Trump dice «non ci sono limiti»: i confini della presidenza


La domanda di Marc Caputo obbliga a distinguere fra capacità di imporre un esito all’estero e autorità concessa al presidente dentro l’ordinamento americano. Trump usa la prima come prova della seconda. La Costituzione distribuisce il comando militare fra presidenza e Congresso mentre i giudici esaminano gli atti contestati.

Il termine usato nell’intervista: «power» indica sia la capacità di imporre un esito sia l’autorità giuridica della carica. Trump passa dal secondo significato al primo nel giro di poche parole.

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L’ammissione segue la negazione dei limiti

Marc Caputo chiede a Trump che cosa abbia appreso dall’uso del potere e dai limiti incontrati durante il conflitto con l’Iran. La risposta arriva in inglese: «There are no limits». Alla richiesta di conferma il presidente ammette «I know there are» e torna a negare ogni confine.

La sequenza pubblicata da Axios conserva entrambe le affermazioni. L’estratto trasmesso da CNN mantiene l’ordine delle frasi. Trump conosce gli argini e sceglie ugualmente di rappresentare il proprio potere come illimitato.

Il conflitto con l’Iran diventa la misura del potere

Trump collega la risposta a quattro rivendicazioni: sconfitta militare iraniana, blocco navale, influenza sulle decisioni israeliane e capacità di fermare l’escalation. Sono affermazioni del presidente. Nessuna amplia le competenze attribuite dall’ordinamento statunitense. Il ragionamento usa l’esito bellico come prova di comando personale.

L’intervista registra anche un limite materiale già attivo. Trump racconta di avere escluso altri bombardamenti per evitare la chiusura dello Stretto di Hormuz e una depressione mondiale. Mercati e approvvigionamenti energetici compaiono nella scelta descritta dal presidente. La potenza militare non cancella il prezzo economico del suo impiego.

La Costituzione divide il comando dalla decisione di guerra

L’articolo II nomina il presidente comandante in capo delle forze armate. L’articolo I assegna al Congresso la dichiarazione di guerra, il finanziamento degli eserciti, le regole militari e gli stanziamenti. Il denaro federale esce dal Tesoro soltanto dopo un’appropriazione approvata per legge.

Il presidente impartisce gli ordini militari attraverso la catena di comando. Il Congresso conserva la potestà di autorizzare le ostilità e di negarne il finanziamento. La War Powers Resolution del 1973 impone la consultazione del Congresso ove possibile e un rapporto scritto entro 48 ore dal loro impiego nelle ostilità. Dal momento in cui il rapporto è presentato o dovuto decorrono 60 giorni. Oltre quel termine l’impiego delle truppe deve cessare salvo una dichiarazione di guerra, un’autorizzazione legislativa o una proroga del Congresso. Il presidente dispone di altri 30 giorni soltanto quando certifica una necessità militare connessa alla sicurezza delle forze.

La Constitution Annotated di Congress.gov colloca questi poteri in articoli diversi e registra il confronto mai chiuso fra iniziativa presidenziale e autorizzazione legislativa. La separazione appartiene al testo costituzionale prima ancora che alla lotta politica del momento.

La Camera ha già azionato la War Powers Resolution

H.Con.Res.86 ordina al presidente di rimuovere le forze statunitensi dalle ostilità contro l’Iran. L’eccezione copre le unità impiegate per difendere gli Stati Uniti da un attacco imminente. La tutela si estende ad alleati e partner americani e resta soggetta alla sezione 5(b) della War Powers Resolution. Quattro deputati repubblicani hanno votato con i democratici e sette membri non hanno partecipato.

La forza giuridica della concurrent resolution è contestata dopo INS v. Chadha. Un ordine legislativo pienamente opponibile alla Casa Bianca richiede un testo approvato anche dal Senato e presentato al presidente con il veto come ostacolo successivo. L’atto della Camera ha già portata istituzionale: una maggioranza in un ramo del Congresso ha negato che la guerra appartenga alla volontà esclusiva della Casa Bianca. Il fatto che sia il primo via libera della Camera durante la guerra in corso compare anche nel resoconto dell’Associated Press.

Il testo e il conteggio nominale sono raccolti nel nostro articolo sul voto della Camera per il ritiro dall’Iran.

