di Michele Santagata
Prima di riprendere il discorso, una considerazione dopo 4 giorni dalla pubblicazione della prima puntata dell’informativa “Sistema Cosenza” diventa d’obbligo. E non la faccio solo per soddisfare la mia natura provocatoria, che c’è, ma non è mai a vanvera (secondo me). La faccio soprattutto perché c’è un elemento che voglio sottoporre alla vostra attenzione che non solo conferma la mia tesi, ma elimina anche ogni dubbio, per chi ancora ne avesse, sull’esistenza di un disegno preciso da parte di certa magistratura, il cui compito è far apparire Cosenza un’isola felice sotto il profilo della collusione tra stato e antistato. Un elemento che vale più dei contenuti stessi dell’informativa e più ancora delle evidenti responsabilità di Cipollino che emergono dalla trasformazione dell’operazione “Sistema Cosenza” nell’operazione “Reset”. Che tradotto vuol dire taroccarre una inchiesta.
La considerazione è questa: ma vi pare possibile che io abbia pubblicato un documento segretato che non dovrei avere e che nessun magistrato abbia sentito l’esigenza di verificare la natura delle mie dichiarazioni e, soprattutto, di chiedermi chi me l’ha dato? Per chiederci conto di questo, almeno fino a oggi, nessun magistrato ha inteso bussare alla nostra porta. Circostanza che non può certo essere ricondotta a una mancanza di interesse della giustizia nei nostri confronti, né tantomeno a una mancanza di tempo o di occasioni. Non passa giorno che non riceviamo visite della polizia giudiziaria a notificarci di tutto e di più. E, quanto all’interesse nei nostri confronti, ogni giorno Cipollino impegna un’intera Procura per trovare un modo per fermarci.
E allora, visto il desiderio di Cipollino, voglio venirgli incontro offrendomi volontario per la galera, confessando pubblicamente — e l’ho anche dimostrato — di essere in possesso di materiale segretato trafugato dal suo ufficio. Più chiaro di così. Eppure sono disposto a scommettere che anche questa volta non succederà nulla. Come le altre volte, calerà il silenzio. È da questo silenzio, che suona come un’ammissione di responsabilità, che emerge una verità che tutti possono capire senza dover leggere altre centomila puntate di questa storia. Una verità semplice: fare luce sull’origine della fuga di questo documento significherebbe inevitabilmente aprire un’inchiesta vera. Significherebbe ascoltare tutte le persone che in questa vicenda ho chiamato in causa, a cominciare da Cipollino. Significherebbe verificare fatti, ricostruire passaggi e seguire piste che portano a precise responsabilità che qualcuno, evidentemente, preferisce lasciare dove sono. Per questo, almeno per il momento, il silenzio resta l’unica strada percorribile. Che dire: se neppure il fatto che nessun magistrato abbia sentito il bisogno di chiedermi come sia entrato in possesso di un documento segretato basta a farvi capire ciò che sto dicendo, allora non so davvero quale altra prova dovrei portare.
Riprendiamo da Daniele Lamanna, il personaggio chiave di tutta questa vicenda. È attraverso il rapporto che si svilupperà tra lui e il magistrato Vincenzo Luberto, durante la fase della latitanza e poi del pentimento, che emergono i meccanismi di controllo e manipolazione dell’inchiesta “Sistema Cosenza”. Da quel rapporto risulta evidente l’attitudine di Luberto ad ammaestrare i pentiti e quella di far sparire verbali dai fascicoli. La stessa inclinazione che, anni dopo, ritroveremo in Cipollino quando rifinirà il lavoro laddove Luberto non era arrivato.
