Sempre più italiani poveri e sempre più a un passo dall’esserlo: rispettivamente, 5,7 milioni e quasi 11 milioni. Lo dice l’Istat, nel Rapporto annuale 2026 – La situazione del Paese. Lo ha confermato, testimoniato e soprattutto raccontato, calando i dati nella vita reale, Caritas Italiana, che oggi a Roma ha presentato il suo Report Statistico nazionale 2026.
Uno studio che fotografa un Paese in cui guerre, inflazione, aumento del costo della vita, tensioni internazionali e anche innovazioni tecnologiche stanno avendo un forte impatto sulla quotidianità delle persone.
Tanto che la povertà in Italia non può più considerarsi un’emergenza, ma piuttosto una «strutturale normalità» per una quota crescente della popolazione, come ha riferito Federica De Lauso, del Servizio Studi di Caritas Italiana, presentando i dati.
Uno su 10 in povertà assoluta
Innanzitutto i dati Istat, già diffusi ma su cui stamattina si è tornato a riflettere, per approfondire le dimensioni e i contorni del fenomeno.
Quasi un residente su dieci vive in povertà assoluta: si tratta di circa 5,7 milioni di persone appartenenti a oltre 2,2 milioni di famiglie che non dispongono delle risorse necessarie per accedere a uno standard di vita dignitoso.
Sostanzialmente stabile la quota di persone a rischio di povertà (18,6, rispetto al 18,9% del 2024), mentre cresce quella di chi vive in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, salita dal 4,6% al 5,2%.
A rendere particolarmente vulnerabili le famiglie è soprattutto la progressiva erosione del potere d’acquisto dei salari, come ha evidenziato De Lauso. L’inflazione, attestata intorno al 3% e trainata in larga misura dall’aumento dei prezzi dell’energia, continua infatti a incidere sui consumi e sulla capacità di spesa delle famiglie.
Tra il 2019 e il 2024, secondo l’Ocse, le retribuzioni reali in Italia hanno registrato una contrazione dell’8%, il dato peggiore tra i principali Paesi europei e nettamente inferiore alla media Ocse.
La povertà osservata e ascoltata da Caritas
Mettendo da parte i dati Istat e prendendo in mano quelli della rete Caritas, emerge un numero da record: 282.539. Tante sono le persone – e i nuclei familiari – accompagnate nel 2025. Si tratta del valore più elevato mai registrato. Rispetto al 2024 si segnala una crescita dell’1,7%. Rispetto al 2015, del 48%.
Un punto di osservazione privilegiato, quello della Caritas: le informazioni provengono infatti da 3.520 servizi informatizzati (Sis) distribuiti in 206 diocesi italiane (pari al 94,5% del totale), presenti in tutte le 16 regioni ecclesiastiche d’Italia e corrispondenti a circa la metà dei servizi Caritas, secondo l’ultima mappatura disponibile.
Interessante quanto riportato in merito al welfare di comunità, di cui i centri parrocchiali sono espressione: questi infatti, in costante crescita, costituiscono oggi oltre la metà delle strutture operative (54%), mentre quelli diocesani incidono per il 29,8% e i servizi zonali per il 15,8%.
«La crescita dei centri parrocchiali può essere intesa come un progressivo rafforzamento del welfare di prossimità; l’apertura di piccoli CdA diffusi sul territorio testimonia, infatti, una crescente capacità delle comunità locali di attivarsi direttamente nell’intercettazione dei bisogni, favorendo forme di accompagnamento più capillari e relazioni di vicinanza», si legge nel Report.

Il numero medio di persone ascoltate in ogni centro si attesta intorno a 80. Anche in questo caso, è il Nord a registrare i numeri più alti, con quasi 100 assistiti per centro e punte di 150 in Liguria e 106 in Piemonte-Valle d’Aosta.
Più bassi i numeri al Sud e al Centro, rispettivamente con una media di 72,8 e 65,5 persone ascoltate. Fanno eccezione la Calabria (116,9), la Sardegna (108,7) e la Campania (95), dove i livelli di presa in carico si attestano su valori superiori alla media delle rispettive aree.
In termini percentuali, complessivamente l’aiuto della rete Caritas ha raggiunto circa il 6 per mille dei nuclei familiari residenti in Italia e circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta.
Interessante notare come, mentre al nord e al centro siano più numerosi gli stranieri, al sud siano soprattutto gli italiani a rivolgersi ai centri Caritas.


Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di un ascolto sporadico: oltre un assistito su quattro (28,1%) è seguito dalla Caritas da almeno cinque anni, mentre diminuisce l’incidenza dei nuovi ascolti. Segno di come la povertà sia una condizione non episodica, ma persistente e intensa.
La domanda di aiuto arriva per lo più da famiglie: il 52% ha figli minori, pari a circa 147mila nuclei ai quali corrisponde un numero almeno equivalente di bambini e ragazzi in ristrettezza economica supportati dalla rete Caritas.
L’età media delle persone aiutate sale a 48 anni (era 46 due anni fa). Tra gli italiani raggiunge i 55 anni, mentre tra gli stranieri si ferma a 43.
Particolarmente significativo il dato sugli anziani: gli over 65 rappresentano oggi il 15,4% del totale, contro il 7,7% di dieci anni fa, con una crescita del 191% in un decennio.


Il lavoro non è un antidoto
Diversamente dal passato, poi, il lavoro non è più un antidoto sufficiente contro la povertà: quasi la metà degli assistiti risulta disoccupata (47,3%), ma il 24% ha un lavoro, che però non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente.
È il cosiddetto “working poor”, o lavoro povero, che coinvolge soprattutto le fasce centrali dell’età lavorativa ( 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni). Dieci anni fa gli occupati rappresentavano appena il 13,3% degli assistiti.


Soldi, casa, salute: i tre bisogni principali
I problemi che spingono le persone a rivolgersi alla Caritas sono per lo più di ordine economico (78%). L’Isee medio si attesta a 4.974 euro annui, con un lieve incremento rispetto al 2023, quando era pari a 4.315 euro. Un dato che ci racconta come si allarghi la platea delle famiglie in difficoltà, che coinvolge sempre più spesso persone e nuclei con livelli di reddito leggermente superiori rispetto a quelli tradizionalmente intercettati dalla rete Caritas.


Accanto ai problemi economici, ci sono quelli relativi alla casa, alla salute, alla solitudine: nel 2025 il 55,6% delle persone accompagnate cumula almeno due ambiti di bisogno, il 30,6% tre o più. Questo dimostra quanto la povertà sia un fenomeno multidimensionale, come emerge anche dalla varietà di interventi della rete Caritas.
Interessante il dato relatvo alla presa in carico da parte dei servizi sociali, che riguarda appena l’8% degli assistiti, con marcate differenze macroregionali: il Mezzogiorno presenta i livelli più bassi di copertura, mentre il Nord-Est registra l’incidenza più elevata (15%).
Nella “classifica” degli interventi, al secondo posto dopo le erogazioni di beni e servizi materiali, c’è quello alloggiativo. Segno, questo, di un bisogno molto diffuso: nel 2025 la vulnerabilità abitativa coinvolge infatti il 34,9% delle persone seguite (era il 33% nel 2024): il 23,1% vive condizioni di grave esclusione abitativa (senza casa, senza tetto o in sistemazioni di emergenza), mentre l’11,8% fatica a sostenere i costi dell’abitazione tra affitti, utenze e spese domestiche.
Il fenomeno (rispetto al 2024) è in crescita in entrambe le componenti: aumentano sia le persone che non riescono ad accedere a un alloggio stabile, sia quelle che, pur avendo una casa, rischiano di perderla per difficoltà economiche.
La grave esclusione abitativa è più alta nel Nord-Est (31,5%), mentre le difficoltà di gestione della casa risultano più diffuse nelle Isole (16,4%) e nel Nord-Ovest (14,9%).
Molto richiesto anche l’aiuto sanitario: anche curarsi per molti è difficile, se non impossibile. Lo ha certificato anche Istat, secondo cui 5,8 milioni di italiani (il 9,9% della popolazione) hanno rinunciato almeno una volta a visite specialistiche o accertamenti diagnostici pur avendone bisogno, soprattutto a causa delle liste d’attesa e delle difficoltà economiche.
Nel 2025 il 16,1% degli assistiti – oltre 44 mila persone – presenta una fragilità sanitaria legata a malattie croniche, disabilità, problemi di salute mentale o condizioni di salute aggravate dalla povertà e dall’esclusione sociale. Numeri particolarmente alti in Basilicata, dove la quota raggiunge il 32,1%.
Ai problemi di salute si associano frequentemente difficoltà economiche, precarietà abitativa, fragilità lavorative e isolamento sociale. Quasi sei persone su dieci con problemi sanitari (59,7%) sperimentano contemporaneamente tre o più ambiti di bisogno. Una condizione ancora più frequente (79,9%) tra chi ha un disturbo psichico.


