Una “holding di Stato” per i beni confiscati: la ricetta per salvare le ex aziende dei clan


I beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata sono quasi 50mila, ma solo la metà è stata destinata a nuova vita. Un risultato figlio dei tempi lunghi della giustizia e della difficoltà delle pubbliche amministrazioni e del Terzo settore a farsi carico gestire questo patrimonio. La nuova indagine Dal male al bene: come trasformare i beni sottratti alle mafie. Analisi, stime e prospettive pubblicata da Eurispes offre una panoramica dello stato dell’arte, proponendo strumenti per una governance più efficiente, in grado di valorizzare i beni confiscati come veicoli di innovazione e riscatto per il Paese.

Partendo dal valore economico dei beni confiscati e analizzando la loro distribuzione territoriale, la ricerca cerca di indagare il costo delle inefficienze amministrative e le perdite di valore determinate dall’eccessiva durata delle procedure di gestione e destinazione.

Al 9 novembre 2025, i beni confiscati erano 48.162: di questi, 43.326 sono immobili e 4.836 sono aziende. Gli immobili già destinati – cioè assegnati a istituzioni, enti locali, realtà del Terzo settore – sono 21.664, per un valore economico immobiliare di circa 2,71 miliardi di euro. A questi, vanno aggiunti i 21.662 immobili ancora in amministrazione dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati – Anbsc, per un valore di 1,96 miliardi. Si tratta di beni che rimano inutilizzati spesso per quasi un decennio, con conseguenti danneggiamenti e mancata manutenzione che impongono importanti oneri di ristrutturazione prima di poter destinarli a un nuovo utilizzo.

Ai beni immobili vanno poi aggiunte le aziende confiscate, ambito in cui le sfide sono ancora maggiori. Le aziende sequestrate o confiscate in gestione dell’Anbsc sono circa 2.800, mentre quelle destinate sono più di 2.170. Tuttavia, la ricerca di Eurispes ha messo in luce come circa il 95% delle aziende confiscate venga avviato alla liquidazione: un dato che dimostra come il sistema sia molto efficace nella fase di contrasto, ma poco efficace nella valorizzazione economica delle imprese. Il problema, nel caso delle aziende, è che spesso già al momento del sequestro non hanno i requisiti minimi di sostenibilità economica né un’organizzazione interna tale da consentire una ripresa. Una condizione dovuta al fatto che, molto spesso, si tratta di realtà che esistono per occultare flussi finanziari illeciti: quando questi cessano a causa dell’intervento dell’autorità giudiziaria, le aziende in questione non hanno più motivo di esistere. Per le aziende che, invece, potrebbero rimanere in vita, il problema è che al momento del sequestro vengono, di norma, abbandonate dal mercato: banche, finanziatori e clienti si allontanano. Solo una piccola parte delle aziende confiscate risulta pienamente operativa: imprese che producono beni e servizi, impiegano lavoratori qualificati e dispongono di clienti, marchi, competenze e know-how che meritano di essere preservati.


Soltanto di alcune imprese sono disponibili i dati economici: le elaborazioni di Eurispes hanno evidenziato un fatturato complessivo di 123 milioni di euro annui. Inoltre, più di 300 imprese impiegano complessivamente 3mila lavoratori. Facendo una proporzione, se le aziende attualmente in amministrazione fossero accompagnate in un percorso di rilancio, potrebbero arrivare a occupare fino a circa 31mila addetti.

Secondo quanto stabilito dalla legge 109/1996, per i beni confiscati – immobili e aziende – dovrebbe essere incentivato il riutilizzo sociale, in modo tale da trasformare dei luoghi della criminalità in centri vivi di cittadinanza, in grado di dare valore economico e sociale al territorio. Tuttavia, come abbiamo raccontato qui, solo una minima parte è destinata al riuso sociale.

Il 7 marzo 1996, il Parlamento italiano approvava la legge 109/96, nata da un milione di firme raccolte da Libera contro le mafie: per la prima volta nella storia, i beni sottratti alle organizzazioni criminali venivano restituiti alla collettività. Un’idea rivoluzionaria: trasformare i simboli del potere mafioso in risorse per le comunità ferite da quella stessa mafia. Tre decenni dopo, cosa resta di quella scommessa?
BENI CONFISCATI, CANTIERI DI DEMOCRAZIA

Tornando alla ricerca di Eurispes, il centro studi propone la trasformazione dell’Anbsc in ente pubblico economico: mantenendo inalterate le garanzie di legalità e di controllo, avrebbe una più ampia autonomia organizzativa e finanziaria, guadagnandone in flessibilità e attrattività per professioni specializzate. Al tempo stesso, Eurispes propone di ripensare l’intero modello di gestione del patrimonio tramite la creazione di una Holding nazionale dei beni confiscati: in questo modo si passerebbe da un sistema in cui i beni sono amministrati come realtà isolate a una gestione unitaria, organizzata per filiere produttive e capace di generare economie di scala, attrarre investimenti e valorizzare le competenze presenti sui territori. L’idea di Eurispes è che superando la frammentazione, si riuscirebbe a trasformare questo insieme in un patrimonio strategico nazionale.

Infine, il centro studi propone di istituire un Fondo nazionale per il costo della legalità, destinato esclusivamente alle imprese che presentino concrete prospettive di continuità aziendale. L’obiettivo è evitare che aziende economicamente sane vengano espulse dal mercato proprio nel momento in cui entrano nella legalità. «La confisca», ha commentato non a caso Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, durante la presentazione del report al Senato, «ha rappresentato una delle intuizioni più importanti nella lotta alle mafie. Ma sottrarre un bene non basta: la vera vittoria si realizza quando quel bene torna a produrre valore sociale».


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 Francesco Crippa

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