Daniele Lamanna pur non raggiungendo mai il livello criminale del fratello Carlo, resta comunque uno che, ai “tempi belli”, ha dimostrato di sapersela cavare. Nei periodi di libertà è lui a rappresentare il fratello detenuto, a muoversi per suo conto, a tenere i contatti e a partecipare alle riunioni che contano. È anche l’uomo incaricato dai Bruni di mantenere in equilibrio la fragile alleanza con gli zingari. Daniele, però, non è solo l’uomo dei rapporti interni al clan. Parla con tutti e tiene aperti i canali che i clan hanno con la pubblica amministrazione. È uno che sa stare in mezzo: abbastanza malandrino per sedersi ai tavoli che contano, abbastanza presentabile da curare rapporti e interessi fuori da quella strada. Questa sua capacità di muoversi tra mondi diversi lo rende prezioso. Per anni Luca Bruni lo considera un fratello. Con lui ha condiviso carcere, rapine, latitanze e assalti ai blindati. Si fida ciecamente. Non immagina minimamente di “camminare fianco a fianco al suo assassino”.
Quando Michele si ammala e il sistema di alleanze costruito attorno ai Bella Bella inizia a sgretolarsi, Daniele si ritrova nel mezzo. Da una parte ci sono Rango, Patitucci, Lanzino e Bruzzese, che vogliono chiudere definitivamente la partita con i Bruni; dall’altra Luca, che continua a considerarlo uno dei suoi amici più fidati. Daniele prende tempo. Fa quello che gli riesce meglio: galleggiare. Ma proprio mentre galleggia finisce risucchiato dalla corrente. Alla fine, per dimostrare definitivamente da che parte sta, sarà proprio lui a premere il grilletto e a sparare alla nuca del suo migliore amico.
Daniele, per quanto cammini al fianco di soggetti rozzi, e privi di qualsiasi forma di cultura, mantiene sempre una certa impostazione. Gli studi umanistici, il passato da ragazzo di buona famiglia e quella sua filosofia fascista di fondo lo distinguono dagli altri; allo stesso tempo è sempre presente in tutte le spedizioni punitive che il clan organizza contro rivali e contro chi mette i bastoni tra le ruote ai loro affari, soprattutto quelli che il gruppo gestisce con la pubblica amministrazione. Affari che vanno dalla gestione delle cooperative sociali all’affidamento di beni comunali e ai lavori pubblici. Su tutti, l’appalto di piazza Fera-Bilotti, che diventerà anche motivo di scontro e rottura tra gli “italiani” e gli zingari, rimasti esclusi dalla spartizione.
Dopo la morte di Luca si apre ufficialmente il biennio del delirio criminale di Rango, dal 2012 al 2014. Maurizio inizia a pensare che anche altri meritino la stessa fine di Luca. Nessuno è al sicuro e Daniele lo ha capito. Ogni scusa diventa buona per trovare un pretesto per sparare: una partita di droga comprata altrove, un’estorsione non autorizzata. Per Daniele e i Foggetti inizia a tirare una brutta aria. Prova a defilarsi, ma Rango lo marca stretto. Così, nell’estate del 2014, decide di allontanarsi dalla città, nel tentativo di prendere le distanze da quell’ambiente diventato ormai incontrollabile. In realtà ha saputo dalla solita talpa dell’imminente blitz della Dda contro il clan Rango-Zingari “Nuova famiglia”, di cui lui è uno dei padri fondatori. È la stessa talpa a consigliargli di sparire per un po’ e attendere sue notizie. Infatti è l’unico che riesce a sfuggire al blitz del 27 novembre 2014 denominato “Nuova Famiglia”.
Come da copione ormai consolidato, dopo il blitz arrivano i pentimenti. Diciannove giorni dopo gli arresti, il 16 dicembre 2014, i cugini Foggetti e Franco Bruzzese sono già ufficialmente collaboratori di giustizia: il filone d’indagine sul voto di scambio politico-mafioso nella città unica è ufficialmente aperto. Come detto, è Pierpaolo Bruni a raccogliere le dichiarazioni dei fratelli Foggetti e di Franco Bruzzese che, oltre a fornire elementi concreti tali da consentire l’immediata apertura dei filoni su Rende e Castrolibero, mettono sul tavolo anche elementi pesantissimi sui rapporti tra clan e politica a Cosenza. Elementi che lasciano facilmente prevedere un ulteriore intervento della DDA anche sul capoluogo bruzio. Un intervento che, come ormai tutti sanno, non arriverà mai.
