la sicurezza delle strutture si gioca nella manutenzione


Emiliano Marini

l Ponte Fabricio, a Roma, regge il traffico pedonale dal 62 avanti Cristo. Duemilaottantasette anni. Il Ponte Morandi, a Genova, è crollato dopo cinquantuno. Il confronto è brutale, forse ingeneroso — ma racconta qualcosa di profondo su come l’Italia costruisce e, soprattutto, su come dimentica di mantenere ciò che ha costruito. I numeri dell’emergenza strutturale sono questi: sei milioni di edifici a rischio crollo, il 60% del patrimonio edilizio realizzato prima del 1970, oltre la metà delle strutture in zona sismica. Un’emergenza silenziosa, che nessuno vede finché un ponte non viene giù.

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La questione è tecnica, non nostalgica. Un ponte romano lavora quasi solo a compressione, sfrutta la geometria dell’arco, è massiccio — ridondante per natura. Un viadotto moderno è l’esatto contrario: calcestruzzo armato o precompresso, vincoli complessi, stati tensionali elevati, ogni elemento calibrato al grammo. “Le strutture antiche sono robuste e tolleranti. Quelle moderne sono efficienti e performanti” precisa Emiliano Marini, ingegnere strutturista esperto in consolidamento del costruito esistente. Eccolo, il nodo: l’ottimizzazione ha prodotto un balzo enorme in efficienza, ma ha divorato i margini di tolleranza rispetto a fenomeni che nessuno metteva in conto — il degrado, l’incuria, la manutenzione rinviata a data da destinarsi.

Il sovradimensionamento degli antichi non nasceva da una scelta deliberata di prudenza. Era figlio dell’ignoranza, nel senso migliore del termine: senza strumenti di calcolo evoluti, si costruiva per eccesso. Quell’eccesso si è trasformato in un margine di sopravvivenza millenario. Oggi il meccanismo è rovesciato. Le strutture moderne nascono da un’ottimizzazione spinta — si impiega esattamente il materiale necessario per superare le verifiche normative — e funzionano alla perfezione finché le condizioni restano quelle di progetto. Quando cambiano, e cambiano sempre, il fattore manutenzione diventa questione di vita o di morte.
I numeri lo confermano senza appello. Secondo un’analisi di IBM, la manutenzione preventiva taglia i costi del 20-30% e dimezza i tempi di fermo rispetto agli interventi correttivi. La vita utile degli asset edilizi si allunga del 25-40% con una programmazione corretta degli interventi (BibLus). Eppure l’Italia sconta un ritardo che non è tecnico. È culturale. «Abbiamo cambiato modello di progettazione strutturale, rendendolo più ottimizzato, ma non sempre abbiamo cambiato il modello di gestione nel tempo» ammette Marini. Si è speso per costruire, si è tagliato per mantenere. Sistematicamente.

Il 14 agosto 2018 — una mattina d’estate, ore 11:36, pioggia battente — il Morandi ha reso questa contraddizione tragicamente visibile. Non era una struttura sbagliata. Era un’opera complessa, innovativa e per questo estremamente sensibile al degrado. «Il problema non è stato solo tecnico, ma anche gestionale: monitoraggio insufficiente, interventi manutentivi non adeguati e sottovalutazione dei segnali di deterioramento» ricostruisce Marini. Da quella tragedia, quarantatré morti, è nato un nuovo modello normativo: linee guida specifiche per la sicurezza delle infrastrutture, sistemi di controllo rafforzati, poteri ispettivi ridefiniti.

Il modo di vigilare sui concessionari è cambiato radicalmente.

Il patrimonio storico, dal canto suo, presenta fragilità di segno diverso ma non meno urgenti. Il 40% degli edifici storici italiani richiede consolidamenti antisismici immediati, contro il 15% degli edifici moderni (Civil Project). Gli edifici costruiti secondo gli Eurocodici mostrano una resilienza sismica superiore del 40% rispetto a quelli storici — conferma che il progresso normativo funziona, purché qualcuno si prenda la briga di gestire le strutture dopo averle progettate. Il caso di Norcia è emblematico: gli interventi eseguiti dopo il terremoto del 1997 hanno tenuto in piedi gran parte del tessuto urbano, ma sono venute giù chiese mai toccate da alcun intervento di messa in sicurezza.

Gli strumenti per cambiare rotta esistono già, tre mesi fa l’ultimo rapporto di settore lo ribadiva: sensori IoT, monitoraggio strutturale in tempo reale, modellazione digitale tramite BIM, sistemi CMMS per la gestione predittiva. Riduzione dei guasti del 45%, ottimizzazione dei costi del 25%. Ma la diffusione resta a macchia di leopardo: nuove opere sì, infrastrutture di rilievo talvolta, patrimonio esistente quasi mai. «Il vero salto di qualità non è tecnologico, ma culturale: passare da una logica di intervento a posteriori a una logica di prevenzione, basata su monitoraggio continuo e manutenzione predittiva» rilancia Marini.

La rotta è chiara. Manutenzione programmata, sistemi di monitoraggio capillari, formazione tecnica delle strutture amministrative e dei gestori. “La differenza tra una struttura che dura trent’anni e una che ne dura cento non è solo nella qualità del progetto iniziale, ma nella capacità di accompagnarla lungo tutto il suo ciclo di vita” rivendica Marini. I ponti romani — con la loro massa silenziosa, i loro archi che non chiedono nulla a nessuno — continuano a ricordarlo. Costruire è solo l’inizio. Il resto è cura costante. Sei milioni di edifici fragili aspettano che l’Italia lo capisca davvero.

Fonti:
Fonte 1 – IBM: manutenzione preventiva e riduzione costi https://www.ibm.com/it-it/think/topics/facility-maintenance
Fonte 2 – Civil Project: sicurezza strutturale e consolidamenti antisismici https://www.civilproject.it/2025/01/20/limportanza-della-sicurezza-strutturale-degli-edifici/
Fonte 3 – BibLus: manutenzione preventiva e vita utile degli asset https://biblus.acca.it/manutenzione-preventiva-cosa-e/
Fonte 4 – Konsolida: manutenzione preventiva e predittiva in edilizia https://konsolida.it/blog/cosa-si-intende-per-manutenzione-preventiva-e-predittiva-in-edilizia/
Fonte 5 – Infobuild: manutenzione predittiva degli edifici https://www.infobuild.it/approfondimenti/manutenzione-predittiva-edificio/


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