analisi del voto e ambizioni politiche


È la seconda analisi del voto che il presidente del Libero Consorzio comunale di Trapani consegna in meno di un mese. Ed è chiaro che Salvatore Quinci, attraverso gli strumenti del Libero Consorzio, cerca spazio in politica: lo fa non parlando delle attività, ancora indietro, che l’ente deve mettere in campo, ma partecipando al dibattito politico.

 

Osanna il civismo, di cui è portavoce per eccellenza: si è fatto eleggere a Mazara mettendo insieme destra e sinistra. Governa ora con tutte le sigle di sinistra, in assenza ancora di due assessorati.
Si è fatto eleggere a presidente dell’ex Provincia con le sigle di centrosinistra, intercettando però anche il voto di centrodestra. Insomma, è il mix per eccellenza. Finché dura, è vittoria.

Non si espone se non con la vecchia formula: “sono un moderato liberale”, ogni tanto aggiunge “riformista”. Porte aperte ovunque. Sotto il segno del civismo benedice i percorsi che portano quel bollino: oggi di qua, domani di lì, poi si vedrà. L’importante è piantare una bandiera.

Invero, esiste anche una sottile ma fondamentale differenza tra esercitare una funzione istituzionale e partecipare al dibattito politico quotidiano. Il tema non riguarda il diritto di esprimere opinioni, che appartiene a ogni cittadino. La questione è un’altra: qual è il perimetro pubblico di una figura chiamata a rappresentare tutti i Comuni della provincia, indipendentemente dalle appartenenze politiche?

Il punto non è stabilire se le analisi siano corrette o meno. Il punto è chiedersi se sia questo il compito principale di chi è stato chiamato a guidare un ente che dovrebbe occuparsi di strade, scuole, infrastrutture e servizi. Perché la politica può essere commentata da molti. Le istituzioni, invece, dovrebbero parlare soprattutto attraverso i risultati.

 

La sua (ennesima) analisi

Di buon mattino, lunedì, cioè ieri, Quinci dirama una nota stampa e fa sapere che:

“Il dato elettorale delle recenti Amministrative siciliane conferma una tendenza che sta progressivamente assumendo i caratteri di un orientamento elettorale sempre più marcato ed utile ad aprire nuovi spunti di riflessione. Emerge, con forza, un nuovo civismo: autonomo, che propone in nuce una classe dirigente espressione dei territori.

Oltre che nuovo, è un civismo vero, autentico, che all’accusa di trasversalismo oppone la legittima contaminazione delle idee; che alle alchimie politiche risponde con solide basi pragmatiche e programmatiche; che rispetta i partiti e le forze politiche, ma senza farsi dettare la linea e ancor meno mettendosi al servizio di giochi elettorali che hanno avuto, nel tempo, la funzione di nascondere la crisi profonda ed ormai radicata del sistema partitico.

Si tratta di un civismo con una sua carta d’identità, legittimato non soltanto dai voti, sempre importanti in una democrazia, ma soprattutto dalla credibilità dei suoi rappresentanti: un fiume carsico che sta emergendo con mitezza ma anche con grande determinazione.

Un civismo che accoglie al suo interno amministratori locali che hanno costruito la loro base di consenso attraverso il contatto diretto e quotidiano con i cittadini. Civismo che ha consentito loro di proporre un’azione di governo riferita alle priorità delle città e dei territori. Un’azione libera da logiche di appartenenza che rischiavano di svilire e marginalizzare l’esigenza di un cambiamento radicale nelle pratiche politiche e di governo, con amministratori che hanno fatto da apripista a questa nuova fase”.

Secondo Quinci è il civismo a dettare le regole e i partiti a seguire:

“Non è un civismo contro i partiti. Al contrario, può essere uno strumento per liberarli dalle loro contraddizioni, da logiche ormai superate che i cittadini-elettori respingono con la protesta o con l’indifferenza, che rischia però di farli precipitare in un inutile qualunquismo.

È un civismo che ha un percorso di formazione e crescita che viaggia a una velocità e con un passo più spedito rispetto alle liturgie di partito. Sa cos’è il compromesso ma non lo sceglie al ribasso. Conosce la mediazione ma intende tradurla in trattative virtuose e non di potere.

Va dunque considerato come una risorsa politica, meglio ancora una novità politica, che va difesa dalle scorciatoie e dai populismi di qualsiasi colore e dimensione”.

E Quinci ha anche la soluzione (che arriva però dopo essere stato eletto dai partiti): il civismo

“deve essere organizzato, ma con nuove forme di aggregazione, senza scimmiottare ciò che c’è già stato e che non serve. Avrà bisogno di una rete capillare di rapporti e collaborazioni costruita dal basso.

In sintesi: un sistema civico, con regole condivise, unito su un costrutto culturale e sulla capacità di progettare e pianificare. Un sistema civico vero che può fare da ricostituente per la politica e non certo un mezzo per produrre nicchie di antipolitica, che va contrastata e vinta.

Un civismo di servizio che può rappresentare un valore aggiunto, più che mai in Sicilia, per affrontare, ancora una volta, la questione morale. Può farlo con successo perché può contare su amministratori e personalità che portano come garanzia la loro storia personale e pubblica.

Un sistema civico, infine, che potrà dire la sua alle prossime Regionali, non per fare concorrenza ai partiti, non per entrare nelle mere dinamiche elettorali, ma per poter scrivere ed in qualche modo imporre una nuova agenda politica e di governo”.

 

Analisi a metà

Se da una parte c’è il civismo “buono”, dall’altra non bisogna dimenticare che sotto quella bandiera si sono consumati strappi e tradimenti. Si è giustificato lo svolazzare oggi a sinistra, domani a destra. Si sono perfino tollerati trasformismi, di cui Mazara, per esempio, può parlare.

Scegliere per non scegliere non è una bandiera: è la convenienza di chi dice tutto e anche il suo contrario. Se in politica c’è ancora bisogno di questo tipo di condotta significa che i partiti hanno perso e smantellato il loro assetto democratico.

Ma quello che fanno fatica a capire i “civici” è che il voto è diventato liquido: non si muove più in modo granitico su uno schieramento, ma si sposta per mille ragioni — per simpatia, per delusione, perché non si sono trovate risposte, perché dall’altra parte c’è chi convince di più.

Il civismo pensa di cavalcare l’onda del malcontento e di intercettare quei voti. In realtà non fa nulla di diverso dai partiti, vecchi e nuovi. Solo che i civici lo fanno — dicono — senza bandiera.




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