Bruni, dunque, ha tutto l’interesse a trovare Daniele Lamanna e magari convincerlo a collaborare alle sue indagini sul voto di scambio. Quello che non sa, o forse sa ma non può dimostrare, è che Daniele è latitante proprio grazie alla talpa. E che, di conseguenza, si trova già nell’orbita della cricca degli incappucciati con la toga, allarmata proprio dalle operazioni condotte da Bruni a Castrolibero e Rende. Per la cricca, Daniele rappresenta una risorsa strategica. Un uomo da recuperare e gestire prima che finisca nelle mani di Bruni. La talpa gli fa sapere del pentimento dei cugini Foggetti e di Franco Bruzzese e che la sua situazione è ormai gravissima, roba da ergastolo. Daniele capisce che non può restare latitante per sempre e chiede alla talpa di portare un messaggio a chi di dovere. Minaccia di pentirsi e di parlare con Bruni. Si gioca l’ultima carta. Il messaggio arriva a destinazione, e a stretto giro, arriva la soluzione: il suo sarà un pentimento pilotato. In cambio di vantaggi e privilegi, dovrà fare e dire ciò che gli viene ordinato. E Daniele ovviamente accetta. Ancora una volta si ripete lo stesso schema già adottato con Franco Pino.
Il 25 marzo 2015, in una villetta di Trenta, armato di pistola e in compagnia del figlio e del suocero, finisce la latitanza di Daniele Lamanna. Più che un’operazione della “catturandi”, quella di Daniele Lamanna è una resa. Come concordato con la talpa, Lamanna si consegna. Si accorda con l’allora capo della Squadra Mobile Zanfini e si fa arrestare. Dal giorno del suo arresto fino alla sua ufficializzazione come pentito nel dicembre del 2015 passano ben nove mesi, durante i quali viene istruito, preparato e indirizzato su quello che dovrà dire, su quello che dovrà tacere e, soprattutto, su quello che non dovrà mai finire nei verbali ufficiali. Ufficialmente, però, continua a essere trattato come un detenuto irriducibile che non ha ancora iniziato alcun percorso di collaborazione.
Che Lamanna fosse già in contatto con un emissario della cricca degli incappucciati con la toga molto prima che il suo pentimento diventasse pubblico, lo avevamo scritto mesi prima. Scrivemmo che i colloqui e le confidenze, iniziati già negli ultimi giorni della sua latitanza, culminati nella sua resa concordata e proseguiti nei nove mesi di detenzione che precedono il pentimento ufficiale, non sarebbero mai diventati oggetto di indagine. Per aver pubblicato il titolo “Daniele si è pentito” prima ancora che lo diventasse ufficialmente, subimmo minacce, aggressioni verbali e smentite furiose da parte di chi voleva continuare a raccontare Lamanna come un irriducibile. Ma avevamo semplicemente raccontato quello che stava già accadendo.
