Gioia Tauro. Bilancio e Amazon: smontiamo una per una le balle spaziali della Capasanta



IL TEATRO DELL’ASSURDO Cronache di Resistenza Politica e Verità Documentate a cura di Aldo Alessio (Ulisse)

◆ Comunicato N°41 ◆ 13 giugno 2026 MISS BALLE SPAZIALI alias La Capasanta – (Samān) Cronaca di un governo all’insegna dell’arroganza — Quarantunesima Edizione — 

La Capasanta (Samān) ci informa quotidianamente delle magnifiche opere che compie nel suo reame, per il bene supremo di tutti. È serena. Proseguirà la sua missione fino all’ultimo respiro. 

Sul bilancio consuntivo 2025: smontiamo le balle spaziali della Capasanta, una per una

La Capasanta – abile Sciamana dei tempi moderni – ha perfezionato negli anni un talento unico: convincere i cittadini che lei sia la vittima, quando invece siede comodamente sul trono dei responsabili. Il suo copione non cambia mai: ogni problema della città, ogni conto da pagare, ogni maceria amministrativa ha un solo colpevole universale – il Sindaco Alessio. Pratico, economico, infallibile. Prendiamo atto che Lei stessa ha infranto il proprio incantesimo.

Dopo aver proclamato, da Sciamana, nella seduta consiliare del 16 febbraio 2026, una vera e propria damnatio memoriae nei confronti dell’ex Sindaco Alessio – bandendo quel nome dal Regno – eccola pronunciarlo nuovamente in Consiglio Comunale, l’8 giugno 2026. Il sortilegio è rotto. Peccato che in questa città, dove molti trovano conveniente questo giochetto, nessuno osi mai fare i nomi sulle responsabilità degli altri Sindaci – e tantomeno di quelli i cui consigli comunali sono stati sciolti per mafia, né di funzionari infedeli. Certi silenzi parlano da soli. Bene. Lasciamo parlare i numeri – che, a differenza della Capasanta, non mentono.

Proponiamo una brevissima analisi finanziaria comparativa tra il consuntivo 2024 e il consuntivo 2025, e vediamo cosa esce fuori dal cilindro. Il Comune di Gioia Tauro (circa 19.324 abitanti al 01.01.2025) si trova in una condizione finanziaria complessa, caratterizzata da tre elementi strutturali persistenti: • Una procedura di dissesto finanziario aperta dal 2017 (deliberazione n. 11 del 29.06.2017 della Commissione Straordinaria), non ancora conclusa; • Un piano di risanamento straordinario ex art. 268, comma 2, TUEL, attivato con Decreto del Ministro dell’Interno n. 190411 del 18.12.2023 (richiesto dal Sindaco Alessio), con misure operative fino al 2042; • Un disavanzo di amministrazione strutturalmente negativo nella componente disponibile, acuito nel 2025 dall’obbligo di iscrivere in bilancio il Fondo Anticipazione di Liquidità (FAL). In questa satira, per ragioni di sintesi, concentriamoci su un solo elemento: il FAL, ovvero il Fondo Anticipazione di Liquidità. Si tratta di un prestito ministeriale a tasso zero che l’amministrazione Alessio richiese per saldare i debiti pregressi del triennio 2013-2014-2015 – debiti che, come vedremo, non erano certo figli di Alessio.

Il FAL non fu mai iscritto in bilancio durante l’Amministrazione Alessio, in forza di apposite deroghe di legge allora vigenti. La legge, per chi non lo sapesse, può essere anche dalla parte dei cittadini. Quel debito FAL di euro 19.472.889,79 si è formato negli anni 2013, 2014 e 2015. Coincidenza curiosa: erano esattamente gli anni in cui il sottoscritto era imbarcato sulle navi, lontano da Gioia Tauro e da qualsiasi scrivania comunale. Chi era invece ben presente in Municipio? L’attuale Sindaco, che dal maggio 2012 al maggio 2013, sotto l’amministrazione Bellofiore, svolgeva – pur in assenza dei necessari titoli e requisiti – le funzioni di Ragioneria e Tributi. E non finisce qui: fino al 2017, ha poi ricoperto il ruolo di Responsabile del Servizio di Ragioneria, su incarico del Segretario Generale Corrado Giuseppe. In soldoni: era lei la custode dei conti quando quei conti andavano storto.

