in USA va sempre di più l’AI cinese


Tra DeepSeek, Kimi e Minimax, la partita dell’AI non si gioca più soltanto sulla potenza. Per molti sviluppatori occidantali conta soprattutto una domanda: vale davvero la pena pagare dieci volte di più?

Prendiamo ad esempio Stu Clott, che lavora a San Diego come operations manager e sviluppatore part-time. Fino a poco tempo fa usava Claude per programmare. Poi ha iniziato a sperimentare DeepSeek e si è trovato davanti a una differenza difficile da ignorare: una sessione di lavoro che gli sarebbe costata circa 10 dollari con il modello di Anthropic gli è costata meno di 50 centesimi.

Da allora DeepSeek è diventato il suo strumento quotidiano per scrivere codice, sviluppare software e persino affrontare questioni personali. La cosa che lo colpisce non è soltanto il prezzo. È il fatto che, a suo dire, la qualità dei risultati non gli sembri molto diversa.

Il punto è proprio questo. Nel dibattito sull’intelligenza artificiale si tende a parlare dei modelli migliori in assoluto, delle classifiche e delle prestazioni di frontiera. Ma per una larga fetta del mercato la domanda è molto più concreta: se un modello costa una frazione della concorrenza e svolge la maggior parte dei compiti richiesti, quanto conta davvero che non sia il numero uno?

La guerra dei prezzi che arriva dalla Cina: Deepseek e soci costano meno delle AI occidentali

Negli Stati Uniti cresce il numero di sviluppatori e piccole aziende che stanno affiancando o sostituendo i modelli AI americani con alternative cinesi come DeepSeek, Kimi, MiMo di Xiaomi e Minimax.

La ragione è principalmente economica. Secondo quanto riportato da Rest of World, le aziende cinesi riescono a mantenere prezzi particolarmente bassi grazie a costi inferiori per infrastrutture e personale. A questo si aggiungono modelli open source e offerte aggressive pensate per attirare utenti e sviluppatori nelle prime fasi di adozione.

Altro esempio è quello di Lindy, startup di San Francisco specializzata in assistenti AI per il lavoro. Il fondatore Flo Crivello ha raccontato che il passaggio dai modelli Anthropic a DeepSeek avrebbe consentito di risparmiare milioni di dollari. La sua sintesi è brutale ma efficace: per scrivere una mail non serve necessariamente il modello più avanzato sul mercato.

Lo stesso approccio emerge dalle scelte di Ruben Garcia Jr., sviluppatore di Dallas. Garcia utilizza Claude e ChatGPT per le attività più sofisticate di pianificazione e revisione, ma affida la maggior parte del lavoro quotidiano a modelli cinesi. Su una spesa mensile complessiva, la quota dedicata a Minimax, Kimi e MiMo serve a coprire circa il 90% delle operazioni, comprese programmazione e riconoscimento vocale.

I numeri raccontano una tendenza simile. Sulla piattaforma OpenRouter, che consente di instradare richieste verso modelli diversi, DeepSeek, Tencent, Minimax e Xiaomi sono oggi i modelli più popolari. Anche Vercel segnala una crescita significativa dell’utilizzo di DeepSeek: la sua quota di token elaborati è passata da meno dell’1% al 17% nel mese di maggio.

Più utenti non significa più ricavi

La crescita dell’adozione, però, non significa automaticamente crescita dei ricavi. Le aziende cinesi si trovano infatti davanti a un problema molto diverso da quello delle performance. Negli Stati Uniti l’uso di modelli sviluppati in Cina continua a essere osservato con attenzione politica e normativa. Alcune società americane sono finite sotto esame dopo aver dichiarato di utilizzare modelli come Qwen e Kimi all’interno della propria infrastruttura AI.

Per le grandi imprese, soprattutto nei settori più regolamentati, restano aperte questioni legate a sicurezza dei dati, censura e rischi geopolitici. Per questo molte realtà che scelgono modelli cinesi cercano comunque di mantenere l’elaborazione dei dati negli Stati Uniti, utilizzando server proprietari oppure intermediari cloud americani.

È un dettaglio che cambia parecchio gli equilibri del mercato. I modelli cinesi possono diventare una componente sempre più importante dell’infrastruttura globale dell’AI senza necessariamente costruire un rapporto diretto con i clienti finali. In altre parole, possono essere utilizzati ovunque ma restare invisibili agli utenti.

Nel frattempo la concorrenza non resta ferma. OpenAI starebbe valutando tagli significativi ai prezzi per rafforzare la propria posizione nel mercato enterprise. Segno che la pressione esercitata dai rivali cinesi non riguarda più soltanto la qualità dei modelli.

La vera domanda, oggi, non è chi abbia l’intelligenza artificiale più potente. È capire quanto gli utenti siano disposti a pagare per averla. E su quel terreno, almeno per una parte crescente degli sviluppatori americani, la risposta sembra sempre più chiara: se la differenza di qualità è minima e quella di prezzo è enorme, la provenienza del modello passa in secondo piano.


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 Marco Brunasso

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