Una volta diventato ufficialmente pentito, Luberto diventa il suo angelo custode. Conosce perfettamente Daniele Lamanna e il ruolo che ricopre nei rapporti esterni della cosca. Lo sa anche perché è in possesso dei verbali degli altri collaboratori che ne delineano il profilo e ne confermano i rapporti con l’allora sindaco di Cosenza Mario Occhiuto. Luberto è inoltre a conoscenza di fatti precisi, già emersi in sede giudiziaria, riguardanti le iniziative assunte da Daniele nei confronti di oppositori dell’allora sindaco Mario Occhiuto. Sa, insomma, di avere davanti un soggetto che si adopera a minacciare chiunque osi dare fastidio a determinati ambienti politici cittadini. E lo conferma il pentito Luciano Impieri. Dicono gli investigatori: “… IMPIERI Luciano, presente ai fatti, riferisce di una vicinanza all’attuale Sindaco di Cosenza Mario Occhiuto per il quale “punivano“ TRINNI Ivan che “si era comportato male con il primo cittadino. OCCHIUTO si era quindi rivolto al proprio autista BARTUCCI Francesco, affinchè “gli amici” risolvessero il problema.…”
Impieri Luciano: “… so che anche Mario OCCHIUTO aveva chiesto i voti al nostro gruppo, ricordo che per fargli un favore abbiamo picchiato Ivan TRINNI che gli dava fastidio; lui è stato picchiato da me e da Daniele LAMANNA, davanti a Maurizio RANGO, Ettore SOTTILE e Adolfo FOGGETTI in una occasione in cui siamo andati con la mia macchina BMW 530 nero, davanti al negozio “Tutto Pulito” in via Popilia; Mario OCCHIUTO si era rivolto, tramite il suo autista, a Francesco BARTUCCI, chiedendo di rivolgersi “agli amici” per dare una lezione a Ivan TRINNI che si comportava male con lui; questa cosa BARTUCCI la disse a me davanti a Daniele LAMANNA…”
Ma non è l’unico episodio di cui è a conoscenza Luberto. Nello stesso periodo, una persona che rappresentava una vera spina nel fianco per Mario Occhiuto denuncia ai carabinieri — in un verbale poi finito anche sulla scrivania della DDA di Catanzaro — di essere stata inseguita da Daniele Lamanna, fermata per strada e minacciata con una pistola puntata in faccia. Il messaggio, anche in quel caso, è inequivocabile: “Lassa sta’ a Mario Occhiuto”. È chiaro a Luberto, così come a tutti i cosentini, che Daniele si adopera direttamente per difendere gli interessi del sindaco e quelli del clan, intimidendo e minacciando chi viene percepito come un problema. Ed è a questo punto che emerge quella che considero la vera pistola fumante. Nonostante denunce, verbali e processi raccontino l’impegno concreto di Daniele Lamanna a favore dell’allora sindaco Mario Occhiuto, Luberto, negli interrogatori che confluiranno nell’informativa “Sistema Cosenza”, a partire dal primo verbale del 5 gennaio 2016, non gli chiederà mai per quale motivo andasse in giro a minacciare, intimidire e a pestare persone considerate un problema per il sindaco Mario Occhiuto. Eppure è proprio Luberto il magistrato che avrebbe dovuto approfondire quei rapporti e il ruolo svolto da Lamanna a tutela degli interessi politici del sindaco. Sceglie invece di non porre nemmeno la domanda più ovvia. È questa omissione a far emergere il suo ruolo nella vicenda. E se una circostanza del genere non viene ritenuta abbastanza anomala da meritare un approfondimento serio, allora diventa difficile capire cosa, in questa città, possa esserlo davvero.
Nel frattempo, il 16 maggio 2016, arriva a Catanzaro Nicola Gratteri. In quel periodo Cipollino è ancora un semplice sostituto procuratore e da anni lavora nelle seconde file della brigata principale della DDA, composta da Pierpaolo Bruni, Vincenzo Luberto e Giovanni Bombardieri, già vicario del procuratore capo Vincenzo Lombardo, e procuratore aggiunto, mentre Luberto lo diventerà da lì a poco, come premio per la sua dedizione alla causa. Nonostante l’età e la presenza a Catanzaro dal 2008, Cipollino è un sostituto a cui vengono affidati soprattutto fascicoli secondari. L’arrivo di Gratteri, nel bel mezzo del ciclone Lamanna e subito dopo le operazioni su Rende e Castrolibero, cambia improvvisamente gli equilibri interni della Procura. Da quel momento la carriera di Cipollino prende una svolta.