Dunque, chi meglio dell’attuale Sindaco – già Ragioniera e poi Responsabile della Ragioneria proprio in quegli anni – potrebbe spiegarci come si è formato quel debito pubblico? E di chi sono le responsabilità politiche e amministrative? La risposta, a ben vedere, non richiede né un’inchiesta né uno sciamano: i documenti ci sono, le date ci sono, i ruoli ci sono. Manca solo il coraggio di ammetterlo. Ai posteri l’ardua sentenza – ma ai contemporanei la lucida memoria.

Sull’innocenza di AmazonCon l’immancabile video-comunicato, la Capasanta ci ha rassicurati: Amazon non se ne va da Gioia Tauro. Semplicemente – ci ha spiegato con olimpica serenità – ci sono «problematiche di business». Niente ‘ndrangheta, niente pressioni, niente paura. Amazon avrebbe persino rilasciato «ampie assicurazioni» di non aver subito alcuna intimidazione di natura mafiosa. Gioia Tauro resta nel loro piano industriale. Tutto bene, dunque. Potete dormire sonni tranquilli.

Peccato che l’Operazione Res-Tauro racconti tutt’altra storia. I magistrati della DDA di Reggio Calabria, attraverso atti e intercettazioni, hanno documentato come la ‘ndrangheta abbia sistematicamente tentato di infiltrarsi negli appalti e nelle attività economiche legate al porto e al suo hinterland. Non sono romanzi di fantascienza: sono sentenze e verbali. Ma la Capasanta preferisce la propria narrazione e le assicurazioni verbali di Amazon alle carte dei pubblici ministeri. Comprensibile: le carte dei pubblici ministeri non si possono postare su Facebook. E poi c’è il caso del cognato Mangione – titolare della Biemme Infissi. Anche lui, come tanti imprenditori della zona, fu avvicinato, pressato e incalzato dalla ‘ndrangheta. La differenza è che Mangione, almeno in un primo momento, non parlò, non denunciò, non fece nulla.

Solo quando la DDA lo mise con le spalle al muro decise di vuotare il sacco: confessò che il boss Pino Piromalli gli aveva imposto, nel corso degli anni, ben diciotto assunzioni, e che i clan si erano persino ingeriti nelle decisioni interne di gestione dell’azienda. Diciotto assunzioni imposte da un capomafia. Non da un capufficio. Da un capomafia. Il consiglio è dunque questo: chi rappresenta Amazon sul territorio lasci perdere i video rassicuranti della Capasanta e si rechi senza indugio alla DDA di Reggio Calabria. Non per competere con la Capasanta a chi spara le balle più grosse, ma per raccontare tutto ciò che sa, prima che sia troppo tardi. Il caso Mangione insegna: parlare prima è sempre meglio che parlare dopo, quando non si ha più scelta. C’è una bella differenza tra chi collabora spontaneamente e chi lo fa solo sotto pressione giudiziaria. La legalità non è una merce che si acquista al mercato del lunedì. Non basta annunciarla: va praticata ogni giorno con atti concreti, esigendo da sé stessi coerenza tra il dire e il fare. E soprattutto: quando si subisce un sopruso o una minaccia da parte di un mafioso, bisogna recarsi immediatamente alla più vicina forza dell’ordine e denunciare, senza indugio. Perché chi non lo fa sceglie — spesso senza rendersene conto — di diventare schiavo di chi vuole privargli la libertà, il lavoro e la dignità. «Tutti i nodi vengono al pettine.» «Ce la faremo, perché non ci siamo mai arresi.» Con stima selettiva, Aldo Alessio (Ulisse) già Sindaco di Gioia Tauro 


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