Olivia Cooke ha corretto un capitolo rimasto laterale nel casting di Star Wars: la sua audizione riguardava Rey in Il risveglio della Forza, non Rose Tico in Gli ultimi Jedi. Nel dialogo con Josh Horowitz per Happy Sad Confused, l’attrice parla di più tentativi, di un incontro con J.J. Abrams e di una prova da lei stessa giudicata fallita. La parte andò a Daisy Ridley, nome già inserito da Lucasfilm nel cast di Episode VII quando il film entrò nella fase pubblica.
Avviso: l’articolo contiene riferimenti a provini, parti e snodi di casting della trilogia sequel di Star Wars.
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Rey, non Rose Tico: la correzione di Cooke
Cooke ha respinto l’abbinamento con Rose Tico, personaggio entrato in Star Wars: Gli ultimi Jedi attraverso Kelly Marie Tran. La traiettoria indicata dall’attrice risale invece al film precedente, quando Lucasfilm cercava la nuova protagonista destinata ad aprire la trilogia sequel. Entertainment Weekly e Variety registrano la stessa sequenza: più provini per Rey e nessuna corsa reale per Rose.
Il chiarimento pesa nella storia recente della saga. Rose nasce nel film scritto da Rian Johnson e affidato alla sua regia, con una funzione narrativa diversa e con una pressione mediatica arrivata dopo Il risveglio della Forza. Rey invece era la porta d’ingresso del nuovo corso: il volto che doveva incontrare Finn, BB-8, Han Solo e il mito di Luke Skywalker già dal primo film del rilancio.
La sessione con Abrams e la giornata che Cooke boccia ancora
Il provino ebbe almeno due momenti: una sessione a Los Angeles e una sessione davanti a J.J. Abrams. Cooke non addolcisce il ricordo. Parla di una giornata in cui non portò in stanza l’energia richiesta dalla parte e uscì con la sensazione di aver deluso se stessa e chi la stava ascoltando. ComingSoon e Movieplayer hanno rilanciato il medesimo passaggio, con la frase sull’essere stata davvero pessima come asse del ricordo.
La parte più rivelatrice sta nell’autovalutazione. Cooke non attribuisce il no alla macchina chiusa di un franchise enorme o a una scelta di mercato. Individua il cedimento nella performance. Per un’attrice oggi associata a personaggi sorvegliati, trattenuti e spesso ambigui, riconoscere una prova sbagliata davanti ad Abrams racconta una consapevolezza non comune sul lavoro d’audizione: una stanza, pochi minuti e nessuna possibilità di rifugiarsi nel montaggio.
Daisy Ridley e la scelta che arrivò in sala
Cooke non trasforma il mancato ingaggio in una ferita aperta. Nel podcast riconosce il lavoro di Daisy Ridley e collega il risultato a una verità di casting: in quel momento Rey chiedeva un tipo di presenza che lei non sentiva proprio. Ridley entrò in Star Wars con un volto quasi nuovo per il grande pubblico e con una fisicità adatta a Jakku, alla fuga con BB-8 e al duello emotivo con Kylo Ren.
StarWars.com fissò il cast di Episode VII nel 2014: Daisy Ridley accanto a John Boyega, Adam Driver, Oscar Isaac e al rientro di Harrison Ford, Carrie Fisher e Mark Hamill. Il film uscì nel mondo il 18 dicembre 2015, con regia di J.J. Abrams e sceneggiatura firmata con Lawrence Kasdan e Michael Arndt. Dentro quel perimetro, la selezione di Rey non era una parte qualsiasi. Era l’avvio pubblico della nuova trilogia.
Perché il ricordo dice molto sul casting di Star Wars
La frase di Cooke sul fatto che quasi tutti avessero provato per Rey va collocata nel peso industriale di Episode VII. Lucasfilm non cercava solo un’interprete giovane: cercava una presenza in grado di reggere azione fisica e peso mitologico, con riconoscimento immediato del pubblico. La scelta di Ridley rispondeva a quella richiesta perché univa inesperienza percepita e centralità scenica, due qualità difficili da fabbricare a tavolino.
Cooke, vista oggi, appartiene a un registro diverso. Alicent Hightower in House of the Dragon vive di compressione emotiva, controllo sociale e tensione trattenuta. Rey chiedeva uno slancio più frontale, quasi da racconto iniziatico. Il mancato incontro fra attrice e personaggio appare meno come una sconfitta e più come un disallineamento creativo che Cooke stessa riconosce senza attenuarlo.
Endless Love e lo screen test a 19 anni
Il segmento su Star Wars si lega a un rifiuto precedente: il remake di Endless Love con Alex Pettyfer. Cooke aveva 19 anni, era al suo primo screen test e perse la parte poi affidata a Gabriella Wilde. L’attrice ha ricordato la telefonata notturna dell’agente nel Regno Unito e il pianto nella stanza della casa d’infanzia, indice di quanto quel no fosse stato vissuto come un verdetto sulla partenza.
La connessione fra i due ricordi non è sentimentale. In entrambi i casi Cooke parla del provino come di un dispositivo spietato: desiderio alto, pochissimo tempo per dimostrare aderenza alla parte e una decisione che arriva mentre l’attore è ancora dentro il contraccolpo. Questa è la materia meno raccontata del casting, perché il pubblico vede l’attore scelto e dimentica la lunga fila di volti che ha lasciato la stanza con la percezione opposta.
Dalla mancata Rey ad Alicent Hightower
Il racconto arriva quando Cooke guarda quel no da una posizione avanzata della propria filmografia. Dopo Bates Motel ha attraversato cinema indipendente, grande produzione e televisione seriale con titoli come Quel fantastico peggior anno della mia vita, Ready Player One, Sound of Metal, House of the Dragon e The Girlfriend. Prime Video la colloca nel cast della miniserie del 2025 accanto a Robin Wright, con Cherry Laine come asse del conflitto psicologico.
Il passaggio ad Alicent Hightower ha dato alla sua carriera una forma diversa da quella che avrebbe avuto entrando in Star Wars nel 2015. Rey avrebbe portato Cooke dentro un’identità globale immediata, molto codificata dal fandom e dalla macchina Disney. Alicent le ha dato una notorietà più adulta, costruita su stratificazione politica e tensione familiare. La traiettoria non cancella il provino fallito, lo rende leggibile come deviazione produttiva.
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Junior Cristarella
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