Il giorno dopo il suo insediamento, Gratteri viene informato del lavoro in corso sui pentiti e anche delle tensioni interne alla Dda. Pierpaolo Bruni, infatti, si lamenta dell’esclusiva che Luberto ha di fatto su Daniele Lamanna. Un’esclusiva che a Bruni pesa non poco, perché Lamanna gli serve non soltanto per rafforzare le dichiarazioni dei Foggetti e di Franco Bruzzese sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza, ma soprattutto per aggiungere molto altro. Gratteri capisce subito che Bruni e Luberto non possono stare nella stessa stanza. Per tutto il 2016 tiene la situazione in stand by, alla disperata ricerca di una soluzione. A soccorrerlo arriva, quasi a sorpresa, la promozione di Pierpaolo Bruni a procuratore capo di Paola, ratificata il 5 aprile 2017. Una promozione che sa di accomodamento. Sebbene anzianità e curriculum operativo gli consentano tranquillamente di concorrere per incarichi direttivi, a Bruni viene di fatto risparmiato il passaggio intermedio da procuratore aggiunto — scatto gerarchico che garantisce un punteggio superiore nelle procedure del Csm — e può così concorrere direttamente alla nomina di procuratore capo pur rivestendo ancora il ruolo di “semplice” sostituto procuratore della Repubblica. Sono gli anni del “metodo Palamara”, quando al Csm le promozioni dei magistrati si vendono a tanto al chilo. La cricca, evidentemente, fa a Bruni una proposta che non può rifiutare. E Bruni, che sa bene con chi ha a che fare e di cosa siano capaci certi ambienti — De Magistris e Facciolla docet — sceglie, nonostante la sua rettitudine, il quieto vivere.
Con Bombardieri, invece, Gratteri non ha problemi. Almeno per il momento. A differenza di Bruni, non pesta mai i piedi a Luberto e, con l’uscita di scena del collega, la situazione diventa molto più gestibile. Resta però aperta la questione più delicata di tutte: a chi affidare il lavoro sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza? Seguendo una logica interna all’ufficio, il nome più naturale sarebbe proprio quello di Luberto. Da due anni è già procuratore aggiunto e, dopo “Nuova Famiglia”, considera quasi naturale che quel fascicolo finisca nelle sue mani. Anche perché conosce già perfettamente uomini, verbali e dinamiche dell’intera vicenda: Lamanna, i Foggetti, Bruzzese, le cooperative, gli appalti, i rapporti con la politica cittadina. Tutto materiale transitato per anni davanti sulla sua scrivania. Una soluzione che, tuttavia, presenta più di un problema. Perché Luberto non è soltanto il magistrato che conosce meglio quel mondo: è uno degli uomini cresciuti dentro il sistema Lombardo-Spagnuolo, dentro quei meccanismi e quelle relazioni che da anni governano il fronte cosentino e catanzarese della Dda.
Gratteri quei meccanismi li conosce bene e sa perfettamente chi ha davanti. Sa anche che Luberto si sta prodigando per tenere fuori da eventuali inchieste Cosenza e, in particolare, Mario Occhiuto. Una circostanza che, vista la sua nota simpatia per Jole Santelli, allora protettrice politica degli Occhiuto, potrebbe perfino non dispiacergli. Il problema è un altro. Affidare a Luberto “Sistema Cosenza” significherebbe consegnargli ufficialmente un fascicolo sul quale Gratteri non avrebbe alcuna reale capacità di indirizzo. Perché Luberto, pur essendo formalmente un suo aggiunto, risponde a logiche, relazioni e centri di influenza che precedono l’arrivo dello stesso Gratteri a Catanzaro.
