Dopo il voto scatta la corsa alle poltrone a Marsala


Passata la festa, adesso arrivano i conti. Insediata la sindaca, in attesa del nuovo Consiglio comunale, si apre la stagione più antica della politica: quella delle poltrone. Assessori, incarichi, presidenze, consulenze, partecipate, staff. I posti sono pochi, i pretendenti molti. 

 

E tutti, naturalmente, si dichiarano animati soltanto dal bene della città.

È il momento delle telefonate discrete, dei caffè improvvisamente necessari, delle mediazioni, delle promesse da mantenere e di quelle da inventare. Perché una campagna elettorale lascia sempre dietro di sé un esercito di reduci che presenta il conto. C’è chi ha portato voti, chi ha portato liste, chi ha portato simboli, chi ha portato amici degli amici. Nessuno pensa di aver lavorato gratis.

Poi c’è la regola non scritta ma osservata con religiosa puntualità: il recupero dei non eletti. Chi è rimasto fuori dal Consiglio difficilmente accetta di restare fuori da tutto. E allora bisogna trovare una sistemazione, una collocazione, un ruolo.

 

Tutti dicono di non essere interessati alle cariche. È una delle bugie più vecchie e puzzolenti. All’apparenza sono tutti disinteressati, generosi, pronti al sacrificio personale. Nella sostanza, molti sono già in fila con il piattino in mano, in attesa di sapere quale spazio verrà loro assegnato.

E guai a parlare di spartizione. La parola scandalizza sempre. Si preferiscono formule più eleganti: equilibrio politico, rappresentanza, valorizzazione delle competenze, sintesi della coalizione. Cambiano le definizioni, non la sostanza. Che si dica e che si sappia.

 

Qualcuno annuncerà anche il proprio “passo di lato”. Una delle espressioni più abusate degli ultimi anni. Peccato che i passi di lato, in politica, esistano raramente. Molto più spesso si tratta di passi in attesa di rientrare dalla porta principale o da quella secondaria. Non è rinuncia, è posizionamento. Non è distacco, è strategia. Pura e cinica.

 

Il potere, del resto, spaventa soltanto chi non lo esercita. Chi lo conosce, chi lo frequenta, chi ne ha assaporato il peso e i privilegi, difficilmente sceglie di allontanarsene davvero. E così la storia si ripete. Cambiano i sindaci, cambiano le maggioranze, cambiano gli slogan. Restano identici i meccanismi.

Sono problemi vecchi che riguardano amministrazioni nuove. Perché vincere le elezioni è la parte semplice. Il difficile arriva dopo, quando bisogna spiegare a decine di aspiranti protagonisti che in prima fila non ci possono stare tutti. E quando c’è da spartire, il bene collettivo finisce spesso per assomigliare molto agli interessi personali di chi lo invoca.

 

Il paradosso Coppola e il prezzo del recupero

Tra le prime partite che si stanno giocando c’è quella che riguarda Flavio Coppola. Candidato nella lista ProgettiAmo Marsala, non è riuscito a conquistare uno scranno in Consiglio comunale: è il primo dei non eletti. Eppure il suo nome continua a circolare con insistenza nelle trattative del dopo voto. Non per un assessorato, almeno apparentemente, ma per la presidenza di Marsala Schola.

 

Un’ipotesi che assomiglia a un cortocircuito politico. Coppola, infatti, è stato tra i più convinti sostenitori dello scioglimento dell’ente, considerato per anni un carrozzone costoso e inutile per le casse comunali. Oggi, però, non sembrerebbe disdegnare la possibilità di guidarlo.

 

La politica, del resto, ha una straordinaria capacità di trasformare in opportunità ciò che fino al giorno prima veniva indicato come un problema.

L’operazione avrebbe una regia ben precisa. Formalmente arriverebbe da ProgettiAmo Marsala, sostanzialmente sarebbe il leader Paolo Ruggieri a sponsorizzare il recupero di un candidato rimasto fuori dal Consiglio. Una scelta legittima, certamente, ma che apre interrogativi politici non banali.

Perché recuperare un non eletto significa inevitabilmente sottrarre spazi agli eletti. E se una delle caselle più pesanti dovesse finire a Coppola, diverrebbe difficile immaginare che il gruppo possa contemporaneamente ambire alla presidenza del Consiglio comunale. In altre parole, per salvare un escluso si rischierebbe di sacrificare chi alle urne ha ricevuto il consenso dei cittadini.

Torna la vecchia logica delle compensazioni e degli equilibri interni. Non conta chi è stato scelto dagli elettori, conta chi deve essere recuperato. Un gioco che difficilmente rafforza una forza politica. Al contrario, rischia di sfilacciarla.

 

Caccia al nome del futuro presidente

Un’altra partita decisiva è quella per la presidenza del Consiglio comunale. Nelle ultime ore il nome che sembra guadagnare terreno è quello di Lillo Gesone, esponente di Si Muove la Città. Una candidatura che avrebbe il pregio di tenere insieme diversi equilibri all’interno della maggioranza e che, proprio per questo, viene osservata con crescente attenzione.

Più complicato, invece, il percorso di Gabriele Di Pietra. Il suo nome è stato tra i primi a circolare per Palazzo VII Aprile e il consigliere si è mosso per tempo, tessendo relazioni e provando a costruire accordi anche oltre i confini della propria area politica. Un lavoro persino trasversale che, però, finora non sembra aver prodotto il risultato sperato. Attorno alla sua candidatura sono emerse resistenze e ostacoli che ne hanno rallentato la corsa, al punto che oggi le quotazioni appaiono in calo rispetto a qualche settimana fa.

Ma se la presidenza del Consiglio sembra avviarsi verso una direzione più definita, il vero caos riguarda ancora la composizione della giunta. Tre assessorati devono ancora trovare un titolare e i pretendenti sono molti più delle caselle disponibili. È la fase in cui tutti rivendicano qualcosa: voti portati, impegno profuso, fedeltà dimostrata, accordi rispettati. La fila è lunga e la coperta è corta.

 

Dietro le dichiarazioni di unità e soddisfazione si nasconde una realtà ben diversa. C’è folla davanti alla porta degli incarichi e non tutti entreranno. Anzi, qualcuno resterà inevitabilmente fuori. E nella politica locale gli scontenti raramente restano in silenzio.

Per questo la distribuzione delle ultime deleghe non sarà soltanto una questione amministrativa, ma un delicato esercizio di sopravvivenza politica. Perché ogni escluso può trasformarsi in un problema e ogni nomina in una nuova tensione. La vittoria elettorale è già alle spalle. Adesso comincia la battaglia per la gestione del potere.




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