Nel suo enorme studio a Los Angeles Friedrich Kunath (Chemnitz, 1974) ha spazio per tutto, persino per un bar con delle grandi scritte al neon che riportano “Goodbay sadness”, un invito ad abbandonare ogni sentimento negativo, così da poter liberare il proprio spazio mentale e rendersi recettivo agli stimoli. Solo un anno fa, per Aimless Love, durante la sua prima personale con la Pace Gallery di New York, Kunath aveva dichiarato esplicitamente il suo amore per la discografia italiana, d’ispirazione per la creazione della collezione (tra i tanti oggetti raccolti nel suo studio californiano, è conservato anche il disco di Lucio Battisti, Una donna per amico, pubblicato nel 1978), ed è sempre per la Pace Gallery che l’artista ha creato il mixtape The Va Bene Life, inserendo brani di Battiato, Nada, Paolo Conte, Gino Paoli e Andrea Laszlo De Simone.
La mostra di Friedrich Kunath a Roma
Nella sua personale in mostra presso Tim Van Laere Gallery di Roma, dal titolo Vitello Kunatho, oltre a condensare buona parte del proprio percorso artistico attingendo dall’immaginario della cultura pop statunitense e dalla vasta cinematografia italo-francese (specie del filone moderno ed esistenziale), è evidente l’influenza dell’atmosfera della vecchia Hollywood, un mondo dissolto di cui resta simbolicamente, nei suoi dipinti, solo la celebre scritta sulla collina californiana che emerge sullo sfondo di Those Last Cheerful Inches (2026) e di Hollywood (Prendila Così) (2025). In It’s Just A Silly Phase I’m Going Through (2026) dondola in acque calme su un piccolo canotto il personaggio più amato dei fumetti a strisce Peanuts, Snoopy, accompagnato da un paio di frasi impresse sulla tela: “It’s just a silly phase i’m going trough” e “Don’t look back in anger”, un chiaro richiamo al brano degli Oasis del ’95. Se del non avere rimpianti Sally ne ha fatto un mantra, Kunath descrive la leggerezza attraversando sogni svaniti (“Ma tutte le cose che hai visto-Svaniranno lentamente”, cantava Noel Gallagher), alla ricerca di un posto soddisfacente dove potersi rifugiare, al riparo dalle promesse non mantenute del sogno americano.

Tra Europa e USA. I dipinti di Friedrich Kunath
I dipinti seguono lo schema di uno spartito, sono costruiti su stratificazioni di prodotto in eccesso, su piani stilistici sfalsati. Basti guardare 1-800-Serenity Now (It’s Going To Be Alright) (2026), in cui s’incontrano due frequenze emotive relativamente distanti l’una dall’altra. Le tele sono trattate come fossero copertine di un album (è lampante in You Won’t Know If You Don’t Go (Romantic Times) del 2026) o, ancor più, come spartiti musicali, inserendovi tracce testuali fluttuanti, frasi in movimento più o meno intercettabili, e lasciando al visitatore il compito di captarle. Se in passato gli Stati Uniti hanno rappresentato per Kunath un luogo di esplorazione, di possibilità e di rinascita, in questa fase della sua vita l’attenzione si sposta dalla disillusione verso l’interesse per nuovi luoghi e ricordi d’infanzia.
È così che And The Sad Truth Is That I’m Happy e Love Is Free – Give It Away (entrambe del 2026), sembrano dei collage in cui è facile individuare personaggi di vecchi cartoni animati ispirati alle illustrazioni della DDR (Repubblica Democratica Tedesca), un’operazione che implica un percorso a ritroso, trasformativo e multiforme, parzialmente sospeso tra la rievocazione del proprio passato (Kunath cresce nella Germania dell’Est), la celebrazione della condizione del presente, e la critica ad una società distante dal senso di appartenenza originario.

Eternità e transitorietà. Friedrich Kunath da Tim Van Laere Gallery a Roma
Tale necessità spinge l’artista a riposizionare lo sguardo verso lo scenario europeo, in cui trova spazio l’Italia, Roma nello specifico. La città è un luogo di sedimentazione in cui la bellezza entra in collisione con le storture più evidenti. Kunath non può fare a meno di inglobare nella sua ricerca artistica tutto ciò che dell’Italia lo stimola. Nel suo studio, lasciandosi ispirare dai testi dei cantautori di cui spesso non conosce la traduzione (così da preservare una libertà maggiore nell’assimilazione delle sensazioni scaturite dall’ascolto), egli collega le parole ad immagini e fotografie collezionate, ad oggetti conservati nell’ampia stanza in cui si rifugia per dare spazio all’atto creativo, tutti elementi interconnessi che alterano, modificano e variano l’ambiente circostante. Con Vitello Kunatho, Kunath si lascia alle spalle tutto ciò da cui sa di non poter più attingere, sentieri conclusi e cristallizzati, basti guardare due delle sue opere più recenti: I Used To Be Cool (Campfire) (2026) e, ancor più emblematico, I’m Running Out Of World (F40) su cui scrive frasi come “It’s okay to be passing trhough”. L’essere “di passaggio”, la temporaneità delle circostanze, rivelazioni velate da una certa malinconia, sono in realtà null’altro che una molla, la spinta motrice verso un ulteriore passaggio di vita il cui profilo è delineato da certezze visive e capisaldi culturali, prima fra tutti, appunto, la musica stessa, un non-luogo in cui queste coordinate si dispiegano e si ricompongono. Partendo esattamente da qui si forma la transitorietà, unica dimensione entro la quale il cambiamento può realmente concretizzarsi, una condizione costituita spesso da impercettibili passaggi, mai circoscritti o delimitati, ma pur sempre collegati tramite sottili trame e traiettorie dotate di una propria continuità.
Beatrice Andreani
Roma // fino al 4 luglio 2026
Friedrich Kunath. Vitello Kunatho
TIM VAN LAERE GALLERY – Via Giulia, 98
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Beatrice Andreani
Source link

