni. Bernabei offriva una risposta concreta, fondata sulla cantina e sulla vigna, non su una firma esibita in etichetta.
La grammatica di cantina
La cifra Bernabei si riconosce nella grammatica di lavoro. La vigna veniva seguita per parcelle, l’assaggio delle uve pesava quanto quello dei mosti e la cantina interveniva per accompagnare, mai per coprire. Nel Sangiovese il margine è stretto: acidità e tannino scappano di mano quando la raccolta slitta o quando il legno domina.
Da qui nasce la sua influenza sul vino toscano moderno. La tecnica rimaneva dietro il risultato finale e il vigneto tornava davanti. Chi guarda solo i nomi delle bottiglie perde la parte più seria: l’enologo lavorava prima che il vino avesse un nome commerciale.
Il filo con gli articoli Sbircia sul vino
Il pezzo dialoga con tre lavori già pubblicati da Sbircia la Notizia Magazine: il ruolo del vino come filiera economica nel discorso di Renzo Cotarella alla SPES Academy, il DNA dei vinaccioli di Cetamura del Chianti e il congresso Assoenologi a Conegliano. Sono tasselli interni per seguire il vino italiano senza confondere produzione, cultura e consumo.
L’eredità per le cantine
Le cantine che hanno lavorato con Bernabei conservano una lezione non museale. Il Sangiovese non guadagna forza quando viene coperto da tecnica vistosa. Guadagna rango quando il vigneto è leggibile nel bicchiere e l’enologo accetta di fare un passo indietro.
La sua scomparsa tocca produttori e critici, oltre a molti colleghi enologi, perché chiude una presenza che aveva inciso sul gusto internazionale senza trasformarsi in personaggio. Nei vini resta la parte più concreta del suo mestiere: far parlare il luogo con una voce riconoscibile.
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Junior Cristarella
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