Luca Tamburello, il genio della finanza che gestiva i milioni della droga 


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Non è un mafioso. Non viene descritto come uomo d’onore. Non è il padre, Giacomo Tamburello, storico narcotrafficante di Campobello di Mazara, finito al centro della maxi indagine della Dda di Palermo sui soldi della droga legati anche alla galassia di Matteo Messina Denaro.
 

Luca Tamburello è altro. È il volto nuovo degli affari criminali. Quello che non tratta carichi di hashish, ma conti correnti. Non si muove tra corrieri e fornitori, ma tra società estere, banche, immobili, criptovalute e paradisi fiscali. Un professionista della finanza internazionale che, secondo l’accusa, avrebbe messo le sue competenze al servizio del patrimonio accumulato dal padre in quarant’anni di traffici di droga.
 

Nato a Mazara del Vallo nel 1983, Luca Tamburello ha un profilo lontanissimo dall’immaginario tradizionale della mafia trapanese. Laurea in discipline bancarie e finanziarie internazionali, esperienze all’estero, incarichi in istituti di credito di primo livello: Société Générale a New York, Morgan Stanley a Londra, Banco Atlantico tra Gibilterra e 

 

Monte Carlo.
Un curriculum da manager globale. Che, secondo gli investigatori, sarebbe diventato una risorsa preziosa per gestire, proteggere e reinvestire il denaro di famiglia.
 

Da dove arrivavano i soldi
Per la Procura di Palermo, l’origine del patrimonio va cercata nei traffici internazionali di droga gestiti da Giacomo Tamburello fin dagli anni Ottanta. Hashish e marijuana, rotte tra Marocco, Spagna e Italia, rapporti con ambienti della mafia trapanese e, secondo i collaboratori di giustizia, una quota destinata alla famiglia mafiosa di Matteo Messina Denaro.
Il denaro, accumulato nel tempo, sarebbe poi stato trasformato in patrimonio finanziario e immobiliare. Non più contanti da nascondere, ma società, immobili, quote bancarie, portafogli titoli, lingotti d’oro.
È qui che entra in scena Luca.
 

Il sistema delle società
Secondo l’impianto accusatorio, il meccanismo era costruito su più livelli.
Il primo passaggio era quello delle società estere. Entità create in Paesi diversi, spesso con regole societarie e bancarie più opache, utili a schermare la reale provenienza dei capitali.
Tra queste compare Inversiones Oro Rey, società panamense nella quale Luca Tamburello aveva incarichi formali. Poi le società spagnole, come Value Added Property, Gragolf Invest e Lumagia Invest, utilizzate per investire nel mattone della Costa del Sol. E ancora Cinzano Ltd, con sede alle Isole Cayman, indicata dagli inquirenti come una delle casseforti del gruppo.
Il denaro, in sostanza, avrebbe viaggiato da una giurisdizione all’altra: Monaco, Panama, Andorra, Cayman, Lussemburgo, Spagna. Ogni passaggio serviva ad allontanare i soldi dalla loro origine. Alla fine, quei capitali rientravano nell’economia reale sotto forma di immobili di lusso, investimenti finanziari, oro e partecipazioni societarie.
Un sistema non improvvisato. Un sistema da professionisti.
 

La Costa del Sol
Il cuore visibile del patrimonio era in Spagna.
Marbella, Benahavis, Puerto Banús. Località da ricchi, da investitori internazionali, da capitali che cercano sole, anonimato e rendimento. Ville, appartamenti, immobili commerciali. Beni di pregio acquistati attraverso società riconducibili alla famiglia.
Luca Tamburello viveva stabilmente in quell’ambiente. Una vita da imprenditore internazionale, tra ville di lusso e operazioni immobiliari. A lui vengono ricondotte anche proprietà importanti, auto di valore come una Porsche Carrera 4GTS e una Land Rover Defender, rapporti bancari e operazioni societarie.
Secondo la Procura, però, dietro quella ricchezza non c’erano solo affari immobiliari. C’erano i soldi del narcotraffico accumulati dal padre.
 

Il figlio tecnico
Luca Tamburello, nelle carte, non appare come semplice beneficiario del patrimonio familiare. Appare come il tecnico.
È quello che capisce le banche. Che sa come muoversi tra società e conti. Che parla di investimenti, linee di credito, fiscalità, criptovalute. Che ragiona su Bitcoin, Ethereum, stablecoin e strumenti digitali per custodire valore e spostare ricchezza.
Quando alcuni istituti bancari cominciano a chiudere le porte, lui si attiva. Quando Santander blocca i rapporti, cerca soluzioni alternative. Quando serve guardare oltre, pensa a Monaco e poi a Dubai.
Dubai diventa quasi un’ossessione. Non solo per il lusso o per le opportunità immobiliari. Ma per il regime fiscale favorevole e per la possibilità di costruire una nuova base più sicura per gli affari.
È la nuova geografia dei soldi criminali: non più soltanto Svizzera e contanti, ma Emirati, crypto, società e finanza globale.
 

La guerra con la madre
Dentro questa storia internazionale c’è anche una storia molto più privata,  familiare. Ma decisiva per capire gli equilibri del gruppo.
Maria Antonina Bruno, madre di Luca ed ex moglie di Giacomo Tamburello, per anni avrebbe avuto un ruolo centrale nella titolarità formale di beni e società. Una figura utile, secondo gli investigatori, per schermare il patrimonio.
Ma a un certo punto, per Luca, la madre diventa un problema.
La considera incapace di gestire gli affari. Troppo esposta. Troppo disordinata. Troppo costosa. Nelle conversazioni emerge tutta la sua irritazione per le scelte della donna, compresa quella di vivere al Fairmont di Monte Carlo, con spese considerate enormi e insostenibili.
Luca vorrebbe estrometterla dalla gestione attiva. Toglierle il controllo. Liquidarla con una rendita mensile.
La frase è brutale nella sua chiarezza: “Prendo tutto io e ti pago 20 ogni mese, stop”.
Ventimila euro al mese per farsi da parte.
Non è solo una lite familiare. È una battaglia per il controllo del patrimonio.
 

Il padre e il figlio
Giacomo Tamburello, secondo le intercettazioni, condivide molte preoccupazioni del figlio. Anche lui considera la donna un elemento di rischio. Arriva a suggerire a Luca di registrarla di nascosto durante gli incontri, per tutelarsi.
Padre e figlio sembrano allineati su un punto: il patrimonio va messo in sicurezza. E per farlo, secondo loro, bisogna accentrare la gestione nelle mani di chi sa come muoversi. Cioè Luca.
È questo il passaggio che racconta meglio la trasformazione degli affari criminali. Il padre avrebbe prodotto la ricchezza con la droga. Il figlio, secondo l’accusa, avrebbe provato a trasformarla in capitale pulito, moderno, internazionale.
 

La nuova faccia dei soldi sporchi
Luca Tamburello è una figura chiave perché rappresenta un cambio di paradigma.
Non è il mafioso tradizionale. Non è il trafficante. Non è l’uomo che impone il pizzo o gestisce la violenza.
È il professionista che serve.
Quello che sa leggere un bilancio, aprire una società, trattare con una banca, comprare immobili, spostare capitali, parlare di crypto e fiscalità internazionale.
È il volto nuovo degli affari criminali: elegante, competente, globale.
E proprio per questo più difficile da riconoscere.
 




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