“Sei pigro e svogliato”, quando le etichette vengono interiorizzate. Ecco i danni del ritardo diagnostico per studenti con BES e DSA. INTERVISTA a Patrizia Di Flaviano


Diagnosi tardive, autostima legata ai voti, stress scolastico, inclusione ancora troppo spesso formale e tutoraggio come spazio di metodo, fiducia e autonomia. Patrizia Di Flaviano, orientatrice professionista, formatrice e tutor dell’apprendimento, anche tutor di LeTueLezioni, racconta cosa accade agli studenti con DSA e BES quando la scuola non intercetta in tempo le loro difficoltà e spiega perché famiglia, tutor e scuola devono lavorare insieme per restituire ai ragazzi strumenti, motivazione e fiducia.

Diagnosi tardiva: quando il bisogno non viene riconosciuto

Secondo il Report GoStudent sul futuro dell’istruzione 2025, il 44% dei genitori di ragazzi con BES ritiene che le esigenze di apprendimento specifiche dei propri figli non vengano soddisfatte dal formato tradizionale delle lezioni. È un dato che richiama direttamente il tema della diagnosi tardiva: se il bisogno non viene visto, non viene indirizzato, e lo studente rischia di arrivare tardi agli strumenti di cui avrebbe avuto bisogno. “Quando incontro uno studente con diagnosi tardiva, spesso trovo un ragazzo che per anni si è sentito dire di essere pigro, svogliato, poco attento o poco portato per lo studio. Nel tempo queste etichette vengono interiorizzate, diventando convinzioni difficili da eradicare e comportando conseguenze pesanti sul percorso formativo: bocciature, motivazione ormai assente, procrastinazione, metodo di studio non efficace e non personalizzato, perché la demotivazione a volte è tale da portare lo studente a non provarci nemmeno. La difficoltà scolastica ad un certo punto non viene più vista come qualcosa che si può affrontare con gli strumenti giusti, ma diventa una caratteristica personale, quasi un’identità ed è lì che il danno del ritardo diagnostico si vede di più.”

Autostima e voti: la pressione che svuota l’apprendimento

Lo Studio benessere degli studenti, GoStudent, gennaio 2026 evidenzia che il 46% degli studenti italiani lega la propria autostima ai voti, in linea con la media europea del 48%. Inoltre, l’80% dei genitori italiani ammette che i propri figli mostrano segni di stress legato alla scuola, con irritabilità, stanchezza e sintomi psicosomatici. Per uno studente con BES, questa pressione può diventare ancora più pesante, perché si innesta su difficoltà già presenti e spesso non comprese. “Nella mia esperienza, questa pressione si vede soprattutto nei periodi più carichi, quando le verifiche si concentrano in poche settimane. I ragazzi iniziano a studiare pensando solo al voto, non a quello che stanno capendo. Fanno calcoli, strategie, ragionano in base alla media chiedendosi: ‘quanti voti alti servono per recuperare un’insufficienza?’ e facendo così finiscono per perdere completamente il focus sull’apprendimento. Il momento in cui ‘si rompe’ qualcosa, secondo me, è quando si convincono di non avere più possibilità. Iniziano a dire ‘tanto è inutile’, evitano la materia, procrastinano. Lì non parliamo più solo di difficoltà e di strumenti utili ad affrontarle, parliamo proprio di una perdita di fiducia e motivazione.”