Il Senato ha respinto l’ultima iniziativa per un voto

Il 16 giugno la mozione per liberare S.J.Res.172 dalla commissione è stata respinta con 47 sì e 48 no. Cinque senatori non hanno votato. La joint resolution avrebbe chiesto la rimozione delle forze americane dalle ostilità contro l’Iran prive di autorizzazione congressuale.

Bill Cassidy, Susan Collins, Lisa Murkowski e Rand Paul hanno sostenuto la mozione insieme al fronte democratico. John Fetterman ha votato contro. Il conteggio pubblicato da Senate.gov fissa la situazione al 19 giugno: l’opposizione alla guerra attraversa entrambi i partiti ma il Senato non ha fatto avanzare il testo.

I due rami del Congresso hanno assunto posizioni diverse su veicoli distinti. La Camera ha approvato una concurrent resolution priva della normale presentazione al presidente. Il Senato ha fermato una joint resolution che avrebbe seguito l’iter legislativo ordinario.

Youngstown e Nixon fermano due pretese presidenziali

La Corte Suprema ha già respinto l’idea che un’emergenza consenta al presidente di creare da sé un potere. Nel 1952 Youngstown Sheet & Tube Co. v. Sawyer annullò il sequestro delle acciaierie ordinato da Harry Truman durante la guerra di Corea. Mancavano una legge del Congresso e un’autonoma attribuzione costituzionale.

Nel 1974 United States v. Nixon escluse che una pretesa generica di segretezza presidenziale bastasse a sottrarre le registrazioni del Watergate a un ordine giudiziario in un processo penale. Le due sentenze intervengono su materie diverse. Entrambe negano che la carica converta la volontà del presidente in legge.

L’immunità del 2024 ha confini propri

Trump v. United States ha ampliato la protezione penale dell’ex presidente. Per gli atti ufficiali la decisione distingue una protezione assoluta nelle competenze costituzionali esclusive e una tutela presunta negli altri casi. Gli atti privati non ricevono l’immunità presidenziale.

Immunità e potere rispondono a domande diverse. La sentenza limita l’azione penale successiva ma non attribuisce al presidente facoltà assenti dalla Costituzione. Immunità e legittimità restano questioni giuridiche distinte.

Il documento mostrato a Haberman e Swan

La rivendicazione del potere compare anche nel colloquio con Maggie Haberman e Jonathan Swan per il libro Regime Change. A marzo Trump mostrò ai due giornalisti un documento che lo collocava sopra conquistatori e dittatori del passato per portata globale. Il testo citava Attila, Gengis Khan, Napoleone, Stalin, Mao e Hitler.

Trump attribuì il documento a Dave King con la qualifica di storico presidenziale. The Guardian ha rintracciato King come uomo d’affari e già caddie di Gary Player. Trump ha pubblicato il documento su Truth Social con la frase «Sounds good to me!».

Il documento di marzo e l’intervista del 18 giugno appartengono a una rappresentazione comune del comando: timore e obbedienza ne diventano le misure. La cronologia riportata da ANSA conferma la successione dei due episodi.

Al G7 la battuta appartiene a un registro diverso

Trump entrò nella sala del G7 di Évian dicendo «I’m the boss» e i leader risero. Nel colloquio con Caputo spiegò di aver scherzato e negò di volersi presentare come capo degli altri governi. Il filmato diffuso da Reuters mostra il carattere giocoso della scena.

Il primo episodio appartiene alla convivialità del vertice. Il secondo nasce da un interrogativo sull’autorità presidenziale. Confonderli attenuerebbe indebitamente il contenuto dell’intervista. Il calendario diplomatico e la presenza di Trump sono raccolti nel nostro articolo sul G7 di Évian.

Il memorandum richiede voti che Trump non controlla

Caputo osserva che l’esecuzione integrale del memorandum con Teheran richiederà un passaggio congressuale. Trump accetta la premessa e risponde che l’approvazione arriverà oppure non arriverà. La conversazione che proclama l’assenza di limiti registra così un atto dipendente da voti altrui.

Camera e Senato devono approvare il medesimo testo. Il presidente lo firma oppure esercita il veto e il Congresso può superarlo con due terzi in ciascun ramo. Il bilancio passa dal Congresso. I trattati richiedono il consenso di due terzi dei senatori presenti e molte nomine federali dipendono dalla conferma del Senato.

I nodi sul nucleare e sull’esecuzione del memorandum sono trattati nell’articolo Sbircia dedicato alla trattativa Iran-Usa e alle riserve interne americane.


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 Junior Cristarella

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