dopo quanto tempo si prescrivono?


I contributi INPS non versati per la colf si prescrivono in cinque anni dalla scadenza di ciascun versamento trimestrale. Se la lavoratrice presenta denuncia all’INPS entro quel termine, il periodo si estende a dieci anni. Oltre quei limiti, la regolarizzazione contributiva non è più possibile, ma resta aperta l’azione risarcitoria per il danno pensionistico, con prescrizione decennale.

Una colf lavora per anni presso una famiglia. I contributi INPS non vengono mai versati — o vengono versati solo in parte. A un certo punto la lavoratrice vuole regolarizzare la sua posizione previdenziale, o almeno recuperare quanto le spetta. Può chiedere i contributi di cinque anni fa? Di dieci? Di quando è iniziato il rapporto di lavoro?

La risposta alla domanda su dopo quanto tempo si prescrivono i contributi della colf non pagati dipende da una serie di variabili — la data dei versamenti omessi, la presenza o meno di una denuncia all’INPS, gli atti eventualmente compiuti dall’ente previdenziale — che questa guida analizza una per una, partendo dalle regole generali e arrivando alle implicazioni concrete per la lavoratrice domestica.

Il termine ordinario: cinque anni dalla scadenza di ogni versamento

Per la contribuzione previdenziale obbligatoria — categoria in cui rientrano i contributi INPS per i lavoratori domestici — il termine ordinario di prescrizione è di cinque anni. Questo vale per tutti i contributi dovuti a partire dal 1° gennaio 1996, data di entrata in vigore della L. n. 335/1995 (riforma Dini).

Il punto di partenza del conteggio non è la cessazione del rapporto di lavoro, né una eventuale sentenza che accerti la natura subordinata del rapporto. La prescrizione decorre dalla scadenza di ciascun versamento: nel lavoro domestico, i contributi si versano trimestralmente, quindi ogni trimestre genera un credito autonomo che inizia a prescriversi dal giorno successivo alla sua scadenza.

Questo significa che il debito contributivo non è un unico blocco che matura alla fine del rapporto: è una somma di crediti distinti, ciascuno con la propria scadenza e il proprio termine prescrizionale.

Per i contributi relativi a periodi anteriori al 31 dicembre 1995, il regime era diverso — termine decennale — ma si tratta ormai di una questione residuale, rilevante solo in casi molto specifici.

Quando la prescrizione si allunga a dieci anni: la denuncia del lavoratore

La L. n. 335/1995, all’art. 3, comma 9, prevede una deroga importante al termine quinquennale. Se il lavoratore — o i suoi superstiti — presenta una denuncia di omissione contributiva all’INPS, il termine di prescrizione si allunga a dieci anni, ma solo nei confronti del denunciante.

Questa deroga ha però una condizione precisa: la denuncia deve essere presentata entro i cinque anni dall’omissione. Se la prescrizione ordinaria è già maturata, la denuncia tardiva non può resuscitare un credito già estinto.

In pratica: la colf che si accorge oggi che i contributi degli ultimi tre anni non sono stati versati può presentare denuncia all’INPS e ottenere che l’ente agisca per recuperarli entro dieci anni dall’omissione. La colf che aspetta sei anni prima di denunciare trova già prescritto il credito relativo ai primi anni.

La denuncia può essere generica, purché identifichi l’omissione contributiva: non è richiesto un formato tecnico particolare. Può essere presentata direttamente allo sportello INPS, per raccomandata o tramite patronato.

Cosa interrompe la prescrizione: solo gli atti dell’INPS

Un aspetto spesso frainteso riguarda gli atti interruttivi della prescrizione contributiva. Non qualsiasi atto la interrompe: devono provenire dall’ente previdenziale creditore — l’INPS — e devono indicare l’ammontare del credito o comunque tutti gli elementi che ne consentano la quantificazione: importo, periodo, dati del lavoratore.

Gli atti INPS che interrompono la prescrizione sono tipicamente: gli avvisi di addebito, le diffide di pagamento, le note di debito che contengono gli elementi essenziali del credito. Ogni atto interruttivo fa ripartire il termine da zero.

I verbali dell’Ispettorato del Lavoro — oggi Ispettorato Territoriale del Lavoro — non interrompono la prescrizione contributiva, anche se contengono prescrizioni in materia previdenziale. Non provengono dall’ente creditore: di per sé non producono effetti interruttivi sul termine di prescrizione INPS.