Povertà è solitudine
Tra le persone accompagnate da Caritas nel 2025, quasi una su tre (32,9%) vive da sola, a fronte di un’incidenza nazionale del 19,9% e con una crescita di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa (23,8%). La solitudine dilaga nel nostro Paese e colpisce pesantemente, accompagnandosi spesso a una crescita dei bisgni.
In termini assoluti, le persone sole che si sono rivolte ai Centri di ascolto sono aumentate del 74,9%, a fronte del 48% dell’utenza complessiva.
Anche la solitudine è una fragilità multidimensionale: riguarda infatti spesso persone anziane (54,3 anni l’età media, contro i 48 anni dell’utenza complessiva), più frequentemente separate, divorziate o vedove e spesso con redditi molto bassi. Oltre un terzo (35,2%) presenta infatti un Isee inferiore a 3mila euro e meno di un quinto (17,9%) ha un’occupazione.
Il dato più significativo riguarda l’accumulo delle difficoltà: quasi 6 persone sole su 10 (59,9%) sperimentano forme di povertà multipla, una quota più che doppia rispetto a chi vive in nuclei con due o più componenti (28%). Alle difficoltà economiche si associano infatti più frequentemente problemi sanitari, abitativi e di autonomia personale.
L’appello, perché i dati diventino politiche
«Tutti questi dati devono essere l’occasione per convertire e orientare lo sguardo», ha detto Mons. Benoni Ambarus, presidente di Caritas italiana. «La povertà è una creatura con tante teste: abbiamo il dovere di farne parola pubblica e proposta, perché non solo gli effetti, ma anche le cause siano affrontate. E la carità faccia spazio alla giustizia».
Una giustizia che non si costruisce con «i bonus, che obbediscono alla logica dell’elemosina, ma con una ridistribuzione strutturale. Quando le leggi sono fatte a partire dagli ultimi, vincono tutti. Per questo, affidiamo il Report a tutti coloro che non vogliono abituarsi alla povertà come dato ineliminabile, a partire dagli operatori, che rendono tutto questo lavoro possibile e che vivono ogni giorno anche la frustrazione della povertà, che deriva dalla consapevolezza di non poter aiutare tutti coloro che ne avrebbero bisogno. Non rassegniamoci alla povertà!», questo l’appello finale di Mons. Ambarus.


A leggere e commentare i dati è intervenuto anche Andrea Di Criscio, giovane studente universitario, che ha raccontato «le preoccupazioni della mia generazione, di fronte al fatto che neanche una casa e un lavoro offrano sicurezza. Ma anche la speranza e l’indicazione che arriva dai tanti volontari e da chi impegna il proprio tempo non per cambiare il mondo – perché questo non è possibile – ma per renderlo migliore. È questo ciò che siamo chiamati a fare, noi giovani», ha detto.


Eraldo Affinati, scrittore, insegnante e profondo conoscitore e narratore delle periferie ha portato la propria esperienza e quella delle scuole Penny Wirton, che ogni giorno, in tutta Italia, «insegnano gratuitamente l’italiano non solo agli stranieri, ma anche ad analfabeti italiani, che ancora esistono nel nostro Paese». E ha definito il rapporto della Caritas una «radiografia dell’Italia che mostra non solo le fratture, ma anche una sorgente segreta di umanità, fatta dai volontari ma anche dai beneficiari».
Infine, l’appello del direttore di Caritas italiana, don Marco Pagniello: «Bisogna cercare la giustizia, come forma di carità vera, per indebolire le diseguaglianze. Noi ci offriamo, come Caritas Italiana, per cercare insieme a tutti – istituzioni, terzo settore e anche beneficiari, che devono essere ascoltati e coinvolti – soluzioni complesse a povertà complesse. Dobbiamo uscire dalla logica del “progettificio”, per dare risposte strutturali. A partire da una misura di contrasto alla povertà che arrivi a tutti coloro che hanno bisogno di supporto. Ed è anche ora, di fronte a questi dati e in particolare a quelli sul lavoro povero, di pensare seriamente al salario minimo. Proponiamo degli Stati generali del sociale, che permettano di affrontare insieme la complessità che abbiamo davanti», ha concluso.
Foto apertura dell’autrice, foto interne fornite da Caritas Italiana
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Chiara Ludovisi
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