Cambiare la percezione di sé: dall’ascolto ai piccoli risultati

Il Report GoStudent sul futuro dell’istruzione 2025 segnala che il 59% dei genitori europei ritiene che i voti non riflettano efficacemente le abilità complessive dei ragazzi. Per gli studenti con BES, la valutazione può contribuire a costruire una percezione negativa di sé, soprattutto quando il voto viene interpretato come conferma di incapacità. Il lavoro educativo, allora, deve partire dal cambio di narrativa. “Io parto sempre dall’ascolto: cerco di capire come studia, dove fa più fatica, dove si sente più sicuro di sé e che rapporto ha con la scuola. Molti ragazzi arrivano con convinzioni ben radicate, come ad esempio ‘tanto non prenderò mai 6’. Il lavoro iniziale è quello di iniziare a scardinare l’idea che siano ‘sbagliati’, spiegando loro che lavoreremo insieme per migliorare la situazione. Un aspetto importantissimo, secondo me, è quello di rendere lo studente partecipe sempre, anche nelle fasi iniziali. Personalmente, dopo l’ascolto, stabilisco insieme allo studente un piano d’azione. In seguito, si costruiscono piccoli risultati concreti. Non servono grandi cambiamenti sin dal primo incontro, ma segnali che inizino a spostare la percezione: da ‘non sono capace’ a ‘non ho ancora trovato il modo giusto’.”

Famiglia, tutor e scuola: una rete per non ridurre tutto al voto

Sempre secondo il Report GoStudent sul futuro dell’istruzione 2025, il 62% dei genitori europei riconosce che saranno necessarie nuove modalità di valutazione scolastica. Nella quotidianità, però, il voto resta spesso il principale metro di giudizio. Per questo, secondo Di Flaviano, occorre costruire una rete che aiuti lo studente a distinguere il risultato scolastico dal proprio valore personale. “In un ragazzo con PDP è importante creare una rete: famiglia, tutor e scuola devono collaborare. Ho visto studenti con discalculia, ormai profondamente demotivati, prendere 7 in matematica dopo aver diviso una verifica in due parti. Questo fa capire che spesso il problema non è l’incapacità dello studente, ma il modo in cui gli viene data la possibilità di esprimere ciò che sa. La famiglia ha un ruolo fondamentale: dovrebbe comunicare di più con la scuola e con il tutor, vigilare sulla corretta applicazione del PDP, ascoltare il ragazzo e aiutarlo a capire che il suo valore personale non coincide con il voto che prende. Per il resto, io credo molto nell’apprendimento attivo, laboratoriale. Trasformare lo studio di un capitolo in attività che aiutino a comprendere e interiorizzare l’argomento permette di uscire dalla logica dello studio mnemonico finalizzato solo al superamento della verifica e può creare maggiore interesse verso la materia, portando lo studente a pensare meno al voto. Anche le modalità di valutazione possono fare la differenza. Se un ragazzo prende 4 alla verifica sulle equazioni e poi, dopo aver lavorato sull’argomento, viene interrogato e prende 7, fare la media tra i due voti ha poco senso. Sostituire il voto sarebbe più coerente con il percorso di apprendimento, perché in quel momento lo studente ha recuperato e dimostrato di aver compreso l’argomento. Credo che guardare meno al numero e più al percorso possa aiutare a interrompere il legame tra risultato scolastico e valore personale.”

La componente emotiva: il peso del “tanto è inutile”

Lo Studio LeTueLezioni, maggio 2026 rileva che il 90% dei tutor LeTueLezioni che lavora con studenti in preparazione alla maturità riscontra una componente emotiva significativa. Nel 43% dei casi, questa componente non viene dichiarata esplicitamente, ma emerge durante le sessioni. Per gli studenti con BES non diagnosticati, questa dinamica può essere ancora più accentuata e prolungata. “Ne potrei raccontare tantissime. Una frase che mi ha colpito è stata quella di una ragazza di 17 anni: ‘Ho la verifica di matematica, ma conviene studiare altro, tanto è inutile, anche la professoressa ha detto che mi vuole bocciare’. Percepire quel senso di difficoltà, di sfiducia e di impotenza mi colpisce sempre. Per questo tipo di ferita serve tempo, serve creare una rete di collaborazione tra famiglia, Tutor, scuola e, se presenti, altri professionisti che seguono lo studente (psicologo, pedagogista…). Bisogna spiegare al ragazzo che l’impegno, nel tempo e con gli strumenti giusti, può portare a dei risultati.”