Una precisazione tecnica: la denuncia contributiva trimestrale del datore di lavoro è un atto di riconoscimento del debito, ma non interrompe la prescrizione se presentata prima della scadenza — perché in quel momento il credito non è ancora esigibile. Una denuncia presentata in ritardo, dopo la scadenza, può invece avere efficacia interruttiva.

Cosa può ottenere la colf oggi: i limiti della regolarizzazione

La regola pratica che emerge dal quadro normativo è questa: la colf può ottenere la regolarizzazione contributiva solo per i periodi non ancora prescritti.

Se non ha mai presentato denuncia all’INPS, può regolarizzare al massimo gli ultimi cinque anni di contributi omessi. Se ha presentato denuncia entro cinque anni dall’omissione, il limite si estende a dieci anni per i periodi coperti dalla denuncia.

Per i periodi più remoti — oltre cinque o dieci anni — l’INPS non può più né pretendere né ricevere i contributi. Il datore non può nemmeno regolarizzare spontaneamente quei periodi: l’ente non li può accettare. La prescrizione è rilevabile d’ufficio e opera in modo definitivo.

Questo significa che anni di lavoro in nero o con contributi non versati, se risalenti a oltre un decennio fa senza denuncia tempestiva, sono irreversibilmente persi ai fini dell’accredito contributivo diretto.

La via alternativa: il risarcimento del danno previdenziale

Quando i contributi sono prescritti e non possono più essere recuperati in via diretta, la colf non è necessariamente senza tutela. L’art. 2116, comma 2, cod. civ. prevede che il lavoratore possa agire contro il datore di lavoro per il risarcimento del danno causato dall’omessa contribuzione — il danno pensionistico, cioè la perdita o la riduzione della prestazione previdenziale che la lavoratrice avrebbe percepito se i contributi fossero stati versati.

Questa azione risarcitoria ha una prescrizione decennale che decorre dal momento in cui il danno si manifesta — tipicamente dalla maturazione del diritto alla pensione, quando la lavoratrice si trova a ricevere un assegno inferiore a quello che avrebbe spettato con la contribuzione completa.

Non è una via semplice: richiede di dimostrare l’omissione, quantificare il danno pensionistico e agire entro i dieci anni dalla sua manifestazione. Ma è l’unico strumento rimasto quando la prescrizione contributiva ha già operato.

I crediti retributivi della colf: un binario separato

Oltre alla questione contributiva, la colf potrebbe avere crediti retributivi verso il datore — retribuzioni non pagate, straordinari, TFR, indennità varie. Questi crediti seguono regole di prescrizione diverse.

Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione — confermato dalle sentenze n. 26246/2022 e n. 30957/2022 — nei rapporti di lavoro privi di stabilità reale, come quello domestico, la prescrizione quinquennale dei crediti retributivi decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro, non durante il suo svolgimento.

Questo significa che, se il rapporto è ancora in corso, i crediti retributivi non si prescrivono. Se il rapporto è cessato, la colf ha cinque anni dalla cessazione per agire. Passati cinque anni dalla fine del rapporto, i crediti retributivi sono in linea di massima prescritti.

I crediti risarcitori — come il danno da mancata contribuzione o il danno alla salute derivante da condizioni di lavoro inadeguate — hanno invece prescrizione decennale dal momento in cui il danno si manifesta.

Il quadro in sintesi

Per i contributi INPS della colf: prescrizione di cinque anni dalla scadenza di ogni trimestre, estensibile a dieci se la lavoratrice presenta denuncia tempestiva all’INPS. Solo gli atti dell’INPS interrompono la prescrizione; i verbali dell’Ispettorato non bastano.

Per i crediti retributivi: cinque anni dalla cessazione del rapporto. Per il danno pensionistico da omessa contribuzione: dieci anni dalla maturazione del diritto alla pensione.

La colf che vuole tutelare la propria posizione previdenziale non deve aspettare: ogni anno di inerzia fa prescrivere un anno di contributi. La denuncia all’INPS — meglio se presentata subito, non quando la prescrizione è già maturata — è il primo atto da compiere, e può fare la differenza tra cinque e dieci anni di contributi recuperabili.




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 Angelo Greco

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