Sono trascorsi quasi dieci anni da quando Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico, ha ristrutturato una baita in borgata Vazon a Oulx, 1650 metri di altitudine nelle Alpi occidentali. «Questa scelta la rifarei», spiega, «anche alla luce di una maggiore consapevolezza di dove siano le difficoltà e le trappole. Continuo a riconoscermi nelle parole di Mario Rigoni Stern, che ha saputo racontare la vita in montagna e tutti i valori non monetizzabili che stanno dietro alla scelta di viverci».
Fredo Valla è regista, scrittore, docente e molto altro: una delle sue sceneggiature più celebri è Il vento fa il suo giro, un film di Giorgio Diritti che a 20 anni dall’uscita continua a risuonare per chi vive nelle terre alte. Dalla sua Ostana, 77 abitanti, ultima casa prima del bosco, scrive: «Con questo mestiere avrei potuto andare lontano, magari in una grande città. Avrei finito con lo starci bene. Ma, alla fine – ne sono certo – mi sarei sentito privo dell’aria di quassù».
E poi c’è Federica Fabrizio, content creator e gender studies expert: dopo un lungo periodo a Roma, ha scelto di tornare a Matera. «Non è un passo indietro», riflette. «È un passo verso un luogo in cui la vita ancora troppo spesso ha il rumore della ruggine ma in cui la terra, anche se abbandonata, è lì ad aspettare che qualcuno torni».

Restare, ritornare, arrivare. Tre verbi per altrettante declinazioni di un altro modo di vivere. Sono i capitoli di un book digitale – disponibile da oggi per i nostri abbonati – che contiene 50 racconti autobiografici firmati da chi ha scelto di vivere nella pancia del Paese. Si chiama Le Aree interne in prima persona e nasce come spin off del numero di VITA Aree interne, l’Italia da scoprire. Racchiude un pezzo di racconto, sui luoghi cosiddetti marginali, che spesso non ha voce. Quello di chi li abita.
Lo presenteremo sabato 13 giugno, alle 17,30, a Londa in provincia di Firenze, all’interno del meeting della rete C’è Margine, organizzato dalla Londa School of Economics in collaborazione con la Rete Rifai. Un momento di confronto e co-progettazione in cui VITA proporrà anche un laboratorio per una nuova narrazione dei territori.
Perché un book digitale
Quando abbiamo presentato il magazine a Matera, insieme a Casa Netural abbiamo proposto un workshop per riscrivere insieme quello che accade lontano dai grandi centri. Hanno partecipato in tanti, in maggioranza giovani tra i 25 e i 35 anni. Ne è emersa una geografia di date, desideri, facce, altitudini e distanze. Ci siamo chiesti: quante persone in Italia hanno una storia simile da raccontare a partire da luoghi anche molto diversi tra loro? Chi sono le persone che scelgono di vivere in montagna, nelle piccole isole, tra i campi coltivati dell’entroterra? E così abbiamo interpellato i paesi: voci che a volte sono flebili, quasi impercettibili, altre volte hanno la forza di chi ha imparato a farsi sentire.
Abbiamo bisogno di guardare i paesi con gli occhi e il cuore di chi li conosce veramente, e abbiamo bisogno di cambiarli, ripensarli e farli crescere con loro, gli unici veri protagonisti dei territori, i loro abitanti
Mariella Stella, esperta in innovazione sociale
Mariella Stella, esperta in innovazione sociale che firma la prefazione del book, lo spiega in una frase: «Abbiamo bisogno di guardare i paesi con gli occhi e il cuore di chi li conosce veramente, e abbiamo bisogno di cambiarli, ripensarli e farli crescere con loro, gli unici veri protagonisti dei territori, i loro abitanti».
I paesi rispondono
E i paesi? Rispondono, attraverso le storie delle persone. C’è chi 20 anni fa non voleva andare via dall’Appennino emiliano e allora, insieme a un gruppo di amici, ha fondato una cooperativa di comunità. Chi viaggia in un territorio vasto per portare accanto a chi resta palestre di memoria, socializzazione e invecchiamento attivo. Chi a 13 anni, a Capaci, ha visto esplodere l’autostrada di fronte a casa e ogni giorno si ribella al fatto che il suo paese possa essere associato soltanto a una strage.
I “ritornanti” si sono sentiti spingere via ma poi richiamare indietro dai propri luoghi. «Non per nostalgia», rivendicano: «per scelta». Da Marzabotto, 6.952 abitanti in provincia di Bologna, una giovane donna ha aggiunto un verbo: «Resistere. Deriva dal latino, significa fermarsi ma con fermezza, non cedere a ciò che è avverso e conservarsi nel tempo». In provincia de L’Aquila, un mandolinista di fama internazionale è tornato a casa per costruire un’Accademia musicale: «Non volevo che altri ragazzi sentissero il bisogno di andare via subito per credere nei propri sogni».
Arrivare è un approdo. Succede grazie a una rete femminile, una comunità accogliente o a un preciso progetto di neo-popolamento. Ci sono nuovi pezzi di vita che danno senso alla strada percorsa e “cattedrali nel deserto” che sono riuscite a diventare risorse inattese. «Non ho smesso di viaggiare», dice una delle nostre autrici. «Semplicemente ora, anziché in ampiezza, viaggio in profondità».


Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare.
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE
Per costruire il futuro ci vuole una nuova narrazione
Quelle che compongono questo libro sono «vite differenti». Le definisce così Sabrina Lucatelli, la direttrice di Riabitare l’Italia che firma la postfazione. «Al caos preferiscono il silenzio, alle grandi reti prediligono relazioni strette, cercano uno scorcio più della comodità. Ma il nodo cruciale è la trasformazione: gli autori di queste pagine si sentono parte di un cambiamento necessario, pur pagandone personalmente il prezzo».
Oggi molti dei problemi che consideravamo tipici dei margini stanno investendo altri contesti. Per questo è ora di apprendere dalle strategie e dalla co-progettazione adottate nelle nostre aree interne».
Sabrina Lucatelli, direttrice di Riabitare l’Italia
Ogni contributo contiene una piccola scheda biografica. Tra le informazioni essenziali, c’è il numero di abitanti del paese o della città di provenienza. Come spiega bene Lucatelli, questi territori sono sottoposti a una forte pressione demografica e sociale, spesso privi di risorse e di “ossigeno”, ma è forse anche per questo che appaiono come predestinati a diventare laboratori di innovazione sociale. «Oggi molti dei problemi che consideravamo tipici dei margini stanno investendo altri contesti», scrive. «Per questo è ora di apprendere dalle strategie e dalla co-progettazione adottate nelle nostre Aree interne».
Da sempre i giovani vogliono partire, conclude Lucatelli. «Il problema serio è quando queste aree non riescono ad assicurare le condizioni essenziali di vita a tutti quelli che vogliono rimanere, tornare e arrivare da altrove: lavoro, servizi di base, formazione, cultura e figure di riferimento, futuro. Per costruirlo, questo futuro, ci vuole una nuova narrazione».
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Daria Capitani
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