La scelta, alla fine, cade su Cipollino, una decisione che viene vissuta da Luberto come uno sgarbo pesantissimo. Per Capomolla, invece, è il momento che aspettava da anni per uscire dallo scantinato in cui è stato relegato. In una Procura che sta cercando nuovi assetti dopo le tensioni interne tra Bruni e Luberto, Cipollino riesce lentamente a ritagliarsi spazio grazie alla sua naturale predisposizione a compiacere chi conta. Il perché Gratteri scelga proprio lui e non un altro lo sa soltanto Gratteri. Di certo Cipollino non viene scelto per particolari capacità investigative o per una riconosciuta esperienza nella lotta alla massomafia o al voto di scambio politico-mafioso. Le caratteristiche che lo contraddistinguono sembrano piuttosto altre: è smanioso di fare carriera e ha capito benissimo che Gratteri, in quel momento, rappresenta il centro del potere nella magistratura antimafia calabrese e nazionale. Per Cipollino, Gratteri è il carro giusto su cui salire. Per questo si offre come uomo servizievole, disciplinato e facilmente addomesticabile. E questo, nella scelta di Gratteri — che, come si sa, ama circondarsi di persone che ne alimentano l’ego e il culto della sua persona — potrebbe aver avuto il suo peso. Ma non si può nemmeno escludere che Gratteri lo scelga perché lo ritiene un magistrato affidabile. E di persone affidabili dentro la Dda di Catanzaro — storicamente avvelenata da guerre interne tra magistrati corrotti e magistrati onesti, come dimostrano le vicende De Magistris e Mariano Lombardi — ha un disperato bisogno. Forse ancora non sa che la fiducia riposta in Cipollino verrà tradita proprio sulla battaglia che considera più importante: il referendum sulla giustizia. Cipollino si schiererà per il Sì, di fatto contro Gratteri, e lo fara dal pulpito di Vannacci. Sta di fatto che quella fiducia, vera o presunta che sia, produce effetti immediati sulla carriera di Cipollino. Così, guarda il caso, nel 2017 viene promosso procuratore aggiunto. Da quel momento Gratteri gli affida ufficialmente l’indagine sul “Sistema Cosenza”: dopo quasi tre anni dal blitz “Nuova Famiglia” e dalle prime dichiarazioni dei pentiti, arriva finalmente l’apertura ufficiale dell’informativa nel 2017.
Il rapporto tra Gratteri e Luberto però non si interrompe affatto. Anzi, continua dentro un equilibrio ambiguo. Se da una parte Gratteri evita di consegnare a Luberto il controllo di “Sistema Cosenza”, dall’altra continua a lasciarlo lavorare su procedimenti politicamente delicatissimi. E il filo che lega queste scelte sembra sempre lo stesso: evitare che il livello politico riconducibile agli Occhiuto venga realmente travolto. È in questo contesto che nasce l’operazione “Lande desolate”, l’inchiesta promossa da Luberto che porterà all’arresto dell’ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio. Tra le accuse figura anche l’appalto di Piazza Fera-Bilotti. E qui emerge una contraddizione evidente: Gratteri conosce già dichiarazioni e informative che indicano responsabilità riconducibili a Mario Occhiuto, ma lascia comunque a Luberto la gestione dell’inchiesta contro Oliverio. Una scelta che non trova spiegazioni logiche e resa ancora più difficile da comprendere dal fatto che i giudici definiranno poi quell’impianto accusatorio frutto di un «chiaro pregiudizio accusatorio» nei confronti dell’ex governatore. Nonostante ciò, Luberto resterà al suo posto fino al 2018, quando Gratteri lo segnalerà infine alla Procura di Salerno per corruzione giudiziaria. ma questa è una altra storia.
Quale sia il vero mandato che Gratteri affida a Cipollino non è dato sapere: fare chiarezza fino in fondo, senza guardare in faccia nessuno, oppure tenere al riparo tutto ciò che riguarda i politici cosentini. Di certo c’è soltanto il risultato finale. E il risultato è che un’operazione “Sistema Cosenza” sul voto di scambio politico-mafioso non arriverà mai. Quale sia stato il ruolo reale di Gratteri in tutta questa vicenda — considerato che era perfettamente a conoscenza di ciò che i pentiti raccontavano su Cosenza — resta una valutazione che ciascuno può fare da sé.