Inclusione reale: non basta essere fisicamente in classe

Lo Studio benessere degli studenti, GoStudent, gennaio 2026 segnala anche che il 54% dei docenti europei ha rilevato un declino della motivazione negli ultimi due anni. Quando l’insegnante è sotto pressione, lo spazio per un’inclusione reale può restringersi. La presenza in classe, infatti, non coincide sempre con il sentirsi parte del gruppo. “Sul piano formale l’inclusione esiste, ma nella pratica non sempre si traduce in inclusione reale. Ci sono studenti con PDP che si trovano davanti docenti che non credono nei DSA, che non permettono l’uso degli strumenti compensativi o che non sanno come adattare la didattica. La classe spesso riflette questo atteggiamento. Il vuoto creato dalla mancata conoscenza dei BES, viene occupato dal pregiudizio e in quel caso è difficile che lo studente si senta davvero parte del gruppo. Servirebbero più formazione e più momenti di confronto, sia per i docenti che per gli studenti.”

Verifiche e interrogazioni: valutare la comprensione, non solo la prestazione

Il Report GoStudent sul futuro dell’istruzione 2025 evidenzia che il 58% dei genitori europei ritiene che i ragazzi passino troppo tempo a memorizzare informazioni per le verifiche, mentre il 62% chiede nuovi metodi di valutazione. Per gli studenti con BES, la modalità della prova e il tempo a disposizione possono incidere in modo decisivo sulla prestazione, rischiando di oscurare la reale comprensione dell’argomento. “Anche con una buona preparazione, la modalità di verifica e il tempo a disposizione possono incidere molto. Il rischio è che venga valutata la prestazione in quel momento, più che la reale comprensione (es. in matematica i calcoli piuttosto che il ragionamento). Secondo me è importante considerare il percorso: se uno studente prende un’insufficienza perché non ha compreso un argomento, ma poi lo recupera e dimostra di averlo acquisito, la sua preparazione è sufficiente. Fare la media tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ rischia di penalizzare il percorso di apprendimento, che invece dovrebbe essere il focus. Sarebbe utile imparare a valutare la comprensione dell’argomento, considerando il programma come un percorso a tappe: alla fine dell’anno, lo studente dovrà aver raggiunto la comprensione degli argomenti previsti.”

Tutoraggio, metodo e sicurezza emotiva

Secondo lo Studio LeTueLezioni, maggio 2026, il 53% degli insegnanti LeTueLezioni ha notato un aumento di studenti che si avvicinano alle ripetizioni per gestire lo stress più che per colmare lacune. Lo Studio benessere degli studenti, GoStudent, gennaio 2026 rileva inoltre che il 25% delle famiglie italiane identifica la riduzione dello stress e il benessere emotivo come beneficio primario del tutoraggio. Il supporto, quindi, non riguarda più soltanto il recupero disciplinare, ma anche la costruzione di sicurezza, metodo e autonomia. “Per me il punto è sempre costruire un percorso su misura, che tenga insieme tutto: apprendimento, metodo, motivazione, sicurezza e autonomia. Non faccio una distinzione netta tra studenti con BES e senza BES, perché ogni ragazzo ha bisogni e difficoltà diverse. Con i ragazzi con BES questo lavoro può risultare più impegnativo, è vero, perché si deve lavorare molto anche sulla creazione e sul perfezionamento di strumenti compensativi, come mappe e formulari da utilizzare durante le verifiche, oltre che sull’organizzazione e sulla ricerca di strategie efficaci. La sicurezza emotiva si costruisce coinvolgendo sempre lo studente nel percorso, stabilendo obiettivi realistici e valorizzando anche i piccoli progressi. Quando un ragazzo inizia a vedere che, con gli strumenti giusti e un metodo più adatto al suo funzionamento, riesce a comprendere meglio gli argomenti e a gestire con meno fatica lo studio, spesso diminuiscono anche lo stress e il senso di inadeguatezza. Non è tanto il singolo voto a fare la differenza, ma il fatto che torni a sentirsi capace di imparare e di mettersi in gioco.”


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 Francesco Bunetto

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