Meloni e Vannacci, sarà alleanza last minute. La proposta di Forza Italia: fare a meno dell’ex generale con il proporzionale puro


Da quando Roberto Vannacci ha fatto irruzione nel pantano della politica e soprattutto da quando, facendo due conti, si è scoperto che potrebbe condannare il centrodestra alla sconfitta, tutti parlano di lui. Il fondatore di Futuro nazionale nel Belpaese è perfino più popolare di Donald Trump che, di colpo, è diventato l’altro nemico di Giorgia Meloni, quello che a colpi di insulti ha sgretolato la politica estera della premier lasciandola ad annaspare nell’Atlantico, lei che voleva fare la pontiera tra America ed Europa.

L’ex generale è diventato una vera ossessione a destra. L’incubo dell’underdog della Garbatella, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Ma mentre gli ultimi due corrono ad alzare steccati e a piazzare cavalli di Frisia, la premier è più cauta. Sceglie, come al solito, la strada dell’ambiguità. E questo perché Giorgia sa che probabilmente, per evitare quello che Romano Prodi ha definito “suicidio”, sarà necessario imbarcare la “feccia” (copyright di Vannacci) di Futuro nazionale. All’ultimo momento. E a un prezzo che si annuncia decisamente elevato, sia in termini di poltrone da consegnare all’ex generale in caso di vittoria, sia in termini di immagine. Andare a braccetto con chi è schifato in Europa perfino dall’ultrà di destra, Marine Le Pen, non è infatti esattamente un toccasana. E la scelta potrebbe spaventare una parte dell’elettorato moderato che finora ha votato il centrodestra.

In queste settimane di caldo e di passione si possono osservare approcci diversi. Il capo leghista e il segretario di Forza Italia la mettono giù spiccia. “Mai e poi mai saremo alleati con lui”. Salvini per rancore dopo la scissione e per terrore: se la coalizione di centrodestra imbarcasse l’ex parà della Folgore, il Carroccio sarebbe destinato all’estinzione, tant’è che gli ultimi sondaggi danno già per cosa fatta il sorpasso di Futuro nazionale sulla Lega. Tajani invece alza il disco rosso per paura e disgusto: imbarcare il nostalgico del Ventennio, il tifoso della remigrazione e dell’abolizione del femminicidio, il persecutore di omosessuali e diversi, vorrebbe dire mettere Forza Italia, europeista e in difesa dei diritti come chiede e pretende la capa Marina Berlusconi, in una posizione di marginalità assoluta. Significherebbe spostare drammaticamente verso l’ultradestra l’asse della coalizione.

Meloni, invece, imprecando e maledicendo lo smottamento della Lega che è causa e conseguenza dell’apparizione sul campo putrido della politica dell’ex generale, mostra appunto cautela. Manifesta una posizione ostile, ma non sbatte la porta in faccia a Vannacci. Non taglia del tutto i ponti. Scarica la colpa del non possumus sulle spalle del leader di Futuro nazionale: “Mi pare che al momento l’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, d’altra parte quando si vota cinque volte in Parlamento contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra, non si vuole dare una mano. Vedo una certa funzionalità per la sinistra…”. E che ti fa l’ex generale? Anche lui sta ben attento a non far saltare i ponti: “Meloni? Se vuole parlare con me, mi contatti”.

Insomma, tra i due non volano stracci. Così quando, e se, dovesse essere utile a entrambi, una trattativa potrebbe essere avviata. Con l’attuale legge elettorale o con quella nuova cui sta lavorando in questi giorni Montecitorio, infatti la corsa in solitario di Futuro nazionale con ogni probabilità condannerebbe Meloni alla sconfitta. Con il “Rosatellum” perché tutti i collegi uninominali maggioritari (il 37% del totale, pari a 221 seggi tra Camera e Senato) finirebbero nelle mani del fronte progressista. Con il Melonellum, in quanto a prevalere dovrebbe essere il centrosinistra, dunque a Elly Schlein e ai suoi alleati toccherebbe il premio di maggioranza. Conclusione: non stringere un accordo con Vannacci, se la corsa di Futuro nazionale continuerà a essere trionfale, negherebbe a Meloni l’agognato nuovo giro di giostra a palazzo Chigi e, cosa altrettanto importante, le impedirebbe di dare le carte quando all’inizio del 2029 si deciderà il successore di Sergio Mattarella. Da qui la previsione di Prodi: “Faranno l’accordo all’ultimo minuto”. Last minute.

Marina Berlusconi e Tajani hanno ben chiaro questo probabile epilogo. E, si diceva, ne conoscono i rischi. Così in queste ore hanno lanciato, per vie riservate, un’idea che potrebbe cambiare il corso e il volto della politica italiana: tornare al sistema elettorale proporzionale puro. Quello in voga in Italia fino all’avvento nel 1993 del maggioritario con il Mattarellum, dal nome dell’attuale capo dello Stato. “Tornare al proporzionale è l’unica via di uscita”, dice parlando con il Diario un esponente forzista vicino alla Cavaliera, “senza l’obbligo di creare una coalizione infatti Vannacci verrebbe marginalizzato a destra e potremo vincere le elezioni senza di lui. Soprattutto non saremmo condannati alla coabitazione con un fascista, razzista, xenofobo”.

Vero. Ma buttare giù gli steccati del bipolarismo, riabbracciare il sistema che ha regolato la Prima Repubblica con formule come il pentapartito o il quadripartito, dove forze politiche tra l’1 e il 3% (Pli, Pri, etc) avevano ruoli di peso, rischierebbe di far tornare l’Italia all’antica ingovernabilità. Ai governi balneari e a quelli che duravano una manciata di mesi. Così Meloni per ora sta dicendo “no” a Berlusconi e Tajani. “Il ritorno al proporzionale è una sciocchezza, noi stiamo lavorando per dare al Paese una legge elettorale che garantisca stabilità e governabilità”, sostiene parlando con il Diario Giovanni Donzelli, braccio destro della premier incaricato di seguire il dossier.

La partita, però, non è chiusa. E non lo sarà fino all’ultimo momento. La prova: l’emendamento a favore del proporzionale puro presentato in commissione Affari costituzionali della Camera dal centrista Luigi Marattin è stato “accantonato” e non bocciato. E questo qualcosa vorrà pur dire. Vannacci fa paura a tutti, in primis a Giorgia. Ma accettare il proporzionale per lei potrebbe voler dire condannarsi alla marginalità e all’esclusione. In incubo già visto e vissuto.

Alberto Gentili


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