Una volta aperto ufficialmente il fascicolo, Cipollino inizia il lavoro di rifinitura: eliminare dagli atti ciò che Luberto non è riuscito a far sparire. Ed è proprio tra quelle pagine che affiora un frammento sfuggito al controllo di Luberto, rimasto negli atti e riportato come citazione nel primo volume dell’informativa, all’interno del capitolo redatto dagli investigatori e intitolato “Le dichiarazioni dei collaboratori sul Sistema Cosenza”. Si tratta della sezione in cui vengono riepilogate le dichiarazioni ritenute più significative dei collaboratori che parlano del “Sistema Cosenza”, sia nei suoi aspetti criminali sia nei rapporti tra clan e politica. Quando gli investigatori arrivano a Daniele Lamanna, riportano un passaggio evidentemente estrapolato da un verbale molto più ampio, nel quale si stava parlando del voto di scambio politico-mafioso a Cosenza. È un dettaglio tutt’altro che secondario. Dimostra infatti che quel verbale esisteva, e che la sua versione integrale non è mai confluita nell’informativa “Sistema Cosenza”, certificando così il preventivo lavoro di filtraggio operato da Luberto. Un frammento che probabilmente gli è sfuggito proprio perché non compare come verbale autonomo, ma soltanto come sintesi all’interno del capitolo riepilogativo redatto dagli investigatori.
Dice LAMANNA Daniele (verbale illustrativo del 5.1.2016, tratto dall’informativa “Sistema Cosenza”, volume 1, pag. 99): “Tornando all’oggetto dell’accordo Paolini – Rango, posso riferire che per quanto riguarda l’impegno del Paolini a favore delle cooperative facenti capo al Rango devo precisare che comunque quella che era di proprietà della moglie del Rango aveva avuto dei problemi e quindi difficilmente poteva essere beneficiaria di provvedimenti amministrativi favorevoli, tuttavia il Rango mi rappresentava che avrebbe creato delle cooperative ivi inserendo dei prestanome come presidente e che pertanto avrebbe fatto in modo di far beneficiare tali cooperative. Quanto all’ulteriore aspetto dell’accordo e cioè quello per effetto del quale il Paolini avrebbe favorito appalti o sub-appalti ad imprese vicine al Rango devo precisare che quando riferisco ciò intendo dire imprese vicine alla confederazione scaturente dall’accordo fra la cosca Rango – Zingari e Lanzino – Patitucci. Erano questi ultimi, cioè gli italiani, anche per il tramite di Rinaldo Gentile ad occuparsi delle società che ottenevano appalti e sub-appalti. Uno di questi appalti o sub-appalti che interessavano alla federazione era quello di Piazza Fera… OMISSIS”.
Ed è proprio quell’incipit — “Tornando all’oggetto dell’accordo Paolini-Rango” — a tradire l’esistenza di un discorso molto più ampio. L’espressione utilizzata da Daniele richiama infatti un argomento già affrontato in precedenza e al quale si sta facendo ritorno. È quindi evidente che quello riportato dagli investigatori non rappresenta l’inizio del ragionamento, ma un passaggio di un interrogatorio nel quale si stava già parlando degli accordi politico-mafiosi a Cosenza. Quel frammento dimostra che, in origine, esisteva una parte molto più ampia di dichiarazioni dedicata a quel tema. Quando Cipollino trasforma “Sistema Cosenza” in “Reset”, il frammento scompare. Sparisce l’ultima traccia del verbale di Daniele Lamanna sui politici cosentini. Spariscono i verbali dei cugini Foggetti. Spariscono quelli di Franco Bruzzese. A sparire, guarda caso, sono sempre gli stessi argomenti: il voto di scambio politico-mafioso a Cosenza. La stessa sorte toccherà anche ai verbali di Luca Pellicori che, sul voto di scambio politico-mafioso e sui rapporti con Mario Occhiuto, è ancora più esplicito. Se questa non è la prova che Cipollino ha eliminato dagli atti tutto ciò che riguardava quel capitolo dell’inchiesta, allora non so davvero che cosa possa esserlo. (5 – Continua)
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