Doveva essere uno degli strumenti simbolo della ricostruzione economica post-pandemia. Un intervento straordinario pensato per rilanciare l’edilizia, migliorare l’efficienza energetica del patrimonio immobiliare italiano e sostenere famiglie e imprese nel momento più difficile degli ultimi decenni. A distanza di sei anni dall’introduzione, però, il Superbonus continua a dividere economisti, istituzioni e politica, mentre il conto per le finanze pubbliche supera ormai i 190 miliardi di euro.
Secondo le ultime stime richiamate dall’Istat nel 2026, il costo complessivo delle agevolazioni fiscali legate ai crediti d’imposta edilizi ha raggiunto una dimensione senza precedenti nella storia recente della Repubblica. Una cifra che continua a pesare sui conti pubblici e che è tornata al centro del dibattito dopo le valutazioni della Commissione europea sul deficit italiano e la permanenza del Paese nella procedura per deficit eccessivo.
Il Superbonus è diventato così uno dei temi più controversi della politica economica nazionale. Nel corso degli anni è stato definito dai governi che si sono succeduti come una misura “radioattiva”, un “fardello” per i conti pubblici o addirittura una “droga” per l’economia. Definizioni che raccontano bene il cambio di percezione di un provvedimento inizialmente accolto come una leva straordinaria per la ripresa e successivamente trasformato in uno dei principali fattori di tensione per la finanza statale.
Ma al di là delle polemiche politiche, i dati microeconomici consentono di osservare un altro aspetto della vicenda: chi ha beneficiato realmente della misura e come sono state distribuite le risorse pubbliche impiegate.
Secondo la ricostruzione condotta da Domani sui dati diffusi dall’Ufficio parlamentare di bilancio e dalla Corte dei Conti, il Superbonus sebbene abbia contribuito ad ampliare l’accesso agli incentivi energetici anche nelle aree a reddito più basso rispetto ai precedenti Ecobonus al 50% e 65%, la struttura della misura ha finito per favorire in modo significativo i contribuenti dotati di maggiori risorse economiche, patrimoniali e informative.
Il nodo centrale è rappresentato dall’assenza, almeno nella fase iniziale, di un limite reddituale per l’accesso alle agevolazioni. La possibilità di usufruire dello sconto in fattura e della cessione del credito è stata infatti estesa alla generalità dei contribuenti, indipendentemente dal livello di reddito e dalla reale necessità di sostegno pubblico.
Una scelta che, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, ha contribuito ad ampliare notevolmente la platea dei beneficiari ma senza una selezione basata sul bisogno economico. In pratica, chi disponeva di maggiori capacità finanziarie, di migliori competenze tecniche o semplicemente di una maggiore facilità nell’orientarsi tra norme e procedure ha avuto più possibilità di attivare gli interventi e sfruttare l’incentivo.
Le famiglie economicamente più fragili, invece, si sono spesso scontrate con ostacoli ben più complessi. Non soltanto problemi di liquidità o di accesso al credito, ma anche limiti informativi, difficoltà burocratiche e, in molti casi, la semplice assenza della proprietà dell’immobile in cui vivono.
Già nel 2024 l’Upb aveva evidenziato come l’esperienza del Superbonus dovesse rappresentare un insegnamento per il futuro, suggerendo che eventuali nuove agevolazioni fossero maggiormente selettive sia nella scelta dei beneficiari sia nella definizione delle attività incentivabili.
La stessa autorità ha inoltre individuato alcuni elementi che hanno contribuito all’esplosione dei costi. Tra questi figura innanzitutto l’aliquota del 110%, che ha di fatto trasferito allo Stato l’intero costo degli interventi. Una caratteristica che ha eliminato il naturale conflitto di interesse tra cliente e fornitore nella valutazione delle spese, favorendo un incremento dei costi e delle richieste di intervento.
A incidere sono stati anche la generosità dell’incentivo, l’assenza iniziale di meccanismi di autorizzazione preventiva e di un limite massimo complessivo di spesa, oltre a un sistema di controlli fortemente delegato ai soggetti privati. Un’impostazione che ha creato terreno fertile per comportamenti opportunistici, irregolarità e frodi, emerse progressivamente nel corso dell’applicazione della norma.
L’aspetto forse più delicato riguarda però la distribuzione dei benefici. Secondo le valutazioni dell’Upb, le agevolazioni edilizie presentano caratteristiche regressivi dal punto di vista redistributivo. In altre parole, una quota rilevante delle risorse pubbliche è finita a favore di contribuenti con capacità economiche superiori, che probabilmente avrebbero realizzato comunque almeno parte degli interventi anche senza incentivo.
I dati relativi alle categorie catastali sono particolarmente significativi. Analizzando il numero di abitazioni agevolate rispetto al totale nazionale per ciascuna categoria emerge che la maggiore propensione a utilizzare il Superbonus si è registrata nei villini, classificati nella categoria catastale A7, dove l’incidenza degli interventi ha raggiunto l’1,5%.
Tra le altre tipologie residenziali, le abitazioni civili di categoria A2 hanno registrato un’incidenza dello 0,7%, mentre le abitazioni economiche di categoria A3 si sono fermate allo 0,6%. Le case popolari, categoria A4, hanno invece mostrato un livello di utilizzo decisamente inferiore, pari appena allo 0,2%.
Numeri che raccontano una realtà molto diversa da quella immaginata da chi aveva concepito la misura come strumento di inclusione e sostegno alle fasce più deboli.
Anche la Corte dei Conti, già nel 2023, aveva evidenziato come il sostanziale “libero accesso” agli incentivi avesse favorito soprattutto i proprietari maggiormente dotati di risorse finanziarie e professionali. Secondo i magistrati contabili, le ingenti risorse pubbliche mobilitate tra il 2021 e il 2022 hanno certamente generato effetti positivi sul sistema economico e sul comparto delle costruzioni, ma non sono state sufficientemente indirizzate verso i soggetti più vulnerabili o verso gli obiettivi di efficienza energetica di lungo periodo.
Particolarmente critica appare la questione della povertà energetica. Le famiglie più esposte all’aumento dei costi dell’energia sono spesso anche quelle che incontrano maggiori difficoltà nell’accedere agli incentivi. Non solo per ragioni economiche, ma anche perché una quota significativa di questi nuclei vive in abitazioni in affitto e non può quindi decidere autonomamente di effettuare interventi di riqualificazione.
In questo senso, il Superbonus ha finito per mettere in luce una delle contraddizioni più profonde del sistema di welfare italiano: la difficoltà di trasformare misure universalistiche e molto generose in strumenti realmente efficaci per ridurre le disuguaglianze.
A distanza di anni, il bilancio resta quindi ambivalente. Da un lato il provvedimento ha sostenuto la crescita del settore delle costruzioni, generato occupazione e accelerato migliaia di interventi di riqualificazione energetica. Dall’altro ha prodotto un impatto sui conti pubblici molto superiore alle previsioni iniziali e una distribuzione dei benefici che, secondo le principali istituzioni di controllo, ha privilegiato in misura maggiore i proprietari più abbienti rispetto alle categorie sociali più fragili
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Cristina